di Francesco Centineo

Colà semplici, assoluti, immutabili, stanno celati i misteri della Divinità, in Tenebra che ogni luce trascende, Tenebra di silenzio arcano; Tenebra che, per luce di trascendenza, in luogo tutto oscuro, folgora ciò che ogni evidenza trascende; Tenebra dove senso assolutamente non tocca, occhio assolutamente non vede; Tenebra che, in sua trascendenza, le menti, fatte prive di pupille, riempie di fulgori ogni bellezza trascendenti.
Dionigi l’Aereopagita
Dio può essere concepito dal nostro intelletto razionale, logico e pratico, nella Sua totale trascendenza, solo attraverso la negazione di una negazione. Dio è «In-finito», ciò significa che non può avere «limiti». Se vogliamo mantenere il senso «ontologico» di tale affermazione, dobbiamo essere coerenti.
Nel momento in cui noi affermiamo, per esempio, che Dio è «1», cosa che in un certo senso è «vera», implichiamo per conseguenza l’esistenza dI qualcosa che è al di fuori di quell’«1», poiché ci riteniamo altro rispetto a quell’Uno.
Noi ci consideriamo molti, poiché viviamo in un mondo fatto di una moltitudine di corpi e sappiamo invece che Dio è 1. Dio è «Uno» ma ha molti figli. Questa affermazione da un punto di vista matematico è coerente. Dall’1 procede e si produce ogni cifra numerica. L’1 contiene in sé, in «potenza», ogni cifra numerica successiva e che si ottiene sempre aggiungendo un’unità alla precedente unità. 1+1 = 2+1 = 3+1 = 4 ecc., ecc.
Dall’Unità ogni molteplicità viene generata, ma l’Unità, come notiamo, contiene in sé ogni molteplicità ed è per tal ragione quantificabile. La quantità è condizione numerica così come è condizione spaziale e temporale. La quantità è, in un certo qual senso, condizione a cui è sottomessa ogni entità, qualsiasi essa sia anche fosse l’Universo intero: la quantità indefinita di tutti gli «stati dell’Essere», i 10.000 esseri della tradizione cinese, ovvero, tutti i mondi di cui si compone l’«Universo».
Ma se l’Universo è «Uno», poiché contiene in Sè ogni molteplicità, Colui che ha creato l’Universo, deve trascendere quell’«Unità», ed essendo chiaro che nessuna quantità può trascendere la quantità, noi dobbiamo considerare un segno che espressamente neghi ogni quantità.
Lo «Zero», l’unico segno che nega ogni quantità, ogni proprietà geometrica, ogni localizzazione spaziale e temporale, rappresenta per esplicita conseguenza l’unico segno che è simbolicamente trascendente e puramente libero da ogni condizione, da un punto di vista logico, matematico e geometrico.
Lo 0 non può essere identificato all’interno di nessuna figura geometrica. Quando noi su di un foglio segniamo il «punto di partenza», quel punto simboleggia l’unità. Da quell’unità si produrrà ogni linea che noi andremo a tracciare sul foglio. Pensiamo al cerchio: immaginiamo di segnare un punto su di un foglio bianco.
Quel punto è infinitesimale, un puro nulla, ed è libero, totalmente indipendente da ogni condizione, eppure se noi puntiamo il compasso su quel punto, possiamo tracciare una circonferenza, e cioè, possiamo circoscrivere uno spazio, delimitarlo e determinarlo. Una volta che abbiamo tracciato la circonferenza potremmo segnare una quantità indefinita di raggi che vadano a delimitare gli spazi posti tra il centro e la circonferenza.
Potremmo segnare quanti raggi e diametri vorremo, dividendo il cerchio in parti uguali e sempre più piccole. Potremmo anche segnare dei cerchi concentrici all’interno del cerchio e proseguire a segnare sempre più cerchi e ancora più cerchi continuando perpetuamente all’interno della nostra mente per un tempo indefinito ripetendo e ripetendo ancora tale operazione. Potremmo, sempre partendo da quel centro, disegnare sia su di un foglio che all’interno della nostra mente una moltitudine di figure geometriche differenti.
Tutti questi segni, tutte queste figure, saranno sempre e comunque dipendenti da quel punto centrale. Il punto centrale rimarrà indipendente dalla molteplicità indefinita delle figure sviluppate, ma, comunque sia, rimarrà il principio della quantità prodotta o segnata e, perciò, sarà sempre e comunque un punto di partenza, ovvero, parte anche se principiale della creazione. L’Uno è la Creatura, L’Universo nella sua principiale e primordiale Unità. Il Creatore, invece, trascende la Creatura e di conseguenza l’Unità stessa.
Questa possibilità il sanscrito la esprime chiaramente concependo da sempre il segno dello Zero metafisico. Dal punto di vista matematico, lo 0 rappresenta, come già precedentemente dicevamo, l’assenza della quantità, e perciò, dal punto di vista metafisico, tale segno simboleggia la pura qualità del Supremo, il quale essendo puro Spirito, è libero da ogni condizione, numerica, spaziale e temporale, ovvero, da ogni condizione quantificabile e qualificabile, in un sol termine «misurabile» dal nostro intelletto pratico o razionale.
Per esprimere questo concetto gli indorai hanno concepito l’idea della Non-dualità, poiché se l’Unità contiene in sé ogni molteplicità solo la Non-dualità può trascendere l’Unità.
Lo 0 metafisico non è il nulla, non è assenza, ma è, al contrario, Presenza Assoluta, pura trascendenza. Oltre all’Atto Universale, a ciò che è manifesto nell’atto perpetuo della creazione, vi è la Potenza Universale, ciò che è non-manifesto, ovvero, che Dio non manifesta di Sé, poiché rimane libera da ogni condizione come pura e semplice possibilità inespressa ma non per questo non possibile poiché non vi è nulla che sia «impossibile» per l’onniscienza di Dio.
Possiamo asserire, insomma, che sia lo Zero che l’Uno sono i due aspetti differenti e principali di cui si compone il Tutto Universale e che in un certo senso lo Zero è superiore all’Uno. Ciò non toglie che non si può considerare uno solo di questi due aspetti se si vuole concepire intellettualmente il Supremo nella sua totale ed assoluta infinità
Nel saggio gli Gli Stati Molteplici dell’Essere, Guénon spiegava:
«Se si definisce l’Essere in senso universale, come il principio della manifestazione, e nel medesimo tempo come ciò che di per se stesso comprende l’insieme di tutte le possibilità di manifestazione, dobbiamo dire che l’Essere non è infinito poiché non coincide con la Possibilità totale; e questo tanto più in quanto l’Essere, quale principio della manifestazione, comprende si tutte le possibilità di manifestazione ma soltanto in quanto esse si manifestano. Al di fuori dell’Essere vi è dunque tutto il resto, cioè tutte le possibilità di non-manifestazione, e inoltre le possibilità di manifestazione allo stato non manifestato; l’Essere stesso vi si trova incluso, poiché non potendo appartenere alla manifestazione, in quanto ne è il principio, è esso stesso non manifestato. Per designare ciò che è pertanto al di fuori e al di là dell’Essere, siamo costretti, in mancanza di ogni altro termine, a chiamarlo Non-Essere […]» poiché le «idee più universali, essendo le più indeterminate, si possono esprimere, nella misura in cui sono esprimibili, soltanto per mezzo di termini che sono di forma negativa come abbiamo visto a proposito dell’Infinito. Aggiungiamo inoltre che il Non-Essere, nel senso indicato, è più che l’Essere, se si vuole superiore all’Essere se con ciò si intende che quanto esso comprende è al di là dell’estensione dell’Essere e contiene in principio l’Essere stesso. Tuttavia nel momento in cui si contrappone il Non-Essere all’Essere, o anche semplicemente li si distingue, né l’uno né l’altro è più infinito, perché da tale punto di vista, essi si limitano reciprocamente in certo qual modo; l’infinità appartiene soltanto all’insieme dell’Essere e del Non-Essere, poiché questo insieme coincide con la Possibilità Universale.»
All’inizio dell’articolo abbiamo utilizzato volontariamente i termini Creatura e Creatore, contrapponendoli. In un certo qual senso noi possiamo opporre questi due termini e possiamo certamente affermare che vi è alterità tra Creatore e Creatura, ma altrettanto è pur vero che tra Dio e l’Universo vi è somiglianza. La creazione, l’atto di manifestazione dell’Essere nella sua completezza, intesa come concezione complessiva, simultanea, «sintetica» dell’Universo, è una imago mundi quasi perfetta del Creatore poiché ne è il riflesso.
Il corpo universale (la Catena dei Mondi) possiamo considerarlo come l’immagine di Dio. Per comprendere bene la relazione asimmetrica che intercorre tra Dio e l’Universo ci riferiamo al Gruppo Kevala, che si occupa di curare le edizioni italiane dei testi sacri indù. Nell’introduzione alla Mundaka Upanisad questi bravissimi intellettuali spiegano:
«La conoscenza suprema riguarda l’Essere in quanto è e non diviene, cioè ha per oggetto la realtà ultima […] il fondamento metafisico della totalità attuale e potenziale e della stessa possibilità, la costante a cui riferire ogni variabile. Quello “da cui tutto promana e in cui tutto si riassorbe” restando Esso stesso eternamente autoidentico: il Bhrahman. La conoscenza inferiore si fonda sul determinismo karmico espresso dal rapporto di causa-effetto: agendo sul piano effettuale porta ad attingere le cause fino a pervenire alla Causa prima, l’Essere il Bhrahman nel suo aspetto qualificato da attributi (saguna), l’Unità-con-secondo, deve l’uno è l’essere nel suo aspetto di determinazione universale e il secondo è la totalità dell’esistenza, cioè la manifestazione nella sua integralità formale e non-formale. Tuttavia […] Anche lo stesso Essere universale, il Bhrahman non-supremo (aparabrahma) emergendo come prima determinazione e riassorbendosi in seno al Bhrahman supremo (parabrahma), deve considerarsi non-reale rispetto a Quello», che «quale Causa incausata», è il sostrato sia dell’effetto universo sia della causa-Essere qualificato sia, altresì, della stessa maya quale infinita possibilità di qualificazione.»
Nei suoi studi su La Tenebra Divina, Ananada Coomaraswamy ha documentato che il segno dello 0 metafisico è strettamente connesso al radicale sanscrito «Kha, cfr, il greco χάος» che «significa in genere «cavità»; e nel Rg Veda in particolare «il foro del mozzo di una ruota attraverso cui passa l’asse» (Monsieur-Williams). A.N. Singh ha dimostrato in modo conclusivo che nell’uso matematico indiano, corrente nei primi secoli dell’era cristiana; kha significa «zero»; Suryadeva, commentando Arjabhata, dice che «i kha si riferiscono ai vuoti […] sicché khadvinavake significa i 18 posti denotati dagli zeri». Tra le altre parole che denotano lo zero ci sono sunya […] e purna. Ci colpisce immediatamente il fatto che le parole sunya, «vuoto», e purna, «pieno», abbiano un referente comune; ciò implica infatti che tutti i numeri sono virtualmente o potenzialmente in ciò che è senza numero ; se lo esprimiamo con un’equazione, 0 = x – x, appare evidente che lo 0 sta al numero come la possibilità sta all’attualità.»
L’Infinito, Dio, non può essere compreso, se non attraverso la negazione di una negazione, ovvero, la negazione dell’«io», del soggetto distinto dall’oggetto (mondo); e cioè: la negazione tanto di noi stessi, quanto dell’Universo; di tutto ciò che ci appare, che sembra esistere (essere-al-di-fuori di Dio), poiché il «Tutto Universale», la «Possibilità Universale» risiede ab eterno ed all’interno di quel Principio che non ha mai smesso di «essere» ciò che è, ovvero, quel «Zero metafisico» che è la Causa incausata di ogni causa efficiente, e perciò di ogni manifestazione, anche del principio della manifestazione stessa, ovvero, di quel punto di partenza che è l’«Uno metafisico», il Bhrahman (saguna), l’Unità-con-secondo.
Francesco Centineo
