di Luca Rudra Vincenzini
Prendo spunto da Nida Chenagtsang, e dal suo racconto de “la monaca desiderosa”, per parlare di credenze umane. Nida è un medico tibetano e pratica la medicina classica del Tibet, mischiandola con principi presi da altre discipline, anche dalla psicologia e dalla medicina occidentale. Uno dei punti focali della medicina classica dell’Himālaya recita che a qualsiasi disturbo della salute corrisponde l’azione di un demone. La donna in questione andò dal medico denunciando gli attacchi nefasti di uno spirito di bassa lega. Alché il medico le chiese di descrivere i sintomi degli attacchi, e lei spiegò che, ciclicamente praticando il nubilato monastico, era pervasa da un forte e destabilizzante desiderio (ovulazione) che la possedeva interamente, corpo e mente. Cadeva dunque sotto scacco di questo demone che le mutava la percezione della realtà. L’unico espediente che la calmava era toccarsi e farlo uscire durante i picchi del piacere; ovviamente faceva questo con l’uso di mantra, ritualizzando l’atto e con la consapevolezza che in realtà non lo faceva per il piacere ma come un vero e proprio esorcismo.
Letta la condivisione di Nida chiusi il libro, senza nessuna dissacrazione occidentale con la quale avrei potuto ironizzare sulla cosa, e mi chiesi del perché ritualizzare l’atto, come fosse una cerimonia. La mente andò subito ai numerosi e comuni episodi di prostituzione sacra dell’umanità, non ultimo il maithuna himālayano (al quale ho dedicato il capitolo 7 del mio libro). Mi sono chiesto da più prospettive: perché il rito? Bèh le risposte sono tante: ripercorrere i passi del mito nei quali le divinità consumano il sacrificio di un qualcosa (il macrantropo, di sé, vittime, potenze, seme, sangue, etc), e per mantenere l’ordine universale, a partire dal sacrificio del Mahāpuruṣa; per vivere nelle ossa il potere degli Dèi; per controllare e canalizzare gli istinti; per mantenere delle valvole di scarico di gruppo nel sociale nelle feste e/o in alcune occasioni prestabilite; per gustare l’oblio in bilanciamento alle ferree regole sociali, etc…
Tanti motivi, tutti validi e ognuno, a suo modo, vero. Poi però mi sono detto:”non basta, c’è dell’altro e quell’altro è che ogni essere umano si sente un ladro”. Essere felice è visto e vissuto come un furto agli Dèi, una cosa pericolosissima di cui pentirsi e punirsi (per i popoli semiti è la famosa mela dell’Eden). L’essere umano non tollera la felicità come uno stato naturale, come un diritto di nascita, bensì come un sacrilegio. Perciò per compensare adotta due vie: o si punisce (alcool, fumo, droghe, psicofarmaci, calmanti e fanatismi di gruppo), oppure deve disattivare quella potenza istintuale e circoscriverla con regole che gli permettano di non sentirsi fuori dall’ordine di Natura. Il rito, come la scaramanzia, adempie a questo scopo: seda l’ansia. La superstizione cerimoniale e di gruppo, però di fatto, come la magia, sono tutti atti di paura. L’essere umano ha la fottuta paura di essere libero, esattamente come sono liberi quegli eventi che cerca illusoriamente di controllare. Ecco che schizofrenia, superstizione, dissociazione, scissione, attacchi di panico, sindrome da stress post traumatico, depressione, sono tutte fasi terminali di quella paura concreta, che scorre nelle vene, ovvero quella di essere liberi e felici per diritto di nascita. La cristallizzazione di ciò che è mutevole per sua intima predisposizione è paura; accettare la mutevolezza, la ciclicità di Madre Natura e non i nostri rituali compensatori è, invece, sintomo di saggezza.

