APPROFONDIMENTI

2. LA TRADIZIONE PRIMORDIALE DI GUIDO DE GIORGIO

a cura di Gianfranco Bertagni

La verità di Dio non può essere che una come il tutto è uno, come il principio del ritmo è il silenzio, della voce l’ineffabile, delle forme l’informale, ma le vie per giungere a Dio sono varie perché tutto è in Lui ed ogni punto della circonferenza è equidistante dal centro, cioè purché sia nell’asse centripeto che chiameremo asse tradizionale. La tradizione quindi è la confluenza di tutte le vie in Dio e la determinazione integrativa delle vie che conducono a Dio affinché Dio sia veramente il termine che si vuol raggiungere e l’uomo il punto di partenza di questo ritorno al ciclo divino. Se in un senso tutte le vie conducono a Dio nessuna di esse è sicura se non è stata percorsa, conosciuta come verace, accentrata diremo così, rettificata secondo l’asse tradizionale che costituisce la circolarità centripeta, la dipendenza dell’uomo da Dio, il convalidamento di questa dipendenza e la certezza del ritorno realizzatore.

Il termine “ritorno” non deve far pensare ad una cosa che – si stacchi da un’altra e vi si riconduca, poiché in Dio nulla si stacca da Dio e Dio è tutta la realtà: ma siccome l’ignoranza che è la caduta, il peccato, ha velato il centro frapponendo illusoriamente un distanziamento fra uomo e Dio, fine e scopo della tradizione è l’eliminazione di questa illusoria distanza, il superamento di questa fallace dualità, la fissazione di uno schema risolutivo che reintegra la verità di Dio con un processo realizzatore. La tradizione è quindi sacra perché considera tutto secondo Dio, riconduce tutto a Dio, viene da Dio verso l’uomo per ritornare a Dio, all’unità del Principio Supremo nella perfezione della Sua assolutezza. Essa è divina e non umana perché, ricongiungendo l’uomo a Dio, proviene necessariamente dal centro divino da cui si stacca solo in apparenza per ricondurvi l’uomo che se ne è allontanato vittima della sua ignoranza e della sua colpa.

Diremo che la tradizione è divina – non che è essa stessa Iddio perché nulla può essere dato, tramandato, trasmesso da Dio che non sia Dio stesso – ma diremo anche che la tradizione cessa quando si è effettuato il ritorno a Dio, quando cioè non vi è più che Dio e nulla può e deve ricondurvi, Egli solo essendo. Il carattere umano delle cose è illusorio, fallace, poiché ne l’uomo, ne le cose esistono se non per ritornare a Dio da cui sono apparentemente allontanate: quindi niente di più puerile che credere all’umanità delle cose umane perché si rivelano all’uomo per l’uomo come se l’uomo veramente esistesse e con lui le cose in funzione propria ed in autonomia reale e non fossero invece ambedue fuori di Dio unicamente in virtù dell’ignoranza che le concretizza, cioè le uccide e le rapprende. La tradizione implica la caduta, il peccato, l’ignoranza, l’uomo, il mondo, e determina una separazione netta, anche se provvisoria perché necessaria, tra l’umano ed il divino, la terra ed il cielo, il profano ed il sacro, l’errore e la verità, l’ortodossia e l’eterodossia, tra ciò che in Dio ritorna a Dio e ciò che, non essendo di Dio, non può ritornare a Lui.

Chi nega il carattere sacro della tradizione nega Iddio, e, negando Iddio, nega sé stesso e cade nell’assurdo più mostruoso, l’affermazione di una negazione, la limitazione di un nulla, la soppressione di una luce per cui ed in cui luce ciò che luce, condannandosi a non vedere mai ciò che vede e a vedere sempre ciò che non vede, ponendo la saggezza nella propria ignoranza e facendo di questo velo, di questa nube fluttuante, il termine fisso di un insabbiamento perpetuo. Negando Dio egli nega l’uomo, afferma ciò che non è, il nulla e terrificando il cielo, fa della terra il suo sepolcro, della morte vivendo e, morto, credendo di vivere. I negatori di Dio sono meno che peccatori, essi sono i vessilliferi della propria imbecillità, vittime di un assurdo che si compiace al sorriso d’una demenza puerile e riottosa poiché essi non negano in realtà se non ciò che negando affermano, fingendo d’ignorare persino il gioco della propria ignoranza. Tombe essi sono, cadaveri aspiranti ad una vita che non possono raggiungere perché incapaci di spezzare le pareti del proprio confinamento, chiusi nel circolo di una volontaria inadeguatezza. Costoro sono i repudiatori di se, gli eunuchi del mondo, i menomati, i minorati, gli imbelli e sono negatori di Dio tutti coloro che ripudiano il carattere sacro della tradizione, che ammettono altra sapienza che non la sapienza santa, altra scienza che non la scienza santa, altra conoscenza che non quella di Dio, altro fine nell’uomo che non il ritorno a Dio, altro deposito che non quello divino altra vita che non in Dio, altro essere che non Iddio, altra causa dell’errore e della colpa che non l’ignoranza di Dio: altro superumano che non quel che realmente è divino cioè al di là dell’uomo e non nell’uomo, ma nell’uomo per Dio, nelle cose e nel mondo per Dio, in Dio solo infine e per Dio con Dio.

L ‘uomo non può giungere a Dio senza Dio, e la tradizione è il veicolo necessario per l’abolizione del peccato e dell’illusione, per la dissipazione di quell’ignoranza che nasconde il suo vero destino, la sua vera paternità, la sua pura origine, riconducendolo al compimento della sua umanità che, pienamente realizzata, si rivela essenzialmente di ordine divino. La verità della tradizione consiste dunque nel suo carattere sacro per cui, separando il profano dal sacro, afferma che il profano stesso è sacro e nulla esiste che non sia sacro purché si diventi accessibili alla verità dell’asse tradizionale ove tutto confluisce in Dio. Ma l’ignoranza che ha determinato la caduta e l’illusione di un ordine che sia altro da quello divino, implica una dualità, la separazione stessa di questi due ordini che la tradizione afferma e da cui trae la legittimità della sua esistenza per tendere ad abolire il divieto dopo di averlo formulato; poiché nella formula stessa del divieto, nella separazione del divino dall’umano, risiede il segreto e il luogo della loro unificazione che avviene semplicemente non per giustapposizione, ma per dileguamento dell’errore che scorge il due nell’uno, la dualità in ciò che è al di là di essa.

Se la tradizione partisse dall’unità, non sarebbe più quello che è, cioè la via che vi riconduce, ma rimarrebbe in Dio anzi non sarebbe che Dio, ciò che precedentemente si è negato: essa dunque parte da Dio ed è destinata agli uomini che devono ritornarvi. Vi sarà finche esisterà 1’uomo essendo l’unico anello di congiunzione tra lui e Dio: scomparsa la tradizione, scompare il mondo: è bene fissare questa verità tanto più temibile quanto più gli uomini, vittime dell’ignoranza, non solo si allontanano dalla tradizione e vi si oppongono, ma impediscono persino a coloro che vi tendono di mantenerla come un deposito sacro che garantisce 1’esistenza e la conservazione del mondo. Riaffermarla dovrebbe essere lo sforzo che può ancora impedire la rovina dell’uomo e del mondo col ristabi1ire la via tra l’uomo e Dio dando al primo il solo punto di appoggio per il compimento della sua esistenza terrestre secondo l’ordine divino che ne giustifica lo sviluppo. La caduta infatti, cioè l’ignoranza, ha spalancato un cBsma, una voragine, una serie di stati che intercedono tra la morte e la vita per coloro che non sono morti prima di morire e che continueranno a morire dopo la morte. Insomma ciò che gli uomini devono temere non è ciò che può capitare loro in vita, ma ciò che capiterà loro dopo la morte, se invece di approfittare dell’esistenza terrestre per prepararsi alla traversata della voragine determinata dalla caduta, rimanendo uomini, cioè negando Dio, l’amplificano e vi cadono turbinando nella vera morte che è quella eterna.

L’ignoranza, cioè l’illusione, ha determinato questa realtà terribile degli stati post-mortem, del ciclo tenebroso che è destinato a coloro che hanno rifiutato la luce in terra negandosela cosi in eterno. Soltanto la tradizione permette il colmarsi di questa voragine su cui essa lancia solidissimi ponti, anche se esili ed invisibili, stabilendo cosi una nuova separazione, quella degli eletti e dei reietti che sono poi gli accettatori ed i rifiutatori della parola di Dio. L’occhio di Dio si posa solo su coloro i cui occhi si volgono a Lui e si allontana soltanto da coloro i cui occhi rifuggono da Lui: Iddio chiama a Sé quelli che lo chiamano ed è muto per quelli che lo negano: questa reciprocità non è sempre apparente, perché vi è nell’uomo ciò che dorme e ciò che veglia, ciò che dormendo veglia e vegliando dorme. L ‘accenno è più che sufficiente per coloro che sanno e vogliono capire ciò che è veramente il mistero della predestinazione e della grazia in quest’ambito. Da tutto ciò segue questa semplice verità: l’esistenza terrestre è per l’uomo un periodo di prova in cui è saggiata la sua virtù cioè la sua idoneità a ritornare a Dio dopo aver dissipato l’illusione che lo separa da Lui, dopo aver distrutto la voragine spalancata dalla caduta, dopo aver dileguato il fantasma di ciò che non è Dio, quando, Dio essendo tutto, solo Iddio è. Ma questo è il termine della via poiché questa giunge solo all’Eden, alla perfezione supraterrestre da cui l’ascesa verso Dio procede per stadi informali solo simbolicamente intelligibili. Per la massa degli uomini che vivono nell’illusione dell’ignoranza, il distacco da Dio è enorme, perché – si fissi ciò – esso è tanto più grande quanto più lontani essi sono dal conoscere sé stessi cioè dal realizzare la loro vera natura. Più si sprofonda in sé più ci si avvicina a Dio; poiché, discendendo in noi, saliamo in Dio ed il parallelismo è cosi essenziale da abolirsi in un unico asse che è appunto quello tradizionale.

La tradizione fa che l’uomo ritrovandosi Lo ritrovi, ma esige che l’uomo muoia ritrovandosi poiché egli deve rifare il percorso della voragine originata dalla caduta, deve uccidere l’ignoranza, abolirla, risolverla in saggezza, far si che la sua morte sia la sua vera vita e che la conoscenza del suo profondo sia la conoscenza di Dio col riassorbire tutti i gradi intermediari, col ripristinare lo stato edenico, integrando in sé tutta l’umanità e la cosmicità, tutte le possibilità umane del vizio e della virtù, del male e del bene, finche i due termini scompaiano, il vizio e il male siano sciolti dalle acque del Letè, e rimanga solo ciò che sempre fu, l’immortalità e l’eternità, la purezza della verità nell’amore cognitivo di Dio.

La tradizione fa si che il mondo stesso e l’uomo siano il luogo del ripristinamento edenico e che dalla concrezione ultima delle Forme parta il seme di quel fuoco che dalle Forme, ai Ritmi, al Silenzio arderà tutti i detriti dell’ignoranza in una progressione essa stessa generatrice degli stati raggiunti. Questa azione sacra deve compiersi in un combaciamento perfetto senza che vi sia costrizione o rivolta, in sopportazione o spasimo, con la fede che, sicura del miracolo, crea il miracolo, poiché l’uomo è ciò che pensa, ciò che crede, se il pensare sacro è credere e credere conoscere ed amare, essere. Ponendoci ad un punto di vista integrale, facciamo confluire tutte le vene in una sola senza soffermarci sulle differenze che le distinguono nell’analisi dei processi realizzatori, ma, considerando la grande sfera teocentrica, tutti i punti, tradizionalmente parlando, sono equidistanti non come intensità realizzatrici, ma come ortodossia di livello e sicurezza di ambito. Se in principio, come abbiamo detto, ogni via conduce a Dio purché si voglia giungere al solo Iddio che è il Dio vero, non ogni via è sicura di giungervi senza il sostegno tradizionale che traccia il percorso, ne vigila le insidie sorvegliando lo sforzo individuale e il ritmo particolare ad ogni uomo poiché ogni uomo è una falsa unità con caratteri specificatamente proprii che s’integra, andando a Dio, nell’unità vera. Dunque tante vie quanti gli uomini – potremo dire quanti gli esseri – ma tutte necessariamente comprese nell’ambito tradizionale che ne assicura la rettitudine di modo che tutte tendano al vero, Iddio, ognuna mantenendo la sua caratteristica specificatamente conforme alle possibilità dell’individuo. Ne risulta tutto un mondo che riplasma questo terrestre restituendogli la sua legittimità, facendolo sacro, epurandolo da ciò che non è conforme al suo destino, suggellandone ogni aspetto, rendendo ad ogni cosa la sua corrispondenza analogica ed il suo segreto simbolico, per cui ciò che prima non ha alcun senso ne acquista uno, ed anche le cose tenui s’ispessiscono di contenuto simbolico, mentre le cose apparentemente gravi si denudano di ogni orpello rettorico, e tutto si dispone gerarchicamente senza che la vita si mutili o si menomi anzi arricchendosi, intensificandosi in pulsazioni piene, in prospettive infinitamente complesse mentre l’elementarità restituita, snoda tutta la dovizia delle sue forme nell’ampiezza feconda del grembo tradizionale.

Si tratta di un denudamento e di una investizione: il mondo e l’uomo prima denudati sono sottoposti ad una investizione sacra: denudati cioè, purificati, investiti cioè atti a divenire il luogo del ritorno a Dio in conformità alla loro destinazione perché altro non è la parvenza del mondo e dell’uomo se non il segno di Dio e soltanto coloro che li riconoscono come tali sono sicuri di ritornare a Dio e di sciogliere integralmente le nebbie dell’ignoranza e dell’errore dinanzi alla luce della conoscenza realizzatrice.

Per coloro che sono incapaci di un solo pensiero profondo e di una sola visione reale, il mondo tradizionale è una limitazione ed una prigione: questo concetto, quest’errore sono l’origine dell’abbiezione umana attuale e si fecero strada negli uomini proprio quando l ‘Europa perdeva la sua tradizione medioevale per farsi permeare, contaminare, profanare dalla laicità superficiale, impudente, dall’ottusità della ragione e del senso, perdendo ogni dignità di pensiero ed ogni giustificazione di vita. Ma il mondo tradizionale per essere volto nell’asse della verità dà alla stessa vita un’intensità assolutamente ignota all’Occidente moderno perché ne scopre le scaturigini più celate, ne fa balzare torrenzialmente le posse più feconde, denuda l’uomo ed il mondo da un lato per capirne le vibrazioni più elementari, lo veste dall’altro di una rete di corrispondenze ove i rapporti sono percepiti nella loro determinazione più sottile, dal tempio fino alla casa improntando ogni cosa d’un senso sacro, profondo, ove tutto serve alla realizzazione della verità di Dio. La vita nel mondo tradizionale, è veramente pericolosa nel duplice senso che ha il termine latino periculum; essa è un'”esperienza” e un “rischio” o, per meglio dire una “rischiosa esperienza”, ove l’uomo, mai distratto, è posto di fronte alla sua nudità, in un ambiente ove tutte le realtà di bene e di male, di santificazione e di dannazione sono rese possibili perché tutte le forze sono scatenate per vagliarne l’intensità realizzatrice, empito pulsante, pluritonale, interno, profondo, reale, umano, di cui l’asse tradizionale è come la diga di macigni contro cui s’infrangono le tempeste.

L ‘umanità attuale non ha neppure l’idea più vaga di tutta la ricchezza, di tutta la varietà, di tutta la complessità di un periodo veramente tradizionale, della libertà che vi regna, delle possibilità infinite che esso offre, del suo tono intenso di vita, ove l’arte, nel senso profano, non esiste perché la vita stessa è arte, mentre l’arte vera è simbologia, cioè determinazione dei complessi plastici capaci di permettere la realizzazione del divino. La commozione stessa che suscita nei moderni la contemplazione dell’arte tradizionale nelle sue forme più semplici – cosa, oggetto, mobile, porta – è indice dell’intensità della vita d’allora tutta vibrante di ritmi assolutamente ignoti ai moderni perché, aborrendo da ogni artificio limitativo, essa coglieva nell’uomo e nel mondo i complessi più fecondi e, coll’apparente monotonia degli schemi, immetteva forze di ogni genere produttrici di esperienze veramente decisive di cui i cerchi massimi erano la santificazione e la dannazione, il santo ed il reprobo tra i quali si snodavano volute di ogni grado completando il dominio delle possibilità contenute nell’asse tradizionale.

In un mondo simile tutto è a posto: male bene, verità errore, virtù vizio, saggezza ignoranza: anzi gli opposti si manifestano in tutta la loro nettezza per provare la forza del carattere e porre la coscienza dinnanzi all’alternativa radicale che, ricondotta ai due ordini tipici, è poi quella del divino e dell’umano. Si osservi che questi due termini non sono mai stati tanto confusi, tanto profanati quanto nell’epoca attuale, anzi diremo di più: il termine “umano” designa quasi sempre ciò che è nettamente bestiale, mentre è riputato divino soltanto ciò che è appena umano. In un mondo tradizionale invece una confusione così diabolicamente feconda di tanti errori è impossibile, perché il dominio del sacro e del profano è nettamente determinato, anzi più che determinare il profano, viene fissato ciò che è sacro, per cui è facile per esclusione, conoscere ciò che non lo è. Se si dovesse esprimere in termini ancor più chiari la differenza tra un mondo tradizionale ed una società che non più aderisce, o almeno liminarmente, alle verità di ordine divino, dovremmo dire che nel primo è Iddio che parla per bocca di coloro che ne guidano i destini, mentre presso la seconda sono gli uomini che parlano in nome di Dio facendo del loro prestigio un uso puramente diabolico e volgendo la loro potenza al discredito di quelle verità senza le quali ne il mondo ne l’uomo possono esistere normalmente.

Finora si è parlato della Tradizione in genere il cui compito è stato precisato nelle sue linee generali senza alludere ad alcuna delle tradizioni esistite o esistenti: ciascuna di queste determina un complesso normativo secondo la verità che propone e la disposizione divina da cui emana: anzi la loro diversità dipende da quest’ultimo fattore che è il più importante ed il più nettamente determinativo. È evidente che per abbracciare la totalità tradizionale bisogna porsi da un punto di vista integrativo che comprende tutte le forme tradizionali senza confonderle, anzi mantenendo rigorosamente le differenze la cui ragione d’esistere è d’un ordine duplice: dapprima quella che imperfettamente si potrebbe chiamare l’attualizzarsi dell’espressione divina e in seguito la necessità del tempo e dei popoli presso cui esse sono apparse. Al disopra quindi di tutte le forme tradizionali vi è la Tradizione Primordiale, come al di sopra di ogni manifestazione divina vi è Iddio in cui si attualizza in sede universale ciò che nelle tradizioni particolari è presentato come destinato a popoli e razze determinate in un complesso fisso che contiene, oltre una visione definita del divino, i vari mezzi per realizzarla efficientemente. La Tradizione Primordiale oltrepassa i confini di una forma tradizionale determinata e quindi non è possibile precisarne i limiti e definirne l’ambito, né è questo il luogo di accennare, ciò che è stato già fatto, ma che per noi non ha un grande interesse, alla sua localizzazione nello spazio ed alla sua fissazione nel tempo. Ponendoci ad un punto di vista nettamente integrativo, diremo che la Tradizione Primordiale deve distinguersi dalle successive forme tradizionali per i seguenti caratteri: essa è diretta, risolutiva ed immediata. Diretta perché è stata la prima e conserva il tipo originario dell’aderenza completa al Principio Divino da cui emana: risolutiva per la sua estrema semplicità, essendo più un lampeggiamento rivelatorio che un veicolo determinato: immediata perché permette la realizzazione integrativa senza residui e senza transizioni intermediarie. Si pensi un mondo elementare, ed una umanità elementare la cui vita è tutta sacra, in cui non vi è nessun margine che si sottragga allo sguardo di Dio che immediatamente scende sull’uomo e lo guida. Si pensi alla consacrazione di ogni atto, di ogni gesto, di ogni pensiero, alla denudazione dell’uomo privo di qualsiasi idea che non sia quella di Dio; alla permeazione radicale attraverso il mondo delle Forme scioglientesi nei Ritmi e risolventesi nel Silenzio. Si pensi all’assenza di ogni culto che non sia il culto stesso del mondo in Dio, all’assenza di ogni tempio che non sia l’universo intero, alla realizzazione integrale dell’unità divina nella trascendenza di tutte le Forme rese trasparenti in modo da rivelare attraverso la tenuità della trama la presenza di Dio. Si pensi ogni uomo sacerdote, il mondo tempio, tutta la vita un rito, la confluenza di tutte le voci nel silenzio, ogni pensiero una realizzazione, ogni gesto un atto di luce, l’incedere tra le forme permeabili di questi Figli di Dio nella grande pace, fruenti del segreto della creazione in una polarità indefettibile, col cuore epurato dal vincolo della servitù corporale, in una radiazione uguale e costante univertendosi, come il simbolo cruciale, nella verticalità e nella orizzontalità assoluta mentre l’alone circolare si svolge secondo il centro della Croce, rotando e permanendo nella ritmicità del ciclo divino.

Si pensi alla vita come ad una santificazione, all’unico e vero tempio, il Cuore, dell’unico vero Iddio, il cui nome è il soffio, il cui ritmo è il respiro cosmico, la cui creazione è di ogni istante, che si manifesta in un lunghissimo giorno e si occulta in una lunghissima notte come il sole che appare lungamente e lungamente dispare nella solitudine polare.

Si pensi a un mondo in cui le stagioni siano due, una lunga notte ed un lungo giorno ed ove degli uomini contemplano Iddio in un mondo ancor tiepido del soffio divino, unificato dalla centralità permanente, prima che la divisione dell’anno fosse quel che ora è, senza la ricorrenza quotidiana della notte e del giorno, nella pura intellettualità permeante tutti gli stati umani, nell’attualizzazione permanente del pensiero che si realizza nelle Forme con una transfigurazione costante ed una risoluzione infinita.

Si pensi alla vita tutta contemplazione senza alcuna intermissione di sensibilità sognatrice o di sensualità depauperante.

Si pensi ad una libertà assoluta nella radiazione cognitiva che ama ignorando di amare e s’unisce ignorando di unirsi.

Si pensi all’elementarità radicale che ha per legge il soffio di Dio e per ambito la vita di Dio. Sapienza di Dio nel tempio di Dio, uomini di Dio nel mondo di Dio, questa è la Tradizione Primordiale diretta, risolutiva ed immediata nella fulgurazione della manifestazione e nella lunga notte polare dell’Immanifesto, alveo di tenebra divina ove si chiude anche il nome Suo in un abisso senz’orme e senza fondo, sonno di Dio in Dio.

Tutto è sacro dove non vi è profano, dove tutti gli uomini sono partecipi della saggezza divina, dove la vita stessa è realizzazione perché vissuta in Dio e contemplata in Dio, ove ogni espressione è espressione di Dio, ove tutto viene da Dio e ritorna a Dio permanendo in Dio, ove tutti sono sacerdoti perché compiono il rito della vita che è veramente la Vita, ove il vero Iddio risiede nel cuore dell’uomo epurato da ogni umana scoria, ove tutto, interno ed esterno, superiore ed inferiore, confluisce nell’asse divino che è lo stesso asse tradizionale, ove la realizzazione assume la sua forma più alta, conoscenza diretta di Dio, ove non vi è sentimento perturbatore, ove l’intellettualità pura costituisce il raggio solare che da Dio discende all’uomo, dall’uomo risale a Dio e da Dio sprofonda nella notte di Dio, nel dominio segreto dell’Ineffabile.

Il mondo stesso converge nella radiazione unipeta, ridotto alla sua elementarità che meglio riflette lo schema divino, giorno di Dio e notte di Dio, ritmo del soffio che emette e riprende da sé a sé nel Sé, svelandosi e valendosi come l’occhio che si apre e chiude lungamente sulle Forme e nel Silenzio emergono le Forme e i Ritmi snodantisi crucialmente nell’universalità formale per riassorbirsi nell’universalità informale con un equilibrio assoluto di vita divina.

Il mondo è il cuore dell’uomo, intelletto centrale che nel duplice ritmo di diastole e sistole, si manifesta e si immanifesta, lanciando la vita e riprendendola, giorno e notte, ma giorno che è giorno e notte che è notte, integralmente volgendosi nel duplice aspetto del fuori e del dentro, del basso e dell’alto, mondo e Dio, Dio e mondo, né mondo né Dio perché tutto tutto Iddio.

Questa è la Tradizione Primordiale e questi sono gli uomini della prima età del primo mondo, esseri di pura conoscenza, esseri di pura contemplazione aventi in sé il proprio tempio, nel combaciamento di due alvei, il cuore ed il mondo, cuore di Dio e mondo di Dio in una concordia che era veramente l’unificazione dei cuori nell’intellettualità del Cuore sede dello Spirito Divino che si dilata nelle Forme e nei Ritmi e si concentra nel Silenzio amandosi in conoscenza e conoscendosi in amore. Da questa sorgente originaria derivano i grandi fiumi tradizionali, le varie forme tradizionali, tutte ricollegate alla Tradizione Primordiale a cui devono la giustificazione della loro vita, l’efficacia dei loro metodi e l’ortodossia dei loro principi. Come i fiumi discendono, irrigano e fecondano, e come l’esigua sorgente alpina li alimenta indefettibilmente, così le varie forme tradizionali emanano dalla Tradizione Primordiale per ricongiungere gli uomini al Principio Divino e ricondurli, attraverso la molteplicità delle vene acquee, alla sorgente che incessantemente le vivifica. Esse sono opera di Dio e ritornano a Lui: raggi fluviali che scaturiti dalla sorgente nascosta ed invisibile perché lontana e remota, tracciano il loro percorso tra luoghi impervii, li fecondano, danno loro vita, sfociano nell’oceano circolare che circonda la terra da ogni parte e ne assicura l’equilibrio. Si fissi il simbolo e si realizzerà la circolarità delle acque marine di cui i fiumi sono altrettanti raggi confluenti nel centro unico che è la sorgente, cioè la Tradizione Primordiale: questa è realmente il centro, il cuore della terra mentre i fiumi, cioè le varie forme tradizionali, sono le vene della terra che distribuisce l'”acqua di vita”, la linfa divina, dolce all’inizio, intorbidata da tutte le scorie e da tutti i detriti, fino a diventare amara e salata quando forma la massa oceanica che circonda la terra. Mentre l’acqua dei fiumi è dolce e bevibile, non lo è quella del mare che si deve attraversare per oltrepassare la terrestrialità ed assurgere di nuovo agli stati superiori del vero mondo i cui anelli siderei simboleggiano le approssimazioni divine.

La Tradizione Primordiale rappresenta adunque la purezza dell’insegnamento divino nella Sua espressione più genuina, più semplice, più difficile, assolutamente intellettuale, destinata agli uomini remoti di un mondo remoto ove l’aderenza al divino era più completa e sicura: si può dire quindi che essa non ha neppure una forma determinata, racchiudendo sic et simpliciter la Verità direttamente realizzabile da coloro che possono, vivendo, integrarla, perché, come abbiamo detto, tutto è sacro all’inizio nella corrispondenza dell’interno e dell’esterno che non permette alcuna immissione. Le varie forme tradizionali invece si presentano determinativamente limitate ad un’espressione fissa che non può essere che quello che è per adattarsi al momento in cui si sono manifestate e agli uomini già lontani dalla primitiva perfezione. Ma se gli uomini sono imperfetti non si deve concludere all’imperfezione delle forme tradizionali che, tutte di origine divina, offrono integralmente la verità anche mantenendo un punto di vista che è affermato come esclusivo di ogni altro per garantire la sicurezza dei risultati a cui si giunge conformandovisi.

Tutto è disposto secondo il piano provvidenziale e questa è la ragione delle forme tradizionali varie la cui successione ed il cui sviluppo si riferiscono ad un attributo del Signore, la Clemenza, per cui tutti gli uomini hanno un veicolo adatto al ritorno verso il principio da cui si sono allontanati e senza del quale la loro stessa esistenza sarebbe priva di valore o significato. Ma vi è di più: la varietà delle forme tradizionali risponde ad un’altra più profonda, esigenza, un’unità nella molteplicità, la centralità divina attraverso le divergenze dei punti di partenza, senza che le vie si confondano, poiché ogni forma tradizionale è inconfondibile come il raggio che da un punto della circonferenza va al centro ne si deflette o si unisce con gli altri raggi che provengono da altri punti. Ogni vera forma tradizionale è quindi strettamente ortodossa e la sua norma è inassociabile a quella di altre tradizioni perché in tal caso si giungerebbe ad un assurdo, la confusione dei punti di partenza, l’immistione delle vie realizzatrici, l’impossibilità di seguire un processo definitivo e risolutivo: ogni tentativo di tal genere è condannato alla sterilità perché proviene da un’unione mostruosa. Quindi si condanna da se ogni forma di sincretismo – e non mancano in quest’epoca di completa decadenza spirituale – ogni confusione di vie che proviene dall’ignoranza delle virtualità contenute in ciascuna di esse. È consigliabile perciò ed è prudente che gli uomini, per il destino delle loro anime, aderiscano alla tradizione a cui appartengono senza condannare – ciò che sarebbe assurdo – e senza occuparsi delle altre forme tradizionali per interpretarle erroneamente e cercare di confonderle con la propria. Ciò è più sicuro per essi perché la delimitazione della via garantisce la possibilità del successo, e ciò che è in gioco, il destino della propria anima, è veramente troppo importante per essere così scioccamente compromesso. Troppi sono gli elementi positivi che assicurano all’uomo il suo destino nell’ambito della sua stessa tradizione, elementi di ogni sorta, che lo sostengono, lo incitano, lo preservano dagli errori; egli è sicuro di seguire una via di cui conosce gli sviluppi, che tutti percorrono intorno a lui, a cui in fondo è destinato per essere egli nato in quel determinato ambito tradizionale. Le così dette conversioni perciò hanno quasi sempre un carattere dubbio perché sono innaturali e perfino in contrasto aperto col piano provvidenziale divino, che ha destinato a ciascuno la sua vita. S’intende che parliamo di passaggio da una forma tradizionale ortodossa a un’altra ugualmente ortodossa /… /

Quindi risulta da ciò che ogni forma tradizionale è bene conservi il suo ambito ed il proselitismo ed il persecuzionismo sono assolutamente dannosi, e, più che tali, contrari alla Provvidenza divina che ha voluto e disposto le varie forme tradizionali. Ma come abbiamo detto, tutte queste forme confluiscono in uno stesso punto che è la ragione della loro centralità.

Qui s’impone un’osservazione: l’espressione “medesimo punto” “medesimo centro” non deve far pensare a qualcosa di materialmente identico, insomma ad una pseudounità formale: il centro è Iddio e l’unità Sua è unità divina, Identità Suprema, indesignabile, ineffabile, ma assolutamente inconfondibile con ciò che l’uomo designa come tale nell’ambito delle cose sensibili, immaginabili o concepibili. Questo “punto”, questo “centro” è precisamente l’origine delle forme tradizionali, la giustificazione della loro ortodossia e del loro carattere sacro perché esse sono superumane, d’ordine assolutamente rivelatorio. Ma se schematicamente .tutte le tradizioni tracciano una linea che dall’uomo giunge fino a Dio, essa è seminata di tappe, di punti; ognuno degli uomini giunge fin dove è destinato che giunga e non oltre. Diciamo questo per sfatare l’errore così frequente dei pseudomistici moderni i quali, considerando nel modo più ingenuamente semplicistico il rapporto uomo-Dio, ignorano la complessità del processo risolutivo della creatura nel Creatore, la difficoltà del compito che la tradizione facilita ma non elimina, lasciando a ciascuno la responsabilità dello sforzo, i rischi delle cadute e l’autonomia nella scelta del proprio sentiero.

“Ars una, species mille”! Se è vero che “chi s’aiuta Iddio l’aiuta” non è meno vero che bisogna cominciare ad aiutarsi per sollecitare l’aiuto divino: si potrebbe dire che Dio sia vicino a coloro che salgono a Lui facendo della loro morte il principio della vera vita di modo che vi è un doppio processo dall’umano a divino e dal divino all’umano – absit iniuria verbis! – fino al limite d’intersezione tra l’umano e il divino, punto cruciale, risolutivo, nel quale l’umano si dilegua e rimane il divino onde si inizia solo di qui l’ascensione vera e propria nel modo soprannaturale.

Questi accenni alla complessità della realizzazione fanno comprendere l’ampiezza di ogni forma tradizionale che tende a fare della vita un rito per avvicinarsi alla purezza della Tradizione Primordiale e lancia un’infinità di ponti, semina una infinità di “sostegni”, distingue un’infinità di “sentieri” per permettere a tutti gli uomini che seguono la via di Dio di realizzare una perfezione connaturata alle loro possibilità. Ogni passo in questa via, ogni progresso, per piccolo che sia, è enorme in rapporto alla semplice condizione dell’uomo a-tradizionale o anti-tradizionale il quale vive profanamente, fuori del tempio di Dio, ed aumenta il cumulo dei residui umani che costituiscono una specie di sentina eterna, serbatoio di detriti cosmici, precipitazione infera permanente. Mentre affermiamo la necessità che le varie forme tradizionali rimangano inconfondibili e nettamente autonome per la diversità e la varietà del punto di partenza che determina la direzione del raggio centripeto e l’impossibilità di sovrapporre, assimilare, sincretizzare la norma di sviluppi tradizionali differenti, dobbiamo però risolutamente affermare che è possibile – a pochissimi soltanto – porsi ad un punto di confluenza tradizionale ove il processo unipeto appare in tutta la sua evidenza e le varie forme tradizionali sfociano nella Tradizione Primordiale che le comprende perché è la più alta, la più pura, la più diretta e risolutiva. Questo punto deve necessariamente essere lontano dal termine iniziale del processo, cioè dalla circonferenza da cui parte il raggio o asse tradizionale, perché, come abbiamo detto, la visione unificatrice è qui impossibile senza confondere o imbastardire la direzione tradizionale. Questo punto sarà lontanissimo dal punto di partenza, anzi sarà il più lontano di tutti i punti del raggio che dalla circonferenza va fino al centro: questo punto è il centro stesso ove tutte le Forme Tradizionali confluiscono. Solo nel centro si opera l’unificazione nell’asse unico della Tradizione Primordiale e tutte le prospettive, pur rimanendo differenti e distinte, rivelano l’essenza della Verità divina una e indivisibile.

Nell’impossibilità di dare un’immagine adeguata a ciò che per sua natura è inesprimibile, si pensi ad una sorgente unica di luce che si riflette e riflettendosi si sfaccetta, s’irida, si divide e da ciascuna di queste nuove luci s’irradia, s’estende, e circolarmente ritorna alla sorgente da cui è nata. Coloro che si pongono al centro risolvono la varietà prismatica nell’unità tradizionale e seguono nei vari raggi e nei punti disseminati lungo questi raggi, cioè nelle varie forme tradizionali, corrispondenze certe, sicure, hanno di tutte queste forme una visione integrale, completa, radicale e ne comprendono esattamente la natura, ne scorgono le strutture più intime, i segreti più riposti.

Indubbiamente una visione integrativa simile costituisce l’apice della realizzazione tradizionale e implica la conoscenza dei simboli di cui ogni forma tradizionale fa uso per l’impossibilità di esprimere certe verità e di farne sentire il valore ed il senso profondo se non simbolicamente. Questa visione è riservata a pochissimi e questi pochissimi sono i Maestri: attualmente ne conosciamo uno solo.

Riponendosi nell’asse assoluto della Tradizione Primordiale da cui tutte le forme tradizionali si fanno permeabili, trasparenti, si giunge alla multivisione riservata alla centralità consapevole e realizzatrice ove ogni processo, ogni simbolo, ogni stato, è ricondotto alla sua natura vera in una comprensione unipeta che attraversa strato su strato, parificando e per così dire assificando tutto il complesso tradizionale. Più che una visione, questa è un’integrazione realizzatrice che coglie tutte le voci del coro tradizionale e le unifica, le modula, in una teodia immensa ed unitonale. Questa realizzazione è veramente il segreto dell’unità tradizionale, la riduzione delle divergenze nell’equilibrio assiale ove la Tradizione di tutte le Tradizioni è l’espressione diretta della faccia di Dio contemplata immediatamente, risolutivamente dinanzi al trono della maestà divina fin dove può giungere lo sguardo epurato da ogni nebbia umana. Un progresso ulteriore è necessariamente meta-tradizionale perché si compie senza compiersi, senza passaggio, senza ascesa, senza gradi, spontaneamente, in uno sbocciare di luce in luce prima, in uno sprofondare di tenebra in tenebra poi, fino alla soglia dell’Identità Suprema.

Su questa soglia la tradizione si dilegua perché nulla vi è più da insegnare, nessuno più da guidare, né maestro, né discepolo, né adorante, né adorato, né meta, né fine, né amante, né amato, né via che meni, né centro a cui si tenda, ma vi si consuma la transfigurazione di Colui che creando distrugge e distruggendo crea, di Colui che immillandosi permane uno, uno dell’uno nell’uno, Dio di Dio in Dio, Santo, Santo, Santo.

Questo è veramente il termine della conoscenza integrale, della scienza sacra che, dalla Tradizione Primordiale alle varie forme tradizionali che l’esprimono, fu di età in età trasmessa per opera dei sacerdoti dello spirito agli uomini perché l’umanità e il mondo non siano un vincolo né una prigione né una caduta, ma il luogo stesso ove, vinta la morte, s’opera la resurrezione della carne nel nome, nel segno e nella legge di Dio.

La Tradizione Primordiale dell’Impero Planetario nell’iconografia cinese
Il culto di Giano e Giana identificati rispettivamente con Apollo e Diana nei “Saturnalia” di Macrobio

3. IL DIO PRIMORDIALE E TRIPLICE

Corrispondenze esoteriche ed iconografiche nelle tradizioni antiche

a cura di Marco Maculotti (Axis Mundi)

Nelle tradizioni antiche di tutto il mondo si trova riferimento a un dio delle origini, venuto in esistenza prima di ogni altra cosa, creatore di tutto ciò che è manifesto e ugualmente di tutto ciò che è immanifesto. Le più disparate tradizioni mitiche dipingono il dio primordiale come contenente tutte le potenzialità e le polarità dell’universo, luce e tenebre, spirito e materia, e così via. Per questo, viene spesso rappresentato con due volti (Giano bifronte) se non addirittura con tre (Trimurti indù). Tuttavia, il più delle volte egli è considerato invisibile, nascosto, difficilmente rappresentabile se non in una forma allegorica, esoterica, che fa sovente riferimento all’unione del principio luminoso e igneo, ‘maschile’, con quello oscuro e acqueo, ‘femminile’. Nelle tradizioni di tutto il mondo, tale dio primordiale non viene onorato con un culto proprio, dal momento che si ritiene che ormai viva troppo lontano dall’uomo e gli affari umani non lo riguardano: per questo, si parla spesso di questa divinità massima come di un deus otiosus.

Tradizione Mexica

Nella tradizione mexica, il primo dio a venire all’esistenza fu Ometeotl, il ‘Signore Due‘, creatore di tutte le cose e reggente del tredicesimo cielo: egli conteneva i semi di qualunque dualità e polarità esistente in potenzialità nel cosmo. A sua volta, questi si è diviso in illo tempore in una parte femminile (Omecíhuatl) e in una maschile (Ometecuhtli). Nella percezione mesoamericana troviamo dunque un dio primordiale ed unico, che veniva considerato otiosus perché viveva al culmine della creazione, nel 13° cielo, dal quale emergono in seguito due porzioni dell’essenza stessa del dio e cominciano nuovamente una lunga catena di creazione di nuovi enti divini, a loro sottoposti.

Tradizione Germanica

Riguardo alla tradizione ario-germanica, Guido von List rilevò che il dio primordiale ed invisibile è denominato Surtur  («stabile nel primordiale» o «stabile nell’eterno») «lo Scuro», al tempo stesso la sostanza primordiale e il ‘Grande Spirito’ che aleggia sulle tenebre dell’abisso primordiale, lo ‘spirito della salvezza’, duplice mistero che si sviluppa in seguito come ‘duplice unità’, ripartendosi in una polarità maschile (Allsatur, Padre Universale, il primo Logos, vale a dire il dio manifestatosi come ‘Spirito del Mondo’, creatore di ogni cosa, demiurgo) e in una femminile (Hyle, materia/elemento primordiale, matrice cosmica di ogni essere, Grande Dea Madre). Gli insegnamenti esoterici dell’armanismo ricostruito da List contemplavano quindi «una tripartizione, o meglio un triplice stato del concetto di Dio, per cui il dio originario era rappresentato come androgino, ossia bisessuato» (La religione degli Ariogermani, p.36). In una prima fase della creazione, prosegue List, questo dio occulto si manifesta proprio con il movimento, partendo da se stesso, rivelandosi come primo Logos, emanando in seguito da sé i primi quattro elementi. List chiama Surtur «incommisurata forza latente […] causa originaria incausata […] causa originaria impersonale […] ‘il dio nascosto‘ […] spirito impersonale, immateriale, che è allo stesso momento tempo e spazio».

Tradizione Celtica

Le popolazioni celtiche dell’Europa continentale adorarono come dio supremo Lugos o Lug («luce»—ma si noti anche l’assonanza con «Logos»), che Giulio Cesare nel De bello gallico fa corrispondere (piuttosto superficialmente) al Mercurio romano. Egli è spesso rappresentato con tre volti, come il Brahma indù, che stanno a significare l’unione degli opposti presenti nella sua divinità assoluta. Si tratta dell’equivalente celtico di Odino che, come apprendiamo da Jean Markele, mantiene la caratteristica duale del dio primordiale ario-germanico Surtur, quasi per un passaggio di consegne (Il druidismo, p.82):

« Essendo ad un tempo Tuatha e Fomori, Lug partecipa di una doppia originale natura, ciò che gli darà il suo carattere eccezionale e, in ultima analisi, al di fuori di ogni classificazione. In effetti, non solo egli ha, dei Tuatha Dé Danann, la potenza organizzatrice, socializzata e spiritualizzata all’estremo, ma vi aggiunge, dei Fomori, la forza bruta, istintiva, non organizzata ma terribilmente efficace. Lug è una vera sintesi di due forze che si oppongono e si combattono. È l’incarnazione stessa di un monismo filosofico, la constatazione personalizzata del rifiuto celtico del principio della dualità. »

Markele ci informa anche che dal dio prende il nome la città di Lione (assonanza con il leone, da tenere a mente quando troveremo dèi equivalenti dotati del simbolismo leonino). L’animale sacro a Lug tuttavia è il corvo; l’autore spiega con queste parole il perché di questo apparente paradosso (pag.86):

« Il nome Lug è indubbiamente in rapporto ad una radice che significa ‘luce’ e ‘biancore’ (greco leukos, latino lux) e il corvo, per il suo colore nero, sembra esprimere maggiormente la notte o l’oscurità. »

In Lug, quindi, coincidono e convivono i due principi supremi, luce ed oscurità, organizzazione e forza bruta. A buon diritto, dunque, egli è visto da Markele come il dio primordiale e supremo delle antiche popolazioni celtiche.

Tradizione Indiana

Come è risaputo, la Trimūrti indiana incarna i tre principali aspetti divini, manifestati nelle forme di tre importanti divinità archetipiche: Brahma il Creatore, Shiva il Distruttore e Vishnu il Conservatore, spesso concepiti come un’unica divinità (da ciò la rappresentazione di un solo dio con tre teste o volti; sanscrito: trishiras, «triplice testa»). Secondo la tradizione indù, questa triade di figure divine equivale a tre aspetti differenti dello stesso e unico dio primordiale (a volte chiamato Īśvara dagli śivaiti). In alcune narrazioni mitiche si dice che questi primi tre dèi siano nati dall’uovo primordiale deposto da Ammavaru all’inizio dei tempi.

I tre dèi primordiali indù sono anche associati ai guna, vale a dire le tre qualità costitutive di tutto ciò che esiste nel cosmo: Brahma è associato alla guna Rajas, Vishnu alla guna Sattva e Shiva alla guna Tamas. Ad essi sono anche associati gli elementi primordiali: Brahma rappresenta l’Aria, creatrice di vita, che feconda la Terra (la dea, variamente denominata); Vishnu l’acqua, che mantiene la vita; Shiva il fuoco che continuamente distrugge e trasforma. Tuttavia, le corrispondenze con le tre funzioni e gli elementi varia a seconda delle varie tradizioni locali: a volte la funzione creativa spetta a Shiva e quella distruttiva a Brahma. Presso altri popoli Vishnu assurge allo stato di divinità suprema relegando gli altri due aspetti a sue funzioni. Nel Kashmir e in alcune zone dell’India meridionale, invece, gli śivaiti adorano Shiva come incarnazione del triplice principio dell’intera Trimurti: ciò artisticamente viene reso mostrando il corpo di Shiva e Vishnu e Brahma che escono rispettivamente dal suo fianco sinistro e destro.

In più, la tradizione śivaita riconosce anche la divisione originale del dio in due manifestazioni, una invisibile e creativa (Shiva, il dio) e una visibile e ricettiva (Shakti, la dea). A tal riguardo, facciamo notare che anche l’antichissimo dio vedico Varuna contiene al suo interno i due aspetti maschile e femminile dell’intelligenza divina, come si comprende dall’analisi dell’etimologia del suo nome originario Ua-ra-ana, ‘figlio e figlia della (dea madre) Ana’, vale a dire polarità maschile e polarità femminile originati dalla sostanza primordiale cosmica, al tempo stesso spirito e materia (Mario Zisa, Storia della dea madre e della triade primeva).

Tradizione Romana: Giano

Per gli antichi Romani il dio primordiale è Giano (Ianus) bifronte, i cui epiteti sono «dio degli inizi», «dio degli dèi», «padre degli dèi», «padre del mattino» (l’animale sacro al dio è il gallo, animale solare che con il suo canto inaugura il giorno). Settimio Sereno lo chiama «principio degli dèi e acuto seminatore di cose». Varrone riporta per Giano l’epiteto di Cerus (cioè «creatore»), perché «come iniziatore del mondo Giano è il creatore per eccellenza». Il console e augure Marco Valerio Messalla Rufo scrive nel libro sugli Auspici che Giano è colui «che plasma e governa ogni cosa» e che «unì circondandole con il cielo l’essenza dell’acqua e della terra, pesante e tendente a scendere in basso, e quella del fuoco e dell’aria, leggera e tendente a sfuggire verso l’alto», aggiungendo che «fu l’immane forza del cielo a tenere legate le due forze contrastanti». È interessante notare che gli antichi mettevano il nome del dio in relazione al movimento: Macrobio e Cicerone lo facevano derivare dal verbo ire («andare»), perché secondo Macrobio «il mondo va sempre, muovendosi in cerchio e partendo da se stesso a se stesso ritorna».

Per quanto riguarda l’aspetto strettamente iconografico del dio, egli tiene nella mano destra la verga  (o lo scettro) e nella sinistra le chiavi. Guido de Giorgio nota che la duplicità degli aspetti di Giano, qualunque forma essa prenda, non decompone l’unità sostanziale della sua divinità; ciò, secondo l’autore, è un riferimento alla Tradizione Primordiale rappresentato «dall’unità dei due aspetti o se si vuole da una terza faccia di Giano che non è visibile, né può esserlo, in cui si neutralizzano le due visibili» (La Tradizione Romana, p.182, corsivo nostro). Questo terzo volto del dio equivale al «dio nascosto» di moltissime tradizioni arcaiche, creatore di ogni cosa e generatore in primo luogo dei principi primordiali maschile e femminile, attivo e passivo, spirituale e materiale, spaziale e temporale. Ma, mentre le manifestazioni dualistiche che procedono dal Principio sono visibili nella rappresentazione delle due facce visibili del dio, la terza rimane necessariamente invisibile, giacché contenendo virtualmente ogni potenzialità dell’essere, tutto e il contrario di tutto, non può essere rappresentata. Citiamo de Giorgio stesso (p.182):

« La bifacialità di Giano rappresenta l’equipollenza e l’equivalenza dei contrari nell’unità sostanziale e invisibile del dio. Così, se si parla di passato e futuro, il termine neutro di risoluzione sarà il presente che non esiste nel tempo, ma solo nell’eternità: in altri termini, la bifacialità suppone l’afacialità che la comprende e che è il Supremo fra i due estremi. »

Questa bifacialità (o trifacialità, come la trimurti indù) che caratterizza solo Giano tra tutti gli dèi degli antichi latini, lo rende indubbiamente il dio primordiale ed originario della teogonia romana. Su ciò è d’accordo anche lo stesso de Giorgio (p.184):

« Giano è il dio per eccellenza perché rappresenta il veicolo che guida gli altri dèi: ora, se questi sono simboli di forze cosmiche determinate, egli, nella sua indeterminatezza che permette ogni determinazione, deve concepirsi come il principio divino e il fondamento più profondo della Tradizione Romana. »

Inoltre, l’Autore fa notare che «il rapporto tra Saturno e Giano era così stretto che al primo era consacrato il mese di Dicembre e al secondo quello di Gennaio» (La Tradizione Romana, p.181); si tenga conto di ciò quando, tra poco, analizzeremo il connubio tra Aion e Crono nella teogonia degli antichi Greci. Ma ora vediamo cosa tramandavano i Misteri Orfici riguardo al dio delle origini.

Tradizione dei misteri orfici: Phanes

Nella cosmogonia orfica il dio primordiale è denominato Phanes (dal greco antico Φανης Phanês, «luce») e ha gli epiteti di Protogonos («il primo nato») e Erikepaios(«donatore di vita»): si tratta, dunque, di una divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita. Secondo il mito, Phanes emerse agli albori dell’universo dall’uovo cosmico deposto da Chronos (il Tempo) e Ananke (la Necessità) quale principio primo ed unico. Era ermafrodito, fu il primo Re del Cosmo e da Egli si generò tutto. Successivamente, disinteressato al dominio (in quanto era ogni cosa e, dunque, non avrebbe potuto comandare su nulla che non fosse Egli stesso) cedette lo scettro a sua figlia Nyx, la Notte, che a sua volta lo cedette a Urano. Sia la rappresentazione iconografica del dio quanto i miti che lo riguardano lo denotano come il puer divino per eccellenza: la prima scintilla del Logos che ha dato il via alla creazione. Si tenga conto che uno degli ermetici frammenti del filosofo Eraclito (fr. 52), riguardanti il dio Aion (che analizzeremo subito sotto) recita:

« Aion è un fanciullo che gioca muovendo i pezzi sulla scacchiera: a un fanciullo appartiene il potere sovrano. »

Il simbolo del puer divino nato dall’uovo cosmico, sebbene con i necessari adattamenti allo zeitgeist che di volta in volta si presenta, è sopravvissuto nei millenni, figurando nel mito di Horus come in quello di Gesù, «il primo nato», «figlio unigenito di Dio», «nato senza concepimento»: egli è il primo e l’ultimo, l’alpha e l’omega, esattamente come Giano e Aion. Nel V secolo si diffonde la credenza del Cristo pantokrator, principio organizzatore del cosmo, generato e non creato da Dio Padre, la chiave di comprensione della realtà e la risposta al mistero dell’esistenza. Gesù, come precedentemente molti altri dèi, assurge a simbolo del Logos incarnato, ragione e struttura del cosmo. Non solo: parlando del simbolo del puer divino, esso tutt’oggi sopravvive persino nella cultura profana. Un esempio di ciò si può ritrovare nella scena finale del film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello Spazio, in cui l’astronauta protagonista, ormai al culmine della sua epopea cosmica, da vegliardo (Kronos, omega) nuovamente rinasce nello spazio infinito sotto le sembianze di un bambino di luce contenuto nell’uovo cosmico (Aion, alpha). Ma non divaghiamo e passiamo ad analizzare il suddetto Aion.

Tradizione Ellenica: Aion

Se Phanes era un dio primordiale dei misteri orfici, nel resto della penisola ellenica della tarda antichità il dio primordiale ed omnicomprensivo era denominato Aion (in greco antico αἰών, «eone»). Secondo la studiosa di miti, simboli e alchimia Marie-Louise von Franz, allieva di Jung, Aion è nei misteri mitraici il «guardiano dei cancelli»; a supporto di ciò fa notare come sia raffigurato con in mano uno scettro e una chiave (attributi, peraltro, anche di Giano). Aion era considerato il dio del tempo infinito, creatore e distruttore di ogni cosa. Uranos e Kronos erano le sue due manifestazioni primarie: ad Urano (il cielo, lo spazio) si riconosceva una funzione creativa, a Crono (il tempo) una funzione distruttiva.

L’inno orfico dedicato a Crono lo definisce «padre degli dèi beati e degli uomini», «universale genitore del tempo», «origine, sviluppo e tramonto» (funzione creatrice, funzione conservatrice, funzione distruttrice). L’orante si rivolge a lui con queste parole: «tu che consumi tutte le cose e di nuovo tu stesso le accresci», «tu che possiedi gli indistruttibili vincoli del mondo infinito», «tu che abiti in tutte le parti del mondo». Sembrerebbe invero di leggere un inno a Shiva, il quale «nella pienezza del tempo, sempre danzando, distrugge tutte le forme e tutti i nomi col fuoco, dando inizio ad una nuova pausa» (A.K. Coomaraswamy, The Dance of Shiva). Tornando all’ambito greco, dall’inno orfico si evince come Crono e Aion siano lo stesso dio, con la sola differenza che Aion appare essere la manifestazione primordiale di Kronos, precedente alla partizione originaria tra spazio e tempo, spirito e materia, luce e oscurità. Se, infatti, Aion è il tempo infinito (originariamente non-separato dallo spazio), Kronos è invece il tempo finito, ciclico ed inesorabile, portatore di morte e distruzione (il simbolismo della falce). Le corrispondenze con la trimurti hindu (Brahma-Aion, Vishnu-Urano, Shiva-Crono) sono più che evidenti e non necessitano di ulteriori spiegazioni.

Marie-Louise von Franz riporta anche un’invocazione ad Aion (L’esperienza del tempo, p.12) contenuta nei Papyri Graecae Magicae, che così recita:

« Io ti saluto, tu che riempi l’intera struttura dell’aria, spirito che si estende dal cielo alla terra… e ai confini dell’abisso… spirito che penetra anche me e mi fa risorgere […] immensa, circolare, misteriosa forma dell’universo, spirito celeste, spirito etereo, terrestre, ardente, ventoso, spirito delle tenebre… della luce, che splendi come una stella… Signore, dio di Aion, padrone di ogni cosa. »

In questa invocazione, Marie-Louise von Franz riconosce «un’immagine dell’aspetto dinamico dell’esistenza», di ciò che oggi potremmo chiamare un «principio di energia psicofisica». Tutti gli opposti (cambiamento e durata, tempo e spazio, luce e tenebre, vita e morte, spirito e materia) sono racchiusi in questo principio cosmico primordiale (p.12). Questa duplicità si ritrova, secondo la Franz, anche nella raffigurazione iconografica del dio (p.23):

« La sua testa di leone sta a indicare l’estate e la sua natura ardente; il serpente il suo aspetto invernale e umido. Spesso il suo corpo o il serpente recano incisi i segni dello zodiaco. I fedeli lo invocano come l’anima del mondo, come uno spirito omnicomprensivo, luce e oscurità, sovrano di tutte le cose. Per l’iniziato egli è il Signore della Luce che apre i cancelli dell’aldilà. »

Inoltre, secondo l’Autrice, i greci con «aion» non intendevano unicamente il dio primordiale, ma anche l’anima immortale che anima i recessi di ogni individualità cosciente, l’alito vitale che sopravvive alla morte fisica, il pneuma. Infatti, secondo l’autrice, aion (p.10):

« […] originariamente stava a indicare il fluido vitale presente negli esseri viventi e, di conseguenza, la durata della loro vita e il destino ad essi assegnato. Questo fluido seguitava a vivere anche dopo la morte, assumendo la forma di un serpente. Era una ‘sostanza generatrice’, così come lo era tutta l’acqua presente sulla terra e in particolare Oceano-Crono, il creatore e distruttore di ogni cosa. Il filosofo Ferecide insegnava che la sostanza basilare dell’universo era il tempo (Crono), dal quale derivavano il fuoco, l’aria e l’acqua. »

Tradizione Persiana: Zurvan

È inevitabile notare l’incredibile somiglianza iconografica esistente fra Aion e numerosi altri dèi delle più disparate culture antiche. Del tutto identico ad Aion è innanzitutto il persiano Zurvan (o Zervan) dio del tempo e del destino, che nella teogonia iranica viene posto addirittura in una posizione superiore a quella di Ahura Mazdā e di Ahrimane, i due principi primordiali, rispettivamente del bene e del male. Zurvan starebbe dunque ad Aion (e a Brahma) come Ahura Mazdā sta a Urano (e a Vishnu) e Ahrimane a Crono (e a Shiva). Anche la Franz conferma che in epoca ellenistica Aion-Crono veniva identificato con Zurvan, aggiungendo inoltre che gli antichi Persiani distinguevano due aspetti di questa suprema divinità: Zurvan akarana (il «Tempo Infinito», equivalente dunque all’Aion vero e proprio) e Zurvan dareghōchvadhata («il Tempo del Lungo Dominio», equivalente a Crono). Quest’ultimo era la causa della decadenza e della morte e talvolta era identificato con Ahrimane, il principio del male (p.12).

Tradizione gnostica: Abraxas

Nei misteri gnostico-mitraici il dio supremo è Abraxas, il quale presso la tradizione persiana arriva a simboleggiare l’unione/totalità fra Ahura Mazdā ed Arimane: Abraxas è dunque equivalente a Zurvan akarana, ad Aion, a Giano (non a caso viene raffigurato con la testa di gallo, l’animale degli inizi, sacro anche al dio primordiale latino). Al posto delle gambe Abraxas ha due serpenti: in questo modo la coesistenza del principio maschile/solare/luminoso/creativo/estivo/secco (leone o gallo) e di quello femminile/lunare/oscuro/distruttivo/invernale/umido (serpente) è pienamente rispettata. Anche Carl Gustav Jung ha studiato l’archetipo di Abraxas, concludendo che il dio rappresenta la causa prima di ogni manifestazione e al contempo la stessa materia informe, precedente a ogni ordine e forma. Abraxas, secondo Jung, è la radice del tutto e di ogni dualità, dal momento che ogni manifestazione dell’essere altro non è che un aspetto scisso o percepito del suo dinamismo. Con questa iperbole poetica Jung parla di Abraxas:

« Abraxas pronuncia la parola santificata e maledetta che è vita e morte insieme. Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e tenebra, nella stessa parola e nello stesso atto. Perciò Abraxas è terribile. È splendido come il leone nell’attimo in cui abbatte la preda. È bello come un giorno di primavera. Sì, è il grande Pan in persona e anche il piccolo. È Priapo. È il mostro del mondo sotterraneo, un polipo dalle mille braccia, nodo intricato di serpenti alati, frenesia. È l’ermafrodito del primissimo inizio. È il signore dei rospi e delle rane che vivono nell’acqua e calpestano la terra, che cantano in coro a mezzogiorno e a mezzanotte. È la pienezza che si unisce col vuoto. È il santo accoppiamento, è l’amore e il suo assassinio, è il santo e il suo traditore. È la luce più splendente del giorno e la notte più oscura della follia. Vederlo significa cecità. Conoscerlo è malattia. Adorarlo è morte. Temerlo è saggezza. »

Tracce del culto di Abraxas sono rinvenibili non solo nella psicologia del profondo ma anche nella letteratura del Novecento: nel suo romanzo iniziatico Demian, lo scrittore tedesco Hermann Hesse (amico intimo di Jung, profondamente influenzato dalle sue visioni) riassume in poche parole l’intero complesso simbolico proprio del dio:

« L’uccello lotta per uscire fuori dal suo guscio. L’uovo rappresenta il mondo. Chi vuole rinascere deve distruggere il vecchio mondo precedente. L’uccello vola alto in direzione della divinità… Dio si chiama ABRAXAS. »

Altre corrispondenze simboliche iconografiche

Continuando con le corrispondenze iconografiche giungiamo in Africa, nel Basso Egitto, dove gli antichi nubiani adoravano Apedemak, un dio rappresentato con un triplice volto leonino e quattro braccia, che essi consideravano sposo di Iside.

Un’altra impressionante corrispondenza iconografica la ritroviamo, nuovamente, in India: stiamo facendo riferimento a quel misteriosissimo dio denominato Ekapada, una manifestazione suprema di Shiva che viene raffigurato come un essere antropomorfo, talvolta dal volto leonino, reggente una fiaccola (allo stesso modo di Aion e Phanes) oppure, in alternativa, con tre gambe o ancora con due figure, rappresentanti Brahma e Vishnu, che fuoriescono dal suo corpo. Ad Alessandria d’Egitto, nel periodo tolemaico, l’iconografia di Aion venne ripresa nel culto di Serapide. Tuttavia, a questo punto della storia, il simbolismo sacro del dio primordiale era probabilmente già stato dimenticato e la prova si rinviene nelle molteplici interpretazioni del dio, inizialmente equivalente all’Ea semitico, poi equiparato di volta in volta con Zeus, Ade, Helios, Dioniso ed Asclepio.

Conclusione

Abbiamo così analizzato la simbologia esoterica e le corrispondenze iconografiche in alcune delle più antiche tradizioni religiose. Altre culture avrebbero potuto essere citate, come quella sumera e quella egizia, o le narrazioni mitiche sul dio primordiale da parte delle popolazioni indigene della Melanesia o di altre popolazioni ancora. Tuttavia, per il momento ci fermiamo qui, facendo notare come, in tutte le tradizioni che abbiamo analizzato, ovunque troviamo lo stesso triplice pattern:

  1. All’inizio vi è un dio primordiale, duplice ma indifferenziato, al tempo stesso spirito e materia, tutto e il contrario di tutto;
  2. Successivamente avviene l’emanazione dal Dio Primordiale di una polarità creativa/maschile/luminosa/spirituale e
  3. di una distruttiva/femminile/tenebrosa/materiale.

A volte la trinità viene presentata come un unico dio con tre volti (Brahma). Altre volte vengono rappresentati gli aspetti maschile e femminile del dio (Shiva-Shakti) e l’aspetto originario indifferenziato non si può in alcun modo rappresentare se non per simboli (Phanes, Aion, Abraxas). Altre ancora il dio primordiale viene rappresentato ermafrodito, al tempo stesso maschio e femmina (l’Androginea tal proposito si veda Mircea Eliade, Mefistofele e l’Androgine). In più di un mito, il dio delle origini nasce da un uovo cosmico; in questo senso, vi è un filo rosso che parte dal mito orfico di Phanes per giungere a quello, sempre ellenico, della Fenice che rinasce dalle proprie ceneri.

In tutte le tradizioni, dopo la partizione primordiale il dio originario si ritira, cede il suo dominio al principio maschile e diventa un deus otiosus. Così, per esempio, Varuna cede la sovranità a Indra, Aion a Kronos, Giano a Saturno, Surtur a Allsatur e via dicendo. La bipartizione in due polarità del dio primordiale—e la conseguente tripartizione dell’essere in tutti i suoi piani, mistero universale su cui si fonda anche il dogma cristiano della SS.Trinità—è, d’altra parte, il fondamento su cui si basano gli insegnamenti esoterici di un’immensità di tradizioni antiche, non solo di provenienza indo-europea come sosteneva George Dumézil. Come ulteriore esempio di ciò menzioniamo la triade suprema dell’albero sephirotico della Kabbalah ebraica, formato da Kether (principio indifferenziato, Dio Supremo), Chockmah (principio maschile, Dio Padre) e Binah (principio femminile, Dea Madre). Le singole tradizioni, i nomi degli dèi e le denominazioni cambiano, ma le più sacre verità della Tradizione primordiale sono ancora vive dietro il velo di maya, in attesa di essere trovate dai viandanti più instancabili.

Bibliografia:

  1. Guido de Giorgio, La Tradizione Romana (Mediterranee, 1973).
  2. Marie-Louise von Franz, L’esperienza del tempo (Tea Due, 1997).
  3. Guido von List, La religione degli Ariogermani e Urgrund (Settimo Sigillo, 2008).
  4. Jean Markele, Il druidismo—Religione e divinità dei Celti (Mediterranee, 1991).
  5. Mark S.G. Dyczkowski, La dottrina della vibrazione nello śivaismo tantrico del Kashmir (Adelphi, 2013).
  6. Yolotl Gonzalez Torres, Il culto degli astri tra gli Aztechi (Mimesis, 2004).
  7. Mircea Eliade, Mefistofele e l’Androgine (Mediterranee, 1971).
  8. Gabriella Ricciardelli (a cura di), Inni Orfici (Mondadori, 2000).
La danza cosmica di Shiva
Apedemak, un dio rappresentato con un triplice volto leonino e quattro braccia, considerato sposo di Iside
Simbolo di Ometeotl, il ‘Signore Due’.
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