a cura di Andrea Cecchetto
- […] Nagarjuna dimostra che le cose, essendo reciprocamente condizionate, non hanno natura propria. Nessuna cosa è in sé esistente; è, in quanto correlata ad altre. Il suo essere è in rapporto ad un altro: è soltanto concettuale. La sua individualità e singolarità sono una supposizione erronea; esse non sono nulla fuori dell’identità assoluta: la quale identità è «il vuoto», l’inesprimibile, il non concettuale siccome oltre ogni designazione (Giuseppe Tucci; Storia della filosofia indiana, pp. 58-59).
- La materia soggetta ai sensi, le sensazioni, le percezioni e le formazioni mentali, la coscienza, in una parola i cinque aggregati di appropriazione soggiacciono alla sete di identificazione, che è sete di possesso e di autopossesso. Su questa sete si radica il travaglio dell’esistenza, la cui genesi interdipendente (paṭiccasamuppāda) viene significativamente rappresentata attraverso la concatenazione dei dodici fattori o dodici cause (nidāna). Gli scritti canonici illustrano ripetutamente la genesi strutturata dell’esistenza individuale, nominando analiticamente ognuna delle tappe del processo di costituzione dell’Io e del suo destino: ignoranza o nescienza (avijjā), predisposizioni o coefficienti karmici (saṅkhāra), coscienza (viññāṇa), nome e forma (nāmarūpa), i sei domini sensoriali (saḷāyatana), il contatto (phassa), la sensazione (vedanā), la sete (taṇhā), l’appropriazione (upādāna), il divenire (bhava), la nascita (jāti), la vecchiaia e la morte (jarāmaraṇa), costituiscono la progressione condizionante (samuppānna) e condizionata (samuppāda) dell’esistenza (Emanuela Magno; Nāgārjuna. Logica, dialettica e soteriologia, p. 29).

