Guido De Giorgio e la Tradizione di Roma

di Daniele Perra

Roma è l’Oriente dell’Occidente” [1]. Questa affermazione da sola racchiude il senso dell’opera e del pensiero di Guido De Giorgio (1890-1957): studioso, pensatore e teorico di una forma assai complessa di tradizionalismo integrale (profondamente legato alla romanità) di cui considerava  Dante Alighieri come il più convinto assertore. In quest’ottica, colui che scrisse con lo pseudonimo di Havismat nella rivista del Gruppo di Ur e fu l’animatore (insieme a Julius Evola) de La Torre riteneva la mediazione della romanità come l’unica via percorribile in termini di normalizzazione tradizionale dell’Europa. La “rettificazione dell’Europa” impone il ritorno alla Tradizione romana. Ed il ritorno alla Tradizione romana significa in primo luogo permettere a ciascuno lo sviluppo normale della propria natura. Un’idea che ricorda da vicino la dicotomia tipicamente islamica tra mustadafin e mustakbirin. Questa, generalmente tradotta in Occidente come oppressi/oppressori, indica in realtà la capacità di un governo propriamente islamico di garantire o meno la possibilità all’uomo di sviluppare le potenzialità che Dio gli ha donato.

L’influenza dell’Islam, che De Giorgio studiò in modo approfondito durante la sua esperienza tunisina, si ritrova in altri passaggi della sua opera. In particolare, De Giorgio sviluppa un’idea di piccola e grande “guerra santa” che risulta essere assolutamente intercambiale con quella islamica di jihad as-ashgar e jihad al-akbar (piccolo e grande sforzo) che indica il confronto militare (nel primo caso) ed il conflitto interiore per fuggire dalla prigione dell’io ed ascendere verso Dio (secondo caso). La vittoria nella “Grande Guerra”, secondo De Giorgio, consiste nel raggiungere la “Solitudine Divina”. “La fede – scrive il pensatore nativo di San Lupo – è l’istmo tra l’umano e il divino […] tra ciò che l’uomo non è e quel che realmente è quando ha superato e sorpassato per sempre la condizione umana” [2]. Anche in questo assunto, oltre alla manifestazione di alcuni aspetti inerenti prettamente il tema della geografia sacra, si ritrova l’influenza islamica. L’istmo, infatti, viene generalmente considerato come il luogo in cui confluiscono due mari. Nella Sura coranica della caverna (al-Kahf), Mosè viene soccorso da al-Khidr mentre si apprestava a raggiungere il “confluir di due mari”. Questi, identificato come una sorta di spirito guida, aiuta Mosè a scoprire la retta via ed a comprendere l’imperscrutabilità del volere divino. Così al-Khidr descrive se stesso in un dialogo immaginario racccontato in un testo di Abdul Karim al-Gili: “la mia dimora stabile è la montagna di Qaf. Il mio luogo di sosta è al-Araf. Sono colui che è di stanza alla confluenza dei due mari, colui che si tuffa nel fiume del Dove, colui che si abbevera alla sorgente della sorgente. Sono la guida del pesce nel mare della divinità. Sono colui che ha iniziato Mosè” [3]. A questo proposito è bene sottolineare che nella  teosofia islamica con l’espressione “confluir di due mari” si indica il piano divino segnato dalla confluenza del modo d’essere necessario e del modo d’essere possibile in cui sono contenute le forme immaginali dell’universalità delle cose e degli esseri in tutti i loro gradi. È il punto in cui all’uomo è riservato l’istante della decisione: rimanere nel mondo delle forme o risalire verso lo spazio del puro intelletto. Scrive De Giorgio: “Ma chi nella forma vede la forma, chi nel mondo vede solo il mondo e lo separa da Dio mantenendo questa distinzione senza farne il luogo, il motivo stesso dell’unificazione, non solo non saprà mai cos’è Dio, ma neppure cos’è il mondo perché perderà nel mondo ed il mondo in Dio” [4].

Tale considerazione si può tradurre schematicamente attraverso il simbolismo della croce. Alle estremità della linea verticale sono poste l’alfa (il nord) in alto e l’omega (il sud) in basso, mentre la linea orizzontale ha l’occidente a destra (la morte, il declino) e l’oriente a sinistra (la nascita, la luce). Il moto tradizionale si muove dal nord verso l’est. Il nord rappresenta la tradizione primordiale. “Al di sopra quindi di tutte le forma tradizionali – afferma De Giorgio – vi è la Tradizione primordiale, come al di sopra di ogni manifestazione divina vi è Iddio in cui si attualizza in sede universale ciò che nelle tradizioni particolari è presentato come destinato a popoli e razze determinate in un complesso fisso che contiene, oltre ad un visione definita del divino, vari mezzi per realizzarla efficientemente”[5]. L’oriente è la luce, il luogo tutt’ora più vicino alla Tradizione primordiale: ovvero, il luogo in cui gli uomini, per la minore distanza che li separa dall’origine divina, sono capaci di riconoscere meglio di chiunque altro la verità. Il sud è associato alle forme tradizionali ormai estinte, mentre l’occidente è inevitabilmente sinonimo di decadenza.

Il punto in cui le due rette (verticale e orizzontale) si incontrano è l’attimo del “Silenzio”, della “vertigine abissale del Nulla” (per usare una terminologia heideggeriana); è il “Vuoto” del Tao. È il punto/istante della riscoperta dell’Essere: l’attimo della Folgore che governa ogni cosa, secondo Eraclito. Questa intersezione contiene la possibilità dell’espansione verticale facendosi montagna, simbolo della trascedenza e del sacro, della stabilità di ciò che permane e della gerarchia. La base della croce è la terra ma il suo vertice è il cielo in un asse integrale che costituisce la polarità necessaria alla conquista di tutti gli stati intermedi. Nello Zen e nello Yoga il corpo umano, seduto con le gambe incrociate e la schiena dritta, riproduce la forma geometrica della montagna in cui il vertice è il capo e le gambe rappresentano l’unità e l’armonizzazione dei contrari [6].

Il centro della croce rappresenta l’asse attorno al quale si cristallizza la vita: è un polo. Il polo si sviluppa su tre livelli: centro, confine e periferia che, a loro volta, rappresentano non solo la divisione castale (il centro corrisponde ai sacerdoti custodi del rito e del sacro, al confine fanno riferimento i guerrieri difensori della Patria come luogo fissato da Dio per la conquista del cielo, alla periferia sono legati gli operai come produttori del sostentamento alla vita) ma anche i differenti gradi di iniziazione, i “tre mondi” nel percorso che dall’umano porta al divino. Dante li identifica come Inferno (luogo delle forme e dei sensi), Purgatorio (spazio della psiche e dei ritmi) e Paradiso (il luogo del silenzio e del puro intelletto). L’intelletto è cuore e fuoco, il cervello è ritmo e aria, il resto è forma e terra. Mentre l’acqua è puro divenire: una realtà di trapasso dalla forma ai ritmi.

Questa distinzione, ancora una volta, si ritrova nell’Islam. Scriveva l’Imam Khomeini (colui che è stato definito come “uno gnostico sconociuto nel XX secolo”): “Sappi che l’uomo ha globalmente tre domini e possiede tre livelli o mondi: innanzitutto il dominio dell’aldilà, mondo nascosto e livello della realtà spirituale e dell’intelligenza; poi l’intermundio, mondo intermediario fra i due mondi e livello dell’immaginale; terzo il dominio di questo basso mondo, livello del regno fisico (molk) e del mondo visibile (shahadat). Per ognuno di essi vi è una perfezione propria, un’educazione specifica e un’attività conforme con il suo dominio e livello […] Questi tre livelli dell’essere umano sono interdipendenti, di modo che gli effetti dell’uno si estendano all’altro […] Colui che cerca di mettersi in cammino per l’aldilà sulla via diritta dell’umanità deve quindi migliorare e costringere ad un’ascesi ognuno di questi tre livelli con un’attenzione e un controllo applicati e assidui e non negligere nessuna delle perfezioni che provengono dal sapere e dalla pratica” [7].

Uno schema similare è raffigurato sullo scudo di Achille, forgiato da Efesto, nell’Iliade. Questo, infatti, era suddiviso in cinque differenti zone circolari contenenti differenti rappresentazioni. Nella prima zona, la più centrale, è raffigurato il cielo (lo spazio del Divino); nella seconda si trovano due città, una in pace ed una in guerra, a rappresentare l’amministrazione civile e militare; nella terza zona si intravedono scene che richiamano l’attività agricola (semina, raccolto, vendemmia); la quarta zona rappresenta scene di vita pastorale; mentre nella quinta zona, l’ultima, si trova il grande fiume Oceano, il mare che avvolge e chiude la terra. Anche in questo caso, il mare (l’acqua) rappresenta una “realtà di trapasso”. Ciò si rende particolarmente evidente nell’altro poema omerico, l’Odissea, in cui il percorso iniziatico è rappresentato come un lungo viaggio in mare fino al ritorno in Patria: la casa disvelata dell’Essere inizialmente irriconoscibile allo stesso Ulisse da troppo tempo lontano da essa.

In questa prospettiva, l’opera di Omero e di Dante si presenta in entrambi i casi come rivelazione divina. Se quella omerica è stata la prima rivelazione religiosa dell’Europa, Dante è colui che per primo ha rivelato il mistero della Romanità sacra. La Commedia, secondo De Giorgio, rappresenta “la più vertiginosa assunzione dell’umano al divino, il tracciato più integrale della Via Sacra”. L’opera dantesca è un risalire alla sorgente, nel punto dove l’acqua è più pura. Essa esprime la necessità di tornare al principio. Come l’acqua è più pura vicino alla sorgente (idea che ricorda la Shari’a nell’Islam come via verso una fonte d’acqua nel deserto), così l’uomo è più perfetto quanto più vicino è a Dio. In altri termini, Dante traccia “nel senso della duplice tradizione unificata nel nome di Roma, i gradi dell’ascesi realizzatrice” [8] e, con essa, della rettificazione spirituale dell’Europa.

Il simbolismo della croce si ritrova nel fascio littorio come emblema figurale della potenza. Le dodici verghe (il 12, come 1+2, è anche simbolo trinitario) indicano la corona zodiacale e la fissità del ciclo solare (la stabilità). Dodici, inoltre, furono gli avvoltoi scorti verso oriente (insieme alla folgore, luce e suono come veicolo della rivelazione divina) da Romolo sul colle Palatino dai quali trasse gli auspici per la fondazione della città di Roma: l’urbe al cui interno non vi sono soltanto i templi in cui si celebrano i culti degli dèi ma in cui la loro presenza è manifesta [9]. La scure bipenne (sorta di croce di Sant’Andrea, simile in ciò al Geviert heideggeriano) posta alla sommità del fascio è il simbolo della congiunzione tra il diritto umano (jus) ed il diritto divino (Fas). E lo stesso diritto romano, fondato da Romolo e codificato da Numa, costituisce la parificazione delle esigenze umane nel diritto di Dio. Nel diritto sacrale dell’Antica Roma, infatti, il Fas, il diritto divino (la norma emanata dalla volontà divina), e lo jus, la legge umana plasmata dalla volontà degli uomini si co-appartenevano. Come riporta il pensatore militante spagnolo Antonio Medrano: “Il Fas costituisce la base e il fondamento del secondo, dello jus, che non è altro che una derivazione di quello […] lo jus o diritto umano deve attenersi al Fas o diritto divino” [10].

Il Fas, in questo senso, è lo jus divinum, il dovere sacro, l’ordine sacro o diritto sacro. È Fas tutto ciò che è conforme al volere degli dèi. Ciò che è contrario al loro volere, come proclama Cicerone, è nefas: “quod non licet, nefas” (quel che non è permesso, è nefasto). A questo proposito, Julius Evola è ancora più chiaro: “ogni volta che la vita umana, individuale o collettiva, si allontana dal Fas, si commette un atto deprorevole e produttivo di conseguenze funeste” [11].

Ancora secondo Medrano: “il concetto romano del Fas viene a coincidere con l’Asha o ‘Buon Ordine’ della religione zoroastriana, il Rita della tradizione vedica indo-aria e con il Dharma della cultura indù e buddhista […] Il Fas romano ha anche delle somiglianze con quel che rappresentano le divinità greche Dike e Themis che incarnano l’idea di Giustizia, Legge o Norma divina (Nomos) […] L’origine etimologica della voce latina Fas si trova nella radice indoeuropea dhe-, che contiene il significato di collocare, situare, sistemare” [12]. Dalla medesima radice derivano le parole “felice”, “fausto”, “fascio” ed i già citati termini Dharma Dike. Inoltre, le assonanze con il latino Deus ed il greco Theos sono evidenti.

Romolo, condottiero militare e augure, incarna alla perfezione il ruolo di re e sacerdote della tradizione indoeuropea. È il monarca che assomma le funzioni delle tre classi dell’organizzazione sociale indoeuropea: la gestione del sacro; la gestione della guerra; la gestione sacrale della produzione, ricchezza e attività materiali necessarie al sostentamento.

Quando i Greci si accingevano ad abbandonare l’impresa troiana, Ulisse disse loro: “No, non è un bene il comndo di molti. Uno sia il capo”. Qui si ritrova l’idea (propriamente indoeuropea) secondo la quale all’unità sovrana dell’eternità deve corrispondere il Capo unico nel tempo. Scrive De Giorgio: “e siccome Dio è pura contemplazione né può concepirsi in lui altro che la fruizione conoscitiva dell’esseità, così il Capo inversamente farà della sua vita un’attività pura dedicata al mantenimento del comando sulla terra per mezzo dell’esercizio della giustizia” [12]. Ma non vi può essere giustizia ed esercizio legittimo della norma se si falsa la natura degli uomini trascurandone le possibilità veramente positive di sviluppo, poiché il suum cuique tribuere del diritto romano, nel senso profondo dell’espressione (anche per tornare a quanto sostenuto all’inizio dello scritto), significa permettere che ciascuno si conformi alla propria natura e si avvantaggi della corrente in cui è nato.

Dante è assertore di questa forma integrale di tradizionalismo perché riconosce non solo come l’azione sia subordinata alla contemplazione, ma anche come la rettificazione spirituale dell’Europa per mezzo del Veltro “rettificatore divino” sia inscindibile dalla romanità intesa come principio comune e potere unificatore nell’Impero e nell’Imperatore.

Il metafisico francese René Guénon ha ritrovato questi aspetti politico-spirituali nello studio numerologico della Commedia dantesca. Dante, osserva Guénon, situa la sua visione a metà della sua vita ed a metà della vita del mondo (65 secoli). La valutazione della vita del mondo (o del ciclo attuale), in questo caso, come ricorda sempre il pensatore di Blois, è di 130 secoli: ovvero, di 13.000 anni che corrispondono alla durata del “grande anno” per i greci ed i persiani considerati, da Esiodo ed Erodoto, come “fratelli generati da una medesima stirpe divina”. Questo è il tempo che intercorre tra due diversi rinnovamenti del mondo. Il 65, in numeri romani, corrisponde a LXV che, invertendo gli ultimi due valori, si trasforma in LVX con un più che evidente riferimento alla “luce divina” ed alla “metafisica della luce”. Innumerevoli altri numeri ritornano con continuità all’interno del poema dantesco: dal sette (numero sacro in tutte le tradizioni religiose) al 9 (il triplo ternario), dal 33 (gli anni della vita terrena del Cristo) al 99 (numero degli attributi divini nella tradizione islamica). Tuttavia, sono il 666 ed il 515 ad avere un ruolo preponderante. Il 666 (numero dei versi che separa la profezia di Ciacco da quella di Virgilio e la profezia di Brunetto Latini da quella di Farinata), già espressione di solarità, appare come il numero della Bestia nell’Apocalisse di Giovanni dove contiene in sé il nome stesso dell’Anticristo. Il 515, al contrario, è il numero del messo di Dio, associato talvolta al “Veltro”, ovvero ad un cane: termine che per la particolare consonanza si avvicina alla parola “Khan” indicante potere/potenza in diverse lingue diffuse per il continente eurasiatico. Il 515, a sua volta, in numeri romani si trascrive come DXV che, invertendo gli ultimi due valori, si trasforma in DVX: termine che indica il ruolo di “capo”, “guida” o “condottiero militare” [14].

Nell’idea politica dantesca l’Impero è monarchia universale (voluta da Dio) necessaria al buon ordinamento politico del mondo. L’Impero, come istituzione che riunisce in sé il potere temporale e spirituale, è l’unico sistema politico atto a realizzare la missione terrena e celeste dell’uomo. Esso, infatti, è il culmine per eccellenza della vita associata dell’uomo. Tale Impero, tuttavia, non può che (ri)fondarsi su quella Tradizione romana che ha come destino l’essere mediatrice tra Oriente e Occidente. La stessa Italia, per sua natura e conformazione geografica, è istmo tra due mondi. Una caratteristica che si ritrova nella divinità “puramente italica” di Giano bifronte che guarda al contempo ad ovest e ad est ed il cui tempio, chiuso in tempo di pace, viene aperto solo in caso di guerra. Roma, inoltre, è stata l’unica città ad essere centro sacro di due tradizioni differenti e, nelle prospettiva di De Giorgio, solo apparentemente antagoniste, quella “pagana” e quella cristiana. Roma, dunque, è un faro; è l’Oriente dell’Occidente. “L’Occidente – scrive De Giorgio – deve a Roma la sua esistenza e nulla di durevole può esservi compiuto, nulla di santo, nulla di sacro che non sia per Roma e in Roma” [15], centro sacro posto a metà tra l’est e l’ovest. Se il declino dell’Occidente ha potuto prolungarsi così a lungo, l’unica soluzione non è che rivolgersi nuovamente ad Oriente da dove Roma, secondo il pensatore campano, avrebbe attinto per ben due volte, con il ritorno di Enea (figlio di un mortale e di Venere, alla pari di Romolo, figlio di un Dio e di una mortale) e con la nuova tradizione cristiana (una volta esaurita la prima), la ragione stessa e la forza della sua esistenza. “Mai l’Occidente è stato più originale che quando si è riavvicinato all’Oriente e ne ha riconosciuto la supremazia contemplativa riallacciandovi la sua origine tradizionale come un titolo di fierezza e di nobilità” [16].

Note:

[1] G. De Giorgio, La Tradizione Romana, Edizioni Mediterranee, Roma 1989, p. 177.

[2] Ibidem, p. 110.

[3] Si veda D. Perra, Dalla geografia sacra alla geopolitica, Cinabro Edizioni, Roma 2020.

[4] La Tradizione Romana, ivi cit., p. 88.

[5] Ibidem, p. 99.

[6] A. Medrano, La via dell’azione, Cinabro Edizioni, Roma 2021, p. 69.

[7] Y. C. Bonaud, Uno gnostico sconosciuto nel XX secolo. Formazione e opere dell’Imam Khomeyni, Il Cerchio, Rimini 2010, pp. 97-99.

[8] La Tradizione Romana, ivi cit., p. 255.

[9] M. Polia, Reges Augures. Il sacerdozio regale nella Roma delle origini, Cinabro Edizioni, Roma 2021, p. 34.

[10] La via dell’azione, ivi cit., p. 140.

[11] J. Evola, La Tradizione di Roma, Edizioni di Ar, Padova 1977, p. 213.

[12] La via dell’azione, ivi cit., pp. 144-145.

[13] La Tradizione Romana, ivi cit., p. 168.

[14] R. Guénon, L’esoterismo di Dante, Adelphi Edizioni, Milano 2001, pp. 81-83. Si veda anche G. De Giorgio, Studi su Dante. Scritti inediti sulla Divina Commedia, Cinabro Edizioni, Roma 2017.

[15] La Tradizione Romana, ivi cit., p. 177.

[16] Ibidem, p. 296.

Fonte: Pagine Filosofali

Guido De Giorgio e la Tradizione di Roma

UNA CIVILTA’ PLANETARIA

di Fabio Calabrese

Quando tre ricercatori indipendenti che si pongono al di fuori delle pastoie della “scienza” ufficiale, arrivano per vie diverse alla stessa conclusione, viene un forte sospetto che essa debba corrispondere alla verità. Che migliaia di anni fa, precisamente 12-13.000 anni fa debba essere esistita un’antica “civiltà globale”, una civiltà planetaria poi distrutta dai cataclismi che hanno segnato la fine dell’età glaciale, e che essa possa essere identificata con l’Atlantide platonica, è una conclusione a cui giungono indipendentemente sia Graham Hancock, sia Roberto Giacobbo, sia Felice Vinci. Come dice il proverbio, un indizio è un indizio, due possono essere una coincidenza, ma tre sono una prova.

UNA CIVILTA' PLANETARIA
UNA CIVILTA’ PLANETARIA

FEDERICO II DI SVEVIA: IL PIU’ GRANDE IMPERATORE D’EUROPA

a cura di Italia Unita

22 novembre 1220: Federico II diventa Imperatore del Sacro Romano Impero.

Federico apparteneva alla nobile famiglia sveva degli Hohenstaufen. Discendeva per parte di madre dai normanni di Altavilla (Hauteville in francese) conquistatori di Sicilia e fondatori del Regno di Sicilia.

Conosciuto con gli appellativi stupor mundi (stupore del mondo) Federico II era dotato di una personalità poliedrica e affascinante che, fin dalla sua epoca, ha polarizzato l’attenzione degli storici e del popolo, producendo anche una lunga serie di miti e leggende popolari. Il carisma di Federico II è stato tale che all’indomani della sua morte, il figlio Manfredi, futuro re di Sicilia, in una lettera indirizzata al fratello Corrado IV citava tali parole: “Il sole del mondo si è addormentato, lui che brillava sui popoli, il sole dei giusti, l’asilo della pace”.

Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa moralizzatrice e di innovazione artistica e culturale. Federico fu un apprezzabile letterato, convinto protettore di artisti e studiosi: la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, germanica, araba ed ebraica. Uomo straordinariamente colto ed energico, stabilì in Sicilia e nell’Italia meridionale una struttura politica molto somigliante a un moderno regno, governato centralmente e con un’amministrazione efficiente.

Federico II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere le lettere attraverso la poesia della Scuola siciliana. La sua corte reale siciliana a Palermo, dal 1220 circa sino alla sua morte, vide uno dei primi utilizzi letterari di una lingua romanza (dopo l’esperienza provenzale) il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla Scuola siciliana ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. La scuola e la sua poesia furono salutate con entusiasmo da Dante e dai suoi contemporanei, e anticiparono di almeno un secolo l’uso dell’idioma toscano come lingua letteraria d’Italia, facendo di lui un santo cristiano martire ed eroe, scomunicato da quel papato corrotto dalla sua devianza secolare.

FEDERICO II DI SVEVIA: IL PIU' GRANDE IMPERATORE D'EUROPA
FEDERICO II DI SVEVIA: IL PIU’ GRANDE IMPERATORE D’EUROPA

I VERI MAESTRI

di Rainaldo Graziani

In attesa di un corso online, in verità non ancora preannunciato, per ricevere l’attestato di Maestro vi lascio alla lettura di uno stralcio di intercettazione ambientale che presto sarà più ampiamente diffusa…

“I veri Maestri?
La risposta è quasi tautologica. Sono quei Maestri che davvero sono Maestri.

Cosa vuole che le dica… io non ne conosco che ne girino intorno. Certamente uno dei Maestri dei tempi moderni è stato Guénon, e poi ci sono personaggi piuttosto enigmatici ormai scomparsi dalla circolazione. Uno è Gurdjieff; l’altro, benché tenebroso, è Aleister Crowley. E ce ne sono anche altri, che ho citato un poco in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, nell’ultimo capitolo. Il fatto è che questi veri Maestri non circolano, non sono coloro che per poco non mettono sul loro biglietto da visita: «Tale e tal altro, Maestro». Sono circostanze dovute ad un destino superiore che li fa incontrare e conoscere. Soprattutto nel Tibet e nell’India si parla spesso di coloro che hanno vicino un Maestro e non se ne sono mai accorti. Qui ci sono conventicole di ogni genere, ma veri Maestri, circoli veramente seri non ne conosco. Può darsi per la mia mancanza di contatto, e anche la mia mancanza di curiosità.

I VERI MAESTRI
I VERI MAESTRI

REALIZZARE LA PROPRIA NATURA

a cura di Valentina De Cicco

Non ci si può chiedere se “la donna”
sia superiore o inferiore all'”uomo”
più che ci si possa chiedere
se l’acqua sia superiore o inferiore al fuoco.
Perciò per ognuno dei sessi il criterio di misura non può essere dato dal sesso opposto,
ma unicamente dall'”idea” del proprio sesso. L’unica cosa che si può fare è, in altri termini, stabilire la superiorità o l’inferiorità
di una data donna in base al suo essere
più o meno vicina alla tipicità femminile,
alla donna pura o assoluta;
e cosa analoga vale per l’uomo.
Le “rivendicazioni” della donna moderna derivano, perciò, da ambizioni sbagliate, oltreche’ da un complesso di inferiorità
-dalla idea erronea che una donna
in quanto tale, in quanto “soltanto donna”,
sia inferiore all’uomo.
Giustamente è stato detto che il femminismo non ha realmente combattuto
pei “diritti della donna”, bensì,
senza rendersene conto,
pel diritto della donna di farsi eguale all’uomo: cosa che, quand’anche fosse possibile
fuori che sul piano esteriore praticistico-intellettuale dianzi accennato, equivarrebbe al diritto della donna a snaturarsi, a degenerare.
L’unico criterio qualitativo è, ripetiamolo,
quello del grado di più o meno
perfetta realizzazione
della propria natura.

Tratto da Julius Evola, Metafisica del sesso

REALIZZARE LA PROPRIA NATURA
REALIZZARE LA PROPRIA NATURA

LE DONNE SPIRITUALI

di Luce Engels

Le Donne Spirituali sono come uragani, per questo fanno paura,
indomite e RIBELLI, sono CONNESSE
con le FORZE PRIMORDIALI di MADRE NATURA.
Hanno la potenza dell’intero Universo
nello sguardo che arriva dritto all’anima
e scruta l’essenza, la parte più vera,
quella che spesso si cela dietro una
splendida facciata o un’impeccabile figura.
Hanno trasformato le loro profonde ferite
in lezioni di infinita saggezza,
e nonostante abbiano attraversato l’inferno
non hanno perso la loro proverbiale dolcezza.
Hanno ben chiaro il loro valore e
non si mettono mai in competizione,
perché non sono in vendita loro!
Non le compri con oggetti preziosi,
belle parole o con l’adulazione.
Non cercano accessori e abiti firmati
da sfoggiare per darsi un tono,
non hanno bisogno di apparire,
in quanto, profondamente
e felicemente “sono”.
Ciò che amano negli altri è solo la sostanza…
la grandezza di un’anima è l’unica cosa
a cui danno importanza.
Le donne spirituali rifuggono dalle tradizioni
e dai canoni sociali, non le puoi ingabbiare,
perché non si lasceranno mai possedere
da cose o persone, né si faranno manipolare.
Hanno una grande, incorruttibile e potente
personalità,
e non cambieranno mai per niente e per nessuno.
Sono quelle bellissime donne che odorano di “dignità”
e lasciano la scia nell’aria al loro passaggio,
di quel raro e pregiato profumo.

LE DONNE SPIRITUALI
LE DONNE SPIRITUALI

CREDERE NEI BAMBINI

a cura di Corpo & Psyche

“I miei genitori mi picchiavano quando ero bambino e non sono traumatizzato”, dice un alcolizzato maschio il cui partner lo ha denunciato per violenza fisica.

“Da bambino sono stato punito molto e sto bene”, dice l’uomo che si lamenta ogni volta che sbaglia.

“Quando ho disobbedito da bambino, mio padre mi ha chiuso in una stanza e per questo oggi gli sono grato”, dice la donna che soffre di attacchi di panico e paura degli spazi stretti.

“I miei genitori mi hanno costretto a frequentare un apprendistato in questa professione, dove guadagno un sacco di soldi, e per questo sono molto grato”, dice l’uomo che non vede l’ora che arrivi venerdì perché odia il suo lavoro.
“Quando ero piccola, i miei genitori mi facevano sedere a tavola fino a quando non mangiavo tutto”, dice una donna che non capisce perché lotta con i disturbi alimentari.
È tempo di sfondare il trauma generazionale e prendere coscienza dei nostri schemi passati. È tempo di essere compassionevoli con noi stessi e con i nostri figli.

Un bambino impara a risolvere i problemi attraverso la conversazione, se risolviamo i conflitti in famiglia in questo modo.

Se si risolvono i problemi con minacce e pene, un giorno si agirà allo stesso modo.

Un bambino impara la compassione quando siamo compassionevoli verso di lui.

Un bambino impara ad ascoltare gli altri quando ascoltiamo il bambino, quando siamo interessati a come si sente e a come appare il suo mondo.

Un bambino impara a credere in se stesso se noi crediamo in lui.
Tratto da Meine Superkrafte

CREDERE NEI BAMBINI
CREDERE NEI BAMBINI

VENERARE

di Valentina De Cicco

Significato di Venerare: Essere religiosamente devoto, riverire, onorare, ossequiare religiosamente.

L’etimologia del verbo venerare deriva dal nome della dea Venere, equivalente latino di Afrodite.

Perché proprio Venere?

Perché la parola che indica il fare oggetto di devozione religiosa viene dal nome della dea dell’amore e della bellezza?

Ma quale violenza?

La donna deve essere venerata, pertanto la donna sia all’altezza di Venere!

VENERARE
VENERARE

Ascensione e Trasmutazione nel corpo fisico umano

di Lord Metatron

“Sono Metatron. Mi è stato chiesto di servire dettando informazioni che vi aiuteranno a muovervi attraverso le transizioni che sono in vista per il pianeta e per tutta la vita su di esso durante l’ascensione. Questo pianeta e tutte le specie di vita su di esso sono nel processo di ascensione. Ascensione significa che tutte le forme di vita di prima e seconda dimensione “si sposteranno” verso forme di vita di terza dimensione.

Gli umani, o le forme di vita 3D, passeranno a mondi 4D o unità di 5D a seconda del loro livello di evoluzione e del loro intento. L’ascensione sta avvenendo ora come una progressione graduale, e continuerà in un modo o nell’altro, perché questa è la volontà di tutti. Normalmente, i pianeti e le specie di vita incarnate su di essi ascendono tramite cataclismi e disastri che inaugurano un ciclo di morte-resurrezione. In questo ciclo, come è stato dimostrato da Cristo, i disastri creano la morte planetaria. Poiché questo è il modo in cui di solito avviene l’ascensione, è conosciuto e compreso molto bene a livello della Mente Universale.

Ecco perché, sin dai tempi antichi, ci sono state profezie di terribile distruzione che si sarebbero verificate alla fine dei tempi. Il Ciclo della Resurrezione (Dispensazione della Resurrezione) ora è l’Ascensione, dove tutta la vita ricomincia, ad un nuovo livello di coscienza, in un Mondo di Dimensione Superiore. Questo non significa reincarnazione, perché questo porta con sé il concetto di Karma, e prima che l’ascensione possa diventare una probabilità, tutto il Karma deve essere ripulito.

Non significa l’esistenza solo come Spirito nei mondi Celesti; l’ascensione è anche fisica. Come processo, cambia il corpo fisico mentre fonde il corpo e lo spirito in un unico essere. Questo essere è un essere di Luce perfetto, in un corpo fisico di Luce. Questa progressione dell’ascensione iniziò effettivamente migliaia di anni fa, con l’Esodo degli Israeliti dall’Egitto.

La storia di Mosè che guida il suo popolo fuori dalla schiavitù è una metafora della progressione dell’ascensione. L’incarnazione del Signore Gesù Cristo fu un punto di svolta importante per il processo perché, come Avatar, il Signore Gesù Cristo era in grado di assumersi i “peccati” o Karma di tutti gli esseri umani e trasmutare quell’energia in Luce.

Grazie alla Sua redenzione, divenne possibile un’ascensione dolce. Questa ascensione, si evolve attraverso una serie di passaggi, fino a quando diventa possibile uno stato come Essere di Luce. La redenzione di Cristo è stata la fase iniziale della progressione del Corpo di Luce.

Questo primo passo ha richiesto quasi duemila anni per essere completato.

È un esperimento, perché un’ascensione non è mai stata tentata in questo modo. Questo metodo, sia di un aumento graduale della Luce all’interno dei corpi fisici di tutte le forme di vita e del pianeta, sia un aumento del livello vibratorio, non è mai stato tentato prima in NESSUN Universo in ascensione. Ci sono teorie all’interno della Mente Universale su come questo processo funzionerà, ma a volte i risultati differiscono dal previsto.

In questi casi vengono effettuate revisioni.

Come base per le informazioni che darò in seguito, devo spiegarvi la progressione del Corpo di Luce. Dovete prima capire questo processo a livello personale. Questo livello personale è il modo in cui il Corpo di Luce vi influenzerà fisicamente, emotivamente e mentalmente. Poi darò informazioni su come il Corpo di Luce influenzerà il pianeta e come influenzerà le strutture della vostra società.

Io considero che l’aspetto più importante ed entusiasmante del Corpo di Luce è questo esperimento che trasforma il vostro guscio fisico in un veicolo appropriato per fondersi completamente con il vostro Sé Superiore, e avviene in concomitanza con il processo fisico. Questa fusione è creata da una serie di discese dello Spirito, che sono temporizzate dalla quantità di Luce che riuscite a trattenere nelle vostre cellule.

La quantità di Luce trattenuta dalle cellule fisiche è accordata al livello del Corpo di Luce, e più alto è il livello, meno denso è il corpo. Più Luce trattenete nel vostro corpo fisico, maggiore è il livello dello Spirito che potete contenere nel corpo. Verso la fine del processo del Corpo di Luce, proseguendo con il passaggio all’ascensione, vi fonderete completamente con il vostro Sé Superiore. Le discese dello Spirito sono i meccanismi usati per portare o accendere i doni spirituali dei Maestri Ascesi. Il Corpo di Luce ha dodici livelli o fasi, e quando ogni fase è completata, i cambiamenti che si sono verificati fisicamente devono essere integrati in tutte le aree della vita e dello Spirito.

Il Corpo di Luce è progettato per far emergere tutti i vostri problemi umani man mano che progredite, ed ogni livello superiore fa emergere uno strato più profondo rispetto allo strato precedente. Questo è per aiutarvi a diventare chiari mentalmente, emotivamente, fisicamente e spiritualmente. Man mano che le questioni emergono, potete permettere alla redenzione di Cristo di trasmutarle per voi.

C’è uno spazio vuoto alla fine di ogni livello del Corpo di Luce che chiamiamo morte dell’ego, e può manifestarsi come depressione o senso di nulla. Questo vuoto deve essere utilizzato come punto di riposo prima di continuare il viaggio. Questo vuoto è un luogo energetico in cui non esiste nulla e siete in grado di costruire una nuova immagine di voi stessi e della vostra vita prima di passare alla fase successiva. Il vuoto è una camera di integrazione, o forse potrei descriverlo come un bozzolo, dove potete riposare e formare la bellissima farfalla che diventerete nel vostro prossimo passo.

I primi sei passaggi del Corpo di Luce sono stati strutturati per un cambiamento graduale a tutti i livelli, con risvegli spirituali regolari intervallati da cambiamenti fisici, mentali ed emotivi. Dal settimo al decimo livello del Corpo di Luce il procedere cambia e si concentra su un’area alla volta della vostra esperienza.

Ad esempio, al settimo livello la maggior parte di voi ha sperimentato la prima discesa dello Spirito e con essa un notevole risveglio spirituale.

Potreste aver manifestato chiaroveggenza, chiaroudienza o una consapevolezza cinestetica dell’energia con il risveglio. Sto parlando di questo livello al passato, perché attualmente il pianeta si sta spostando all’inizio del nono livello. È un’esperienza molto dolorosa trovarsi ad una velocità vibratoria inferiore rispetto al pianeta su cui si esiste, come nel caso di coloro che sono al di sotto dell’ottavo livello.

Poiché state leggendo questo articolo, sono certo che sarete da qualche parte tra il vuoto della fine dell’ottavo livello e l’undicesimo livello nella progressione del Corpo di Luce. Non avreste interesse per la letteratura spiritualmente orientata se foste nei livelli inferiori.

L’ottavo livello del Corpo di Luce crea cambiamenti nel corpo in modi estremi “

Ascensione e Trasmutazione nel corpo fisico umano
Ascensione e Trasmutazione nel corpo fisico umano