di Luca Rudra Vincenzini
“Eka-bīja, eka-devatā, eka-nyāsa”,”un mantra seminale, una divinità, una istallazione”, Subhāṣita (detto tantrico).
Una delle pratiche centrali nei tantra è l’individuazione della divinità tutelare e/o amata (iṣṭa-devatā) da seguire. Il metodo per trovare la propria prevede la miscela di diversi elementi: una predisposizione naturale, il tema natale per vedere come gli astri erano disposti al momento della nascita, l’intuizione di un guru o di un praticante avanzato (adhikārin) dotato di poteri psichici (siddhi), una rivelazione durante il sogno, il pantheon del lignaggio di appartenenza, etc.
Una volta individuata inizia l’assorbimento dell’archetipo della divinità attraverso lo studio della narrativa mitologica, le lezioni degli insegnanti preposti alla trasmissione (saṅkrāmaṇa o saṅkrānti), l’uso dei mantra della divinità, sia d’iniziazione, sia relativi alle sue caratteristiche specifiche (lakṣaṇa), alle sue forme (devarūpāṇi), alle sue armi (āyudhāni), ai mantra seminali delle sue funzioni (bīja).
Dopo la prima iniziazione per il praticante comincia un periodo, più o meno lungo, per assorbire l’archetipo del deva in maniera stabile, sino a che questo diviene un supporto (ālambana) costante. Quando tale fase è giunta si procede con l’istallazione della divinità nel corpo (deva-nyāsa), utilizzando i bīja della stessa incastonati negli arti con gli aṅgamantra (6 o 10 in base alla tradizione), addizionati con i kīlaka che ne determinano l’intenzione applicativa. Una volta praticato il nyāsa con il favore della luna, il praticante diviene una forma contratta ma attiva (devarūpam) della divinità e, a tutti gli effetti, un nato due volte (dvija).

