INTRODUZIONE ALLA FILOSOFIA DELL’ARTE ORIENTALE E CRISTIANA

di Francesco Centineo

Ars sine scientia nihil

«A che cosa serve un Museo d’Arte? Come implica la parola Curator la funzione primaria ed essenziale di un tale museo è la custodia e la preservazione di opere d’arte antiche o uniche nel loro genere che, prive oramai della loro collocazione originaria o dell’utilizzazione a cui erano destinate, rischiano di andare in rovina per abbandono o per altri motivi. La «cura» delle opere d’arte non implica tuttavia la necessità di esporle. A chi domanda perché questo patrimonio, una volta difeso, si debba anche rendere accessibile al pubblico, risponderemo che ciò obbedisce ad uno scopo educativo.»

Ananda Coomaraswamy è stato certamente uno dei più acuti intellettuali della sua epoca oltreché uno dei più grandi studiosi della storia e del significato delle opere d’arte. La sua critica all’approccio accademico dei moderni esperti d’arte è forte, severa, lapidaria: per Coomaraswamy la società moderna è priva di arte poiché la nostra civiltà ha dimenticato lo scopo ultimo dell’arte, la sua filosofia

L’arte, o meglio, l’opera d’arte non deve suscitare una reazione emotiva, «epidermica», sensoriale, in un sol termine: «estetica», ma, al contrario, deve esprimere scienza, ovvero, deve essere conforme ed atta a rappresentare ciò che Platone definiva come modelli esemplari, gli «archetipi», le «essenze divine», le idee; perciò, l’opera d’arte per essere tale, deve essere sempre e comunque un’espressione visibile o udibile della Realtà divina, di ciò che è invisibile all’occhio, all’orecchio e alla mente. L’opera d’arte deve essere tanto utile praticamente quanto intellettualmente: ogni artefatto è uno strumento per la contemplazione. 

Anzitutto preme ricordare ai critici dell’arte, agli storici dell’arte ed anche e sopratutto agli artisti che non vi può essere nessuna arte laddove l’arte è fine a se stessa, senza scopo o «inutile», e, inoltre, laddove l’arte è priva di un significato oggettivo, condiviso; nelle società tradizionali (premoderne) non era mai esistita «l’arte per l’arte» sicché tutto ciò che veniva prodotto, ogni oggetto, ogni artefatto, veniva creato per «mezzo dell’arte»: «in una società tradizionale non esistono dubbi sullo scopo dell’arte: una volta stabilito che una cosa va fatta è con l’arte che la si deve eseguire»; spiega Coomaraswamy:

«Immaginiamo di passare in rassegna una collezione di opere greche, e di ricorrere a Platone come esperto. Egli ignora la distinzione moderna tra belle arti e arti applicate. Per lui pittura e agricoltura, musica, falegnameria o ceramica sono altrettante espressioni di poesia, cioè, etimologicamente del «fare» umano. Infatti, in accordo con Platone, Plotino afferma che arti come la musica o la lavorazione del legno non si basano sulla conoscenza umana ma sulla sapienza ideale.»

Se un Museo deve esporre delle opere, come ben sosteneva il maestro Ananda, deve farlo per uno scopo educativo, formativo, pedagogico, ma, per assolvere a tale scopo coloro i quali espongono le opere d’arte debbono essere in grado di spiegarne il significato. E qual’è il significato delle opere d’arte?

Anzitutto preme ricordare al lettore che nelle società tradizionali le opere d’arte erano sempre iconografiche e canoniche. L’opera d’arte nell’antichità esprimeva un significato universalmente intellegibile, codificabile, poiché espresso per mezzo del linguaggio artistico: il simbolismo. Tal linguaggio tutt’è tranne che arbitrario e relativo, ma, al contrario, prettamente scientifico:

«L’arte neolitica è astratta, o meglio algebrica, perché solo una forma algebrica può fungere da forma unica di una molteplicità  di cose diverse. Le forme dell’arte greca arcaica sono tali poiché solo in esse è possibile mantenere l’equilibrio di polarità tra il fisico e il metafisico. «L’aver dimenticato questo principio […] davanti al miraggio di modelli o disegni assoluti è forse la sciocchezza più grande commessa dall’astrattismo in arte». L’astrattista odierno dimentica che il collega formalista del Neolitico non era un decoratore di ambienti ma un metafisico, il quale sapeva cogliere la vita nella sua interezza  e doveva vivere del suo ingegno; un uomo che, al contrario di noi moderni, non viveva di solo pane.»

Ogni uomo nell’antichità possedeva un mestiere attraverso il quale esprimeva la propria individualità e la propria arte nel rispetto della propria funzione sociale. Nell’antichità nessuno pensava al profitto; tutti pensavano a realizzarsi «spiritualmente» attraverso il proprio lavoro, ovvero, attraverso la propria arte ed il proprio mestiere partecipando, di conseguenza, al benessere ed all’armonia sociale. L’uomo antico era un uomo «pienamente» realizzato* poiché nutriva sia il suo corpo che la sua anima. Ogni azione che quest’uomo eseguiva veniva preceduta dall’attività contemplativa. L’uomo antico attraverso la contemplazione ricercava l’«ispirazione divina»:

«I critici odierni parlano dell’artista come ispirato dagli oggetti che lo circondano o financo dal materiale impiegato. Ma è un uso errato del linguaggio, che preclude allo studioso la comprensione della letteratura e dell’arte antiche. Il significato univoco di «ispirazione» è l’influsso esercitato da una forza spirituale interiore; il dizionario Webster la definisce «influenza divina sovrannaturale». Può darsi che l’esperto, se è un razionalista, preferisca negarne l’esistenza, ma non potrà esimersi dal notare cha da Omero in poi il termine è stato sempre impiegato in un senso preciso, lo stesso, inteso da Dante quando dice che Amore, ossia lo Spirito Santo, lo «spira», «e a quel modo ch’ei ditta io vo significando» .

Ed ecco qual’è il punto: se si vuole comprendere l’arte antica, se si vuole acquisire virtute e canoscenza, e se si vuole restituire dignità all’essere umano poiché esso è il «Figlio di Dio», gli esperti, gli studiosi, gli intellettuali debbono fare uno sforzo immenso. Quello di ammettere a se stessi ed anche e sopratutto agli altri, alle masse, qual’è la verità sulle opere d’arte e sulla filosofia dell’arte, poiché ogni opera d’arte nell’antichità era prodotta tenendo fede al linguaggio simbolico, cosmologico e metafisico, ovvero, in un sol termine, «religioso»:

«Diciamo, dunque, al pubblico di che cosa trattano queste opere, senza limitarci, come è nostra abitudine a dire cose su di esse. Diciamogli la scomoda verità, ossia che la maggior parte di esse tratta di Dio, di quel Dio che ci guardiamo dal menzionare nella buona società. Abbiamo il coraggio di ammettere che se è nostro scopo proporre un’educazione che si accordi allo spirito e all’eloquenza delle opere esposte, non sarà un’educazione fondata sulla sensibilità, ma sulla filosofia nel significato attribuito a questa parola da Platone e da Aristotele, ossia su una ontologia e su una teologia intese come guide di vita, nonché su una saggezza da applicarsi alle situazioni quotidiane.»

Nelle società tradizionali ogni essere umano veniva considerato come uno speciale tipo di artista poiché ogni essere umano operava nel suo specifico campo d’azione (funzione sociale) portando a compimento dei capolavori. Nella società corporativa, delle arti e dei mestieri, ogni essere umano che possedeva un mestiere era considerato un maestro ed attraverso la propria arte (scienza) partecipava attivamente alla Realtà, realizzandosi sia materialmente che spiritualmente. Nella società moderna, invece, crediamo che l’arte non sia necessaria allo sviluppo dell’umanità, ma un lusso per pochi e che le masse possano vivere di solo pane. 

Ma come osserva Coomaraswamy, se è pur «vero che «l’animale razionale e mortale» con cui abbiamo finito con l’identificare l’«uomo», può vivere di «solo pane» […] L’espressione «solo pane» equivale ad «arte solo funzionale», ma «separare, come è nostra abitudine la funzione dal significato nel caso delle cosiddette «belle arti», equivale a esigere dalla maggioranza degli uomini di vivere di un’arte solo funzionale, di quel «solo pane» che non è altro che «le ghiande di cui i porci si pascono» e «se le arti funzionali sono le ghiande della vita, le cosiddette belle arti ne sono gli orpelli, e l’arte in generale non ha per noi alcun significato».

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