LE CORRISPONDENZE UNIVERSALI

di Andrea Cecchetto

Capitolo n°17: La dialettica trinitaria dello Spirito di Andrea Cecchetto

Lo Spirito universale o Nous coincide con la Trinità (da non confondersi con la Triade metafisica trattata in precedenza), concetto presente non soltanto nella tradizione cristiana ma – con nomi diversi – anche in quelle neoplatonica e indù. Essa consiste nei tre momenti dialettici dell’Auto-Contemplazione dello Spirito. Si osservi l’immagine 1.

1. Il Padre coincide con l’Essere nei suoi due aspetti (Shakti divina o Essere possibile + Essere in atto); è quindi il fondamento ontologico dello Spirito, il suo aspetto Intelligibile. 2. Il Figlio coincide invece con il Pensiero in tutti i suoi tre elementi (facoltà pensante + sostrato del pensiero + pensiero determinato: di fatto, coincide con l’intera Triade metafisica); incarna quindi l’aspetto cognitivo, conoscitivo del Nous, l’Intelligenza attiva. 3. Lo Spirito santo, infine, riunisce l’Intelletto divino (il pensiero determinato) + l’Essere in atto; esso rappresenta quindi l’Intelletto-Intellezione, la non-alterità tra Padre e Figlio, tra Essere e Pensiero, il quali si affermano soltanto insieme, ossia acquisiscono realtà solo ed esclusivamente nella loro relazione dialettica. La loro unità essenziale è la stessa Vita (in senso metafisico) dello Spirito, la sua attività. Esso si pensa in quanto è ed è in quanto si pensa, e in questo consiste la sua vitalità:

  • Infatti lo stesso è pensare ed essere (Parmenide; Sulla Natura, frammento 3).
  • […] conoscere è essere, ed essere è conoscere (Frithjof Schuon; Logica e trascendenza, p. 222).
  • […] è quindi necessario che Dio sia il suo stesso pensare (Tommaso d’Aquino; Compendio di teologia, I, 31, 61).
  • Ma che cosa pensa Dio? Dio pensa la cosa più eccellente. Ma la cosa più eccellente è Dio stesso. Dio, dunque, pensa se stesso: è attività contemplativa di se medesimo: è pensiero di pensiero [Giovanni Reale; Storia della filosofia antica, Vol. II, p. 444. Natura del Motore Immobile (sulla metafisica di Aristotele)].
  • […] è da rilevare che lo Spirito plotiniano […] è inscindibile unione di Essere e di Pensiero, di Intelligibile e di Intelligenza […], è il Pensiero di pensiero di cui parlava Aristotele […]. Questa identificazione di Essere e Pensare comporta una radicalizzazione della tesi […] secondo cui le Idee sono pensieri di Dio.Naturalmente, lo Spirito è anche Vita, è «il Vivente perfetto», «il Vivente in sé», è «Vita infinita» (Giovanni Reale; Storia della filosofia antica, Vol. IV, pp. 531-533).
  • […] l’essere è nella sua pienezza quando accoglie la forma del pensare e del vivere. Perciò nell’essere esistono insieme il pensare, il vivere e l’essere. Dunque, se è Essere è anche Intelligenza; se è Intelligenza è anche Essere; e il Pensiero è inseparabile dall’Essere (Plotino; Enneadi, V, 6, 6).
  • […] tutte le cose sono conseguenza di contemplazione. Dunque se la vita più vera è vita secondo il pensiero, se questo pensiero non è che il pensiero più vero, il pensiero più vero è vivente, e la contemplazione e l’oggetto di contemplazione vivono e sono vita e fanno uno pur essendo due [Plotino; Enneadi, III, 8, 8].
  • […] solo Dio può conoscere se stesso. È l’idea fondamentale della Trinità. Se si vuole conoscere il Padre, si deve diventare Dio. Nel cristianesimo questo è il ruolo assegnato al Figlio. Fra colui che conosce e il conosciuto esiste un rapporto di relazione rappresentato dallo Spirito Santo (Joseph Campbell; Miti di luce. Metafore dell’Eterno in Oriente, p. 39).
  • Tu solo, Spirito Supremo, conosci te stesso attraverso te stesso (Bhagavadgītā X, 15, p. 111).
  • Noi siamo minuscoli tasselli dell’universo che osserva se stesso – e che si sta costruendo (John Wheeler. Citazione tratta da: Gregg Braden; La Matrix Divina, p. 103).
  • […] l’essere, mettendosi per così dire di fronte a se stesso per conoscersi, si sdoppia in soggetto e oggetto; ma […] questi due non sono in realtà che una cosa sola. Ciò può essere esteso a ogni conoscenza vera, la quale implica essenzialmente un’identificazione del soggetto con l’oggetto, cosa che si può esprimere dicendo che, in quanto e nella misura in cui vi è conoscenza, l’essere conoscente è l’essere conosciuto; […] si può dire che l’oggetto conosciuto sia un attributo (cioè una modalità) del soggetto conoscente (René Guénon; Il simbolismo della croce, pp. 107-108).
  • […] poiché l’Essere-soggetto è il Conoscente, e l’Essere-attributo (o oggetto) è il Conosciuto, questo rapporto è la Conoscenza stessa; allo stesso tempo, però, è il rapporto di identità; la Conoscenza assoluta è dunque l’identità stessa, e ogni conoscenza vera, essendone una partecipazione, nella misura in cui è affettiva implica ugualmente un’identità. Aggiungiamo ancora che, poiché la relazione non ha realtà se non grazie ai due termini che collega, e questi sono una cosa sola, i tre elementi (il Conoscente, il Conosciuto e la Conoscenza) non sono in verità che una sola cosa; ciò si può esprimere dicendo che «l’Essere conosce Se stesso per mezzo di Se stesso» [Nell’esoterismo islamico si incontrano anche formule come le seguenti: «Allah ha creato il mondo da Se stesso per mezzo di Se stesso in Se stesso», oppure: «Egli ha inviato il Suo messaggero da Se stesso a Se stesso per mezzo di Se stesso» (…)] (René Guénon; Il simbolismo della croce, p. 108).
  • Per l’intervento della sua triforme essenza sul nulla, Dio secondo le sue forme conduce all’essere le cose che sono, così che dal generante [Padre]* abbiano il principio della loro esistenza, si stabiliscano nell’essere attraverso il generato [Figlio]*, permangano nel vivificatore [Spirito santo]* (Il libro dei ventiquattro filosofi, XXII). *N.d.A.
  • Dio è mente che genera la parola e permane nell’unione. Questa definizione esprime nei suoi diversi rapporti la vita propria dell’essenza divina. Il genitore [Padre, “Mente”]* infatti si moltiplica generando; la sua progenie [Figlio, “Parola”, Logos]* si pone come verbo, poiché è generata; e nel vincolo d’unione si costituisce in uguaglianza colui che procede nel soffio [Spirito santo, “Unione”]* (Il libro dei ventiquattro filosofi, IV). *N.d.A.
  • Poiché da lui [dal Padre]*, per mezzo di lui [del Figlio]* e per lui [per e nello Spirito santo]* sono tutte le cose (San Paolo; Lettera ai Romani, 11, 36). *N.d.A.
  • Il movimento dialettico è «il cammino che produce se stesso, si proietta in avanti e ritorna entro sé […]. La dialettica è essenzialmente triadica – i suoi momenti sono l’In-sé, il Per-sé, e l’In-sé-e-per-sé -, e deriva questa triadicità dal paradigma fondamentale dell’uni-trinità di Dio (Vincenzo Cicero; Glossario del volume edito da Bompiani: G.W.F. Hegel; Fenomenologia dello Spirito, p. 1097).

Nell’Induismo la Trinità prende il nome di Sat-Chit-Ânanda:

1. Sat indica l’Essere puro, il fondamento dello Spirito, l’Intelligibile.

2. Chit o Cit è l’aspetto conoscente, il Pensiero, l’Intelligenza.

3. Ânanda significa Beatitudine, ed è il godimento auto-contemplativo, la non-alterità essenziale tra Sat e Chit, l’Intelletto-Intellezione.

  • Lo spirito è sat o ‘pura esistenza’, pura nella consapevolezza di sé (cit) e pura nella gioia di sé (ânanda). Lo spirito può quindi essere considerato come la base una e trina di tutta l’esistenza cosciente. Esistono tre termini, ma in realtà sono uno solo (Sri Aurobindo; Commento a: Îsâ Upanisad, p. 176).

Si veda l’immagine 2.

Quella tra Padre/Sat e Figlio/Chit viene simbolicamente descritta anche come una relazione d’amore, di compiacimento, di attrazione: conoscendosi attraverso il Pensiero, uscendo come fuori da sé (Processione) per poi rientrarvi (Ritorno), l’Essere si realizza, si pone in atto, si “esistenzializza”; non è più una semplice possibilità, ma diviene Spirito santo/Ânanda, pura Beatitudine, Estasi, gioiosa acquisizione di auto-consapevolezza, sapere di essere e di che cosa essere:

  • Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato; in lui ho posto il mio compiacimento» (Vangelo secondo Matteo, 3, 16-17).
  • Dio è una monade che genera una monade e in sé riflette un solo fuoco d’amore (Il libro dei ventiquattro filosofi, I).
  • La perfetta beatitudine è naturale soltanto per Dio, per il quale essere ed essere beato sono la stessa cosa (Tommaso d’Aquino; Somma teologica, 1, q. 62, a. 4).
  • Ma quando lo spirito si conosce e si ama, in quelle tre realtà […] resta una trinità; e non c’è né mescolanza né confusione, sebbene ciascuna sia in sé, e tutte si trovino scambievolmente in tutte, ciascuna nelle altre due, e le altre due in ciascuna. Di conseguenza tutte in tutte. Infatti lo spirito è certamente in sé, perché si dice spirito in relazione a se medesimo, sebbene, come conoscente, conosciuto e conoscibile, esso sia relativo alla conoscenza con cui si conosce; ed anche in quanto amante, amato o amabile dica relazione all’amore con cui si ama [Agostino d’Ippona; La Trinità, Libro IX, 5, 8].

Due precisazioni importanti:

1. La Trinità non è la realtà ultima: consiste infatti in un movimento (metafisico) immanente alla Shakti divina. Nella gerarchia logica del reale è posta al di sotto dell’Assoluto (Brahman o Âtmâ). Già il fatto che sia costituita da tre elementi, ci dice che essa è soggetta alle categorie della Quantità e della Relazione, alle quali l’Assoluto è invece totalmente sottratto, essendo incondizionato:

  • Il Vedânta insegna che l’Assoluto, Âtmâ, comporta la Trinità Sat-ChitÂnanda, “Essere-Intelligenza-Beatitudine”; non afferma che quel ternario costituisca in maniera assoluta Âtmâ e che questo non abbia affatto realtà eccetto tale ternario (Frithjof Schuon; Logica e trascendenza, p. 94).
  • Il Supremo Sé, poiché possiede la natura della Beatitudine Estrema, non ammette la distinzione tra il conoscitore, la conoscenza e l’oggetto di conoscenza. Solo Esso brilla (Sankaracharya; Atmabodha. La Conoscenza del Sé, 41, p. 132).
  • Nella contemplazione cristiana, l’Unità divina si dispiega nelle Tre Ipostasi della Trinità. La differenza con la contemplazione sufica sta nel fatto che, per il contemplativo cristiano, le Tre Ipostasi sono considerate subito come Realtà ultime (Titus Burckhardt; Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam, p. 49).

2. La cosiddetta “creazione” non è una cosa diversa ed indipendente dall’Auto-Contemplazione divina. Non è che da una parte Dio, solitariamente, pensa se stesso, e dall’altra crea il mondo… No! La creazione consiste propriamente nel prodotto dell’Auto-Conoscenza divina. Le creature non sono “fuori” da Dio, ma bensì in lui immanenti; sono gli aspetti stessi di Dio:

  • […] Plotino pone una precisa equazione fra «contemplazione» e «creazione». Il creare è contemplare o, se si preferisce, effetto del contemplare (Giovanni Reale; Storia della filosofia antica, Vol. IV, p. 612).
  • Secondo la dottrina dei Padri greci, il mondo è creato «per mezzo del Figlio nello Spirito Santo». L’Ordine divino corrisponde al Verbo, dunque al Figlio (Titus Burckhardt; Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam, p. 63).
  • Io sono il Signore e non c’è alcun altro, […], perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me (Libro del profeta Isaia, 45, 5-6).
  • Te, dunque, Dio Padre, creatore cui dobbiamo la vita; te, Sapienza del Padre [Figlio]*, dalla cui potenza rigenerati possiamo vivere nella sapienza; te, santo Spirito, il quale e nel quale amando, beatamente viviamo e ancor più beatamente vivremo; o Trinità di un’unica sostanza, unico Dio, dal quale, grazie al quale e nel quale esistiamo (Guglielmo di Saint-Thierry. Citazione tratta da: Ogni giorno un pensiero. Preghiere e meditazioni per dodici mesi, p. 171). *N.d.A.
  • […] l’Uno, pur essendo quanto di più trascendente poiché non è nulla delle cose generate, è anche quanto di più immanente, perché è in lui che tutte le cose sono costituite in loro stesse (Aldo Magris; Invito al pensiero di Plotino, p. 130).

A dire il vero, oltre a questa che abbiamo illustrato vi è un’altra concezione della dialettica trinitaria, ben chiarificata da Meister Eckhart.

Anzitutto, specifichiamo che il termine “Padre” indica qui non l’Essere, ma l’Assoluto. La cosa può apparire strana. Ma ricordiamo che la Shakti-Essere non è quantitativamente altro dall’Assoluto. Detto questo, procediamo.

Io sono ben consapevole di essere finito, relativo… una creatura fra le tante.

Una volta che però ho posto l’Assoluto (Padre) quale unica Realtà, semplice, senza parti, indivisa, mi rendo subito conto che – giacché sono evidentemente reale, ci sono, esisto – io stesso sono l’Assoluto (non potrebbe essere altrimenti: non vi è nient’altro oltre ad esso); è questo il vero significato di “Figlio di Dio”:

  • L’espressione ‘Figlio di’ significa ‘della natura di’ […]. Così, ‘Figlio di Dio’ vuol dire ‘persona divina’, un essere umano che ha la natura di Dio e ne è consapevole […]. Come è scritto nel Vangelo di Giovanni, Gesù aveva detto ad alcuni discepoli scelti: […] «Io e il Padre siamo Uno». «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Questo linguaggio non può essere frainteso (Alan Watts; L’esperienza della spiritualità. Mito e religione, pp. 53-57).
  • Io ho detto: «Voi siete dèi, siete tutti figli dell’Altissimo» [Libro dei Salmi, salmo 82 (81)].
  • Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto: voi siete dèi? (Vangelo di Giovanni; 10, 34).

Quindi, in quanto Figlio (di Dio), io sono Dio.

Se ci si fermasse qui, si rischierebbe di cadere nella concezione solipsistica (io sono Tutto, l’unica Realtà, quindi il mondo è la mia personale proiezione).

[Il solipsismo sarebbe giusto come principio solo se fosse riferito a tutti gli enti, cioè se dicesse: “Vi è un’unica Realtà, quindi anch’io – come ogni cosa – sono in qualche modo tale Realtà”. È però in errore, in quanto sostiene invece: “Vi è un’unica Realtà e, giacché io ‘sono’, la Realtà sono io!”. Lo sbaglio è non considerare il fatto che, certo, la Realtà è una ed indivisa, però si manifesta a se stessa come pluralità. Ciascuno dei molteplici esseri, quindi, è l’intera Realtà in un suo aspetto. Il solipsismo è la peggior forma di egotismo e di appropriazione in quanto, anziché annichilire l’io sostanziale di fronte all’unica e assoluta Realtà (“Io sono nulla, Dio è Tutto”), lo gonfia a dismisura, fino ad identificarlo con unica Realtà (“Io sono Tutto, io sono Dio”). Ed invece, l’io è sempre di troppo, e va tolto di mezzo. Proprio nella rimozione e nel trascendimento dell’io individuale a favore dell’Assoluto consiste il sacrificio di Gesù Cristo, il quale richiede lo stesso a chi vuol seguirlo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Vangelo secondo Matteo, 16, 24)].

È necessario integrare queste due verità nella dialettica unitiva dello Spirito: quindi io, proprio come tutte le altre creature, sono: a) sia un essere finito; b) sia l’Assoluto. Deve scomparire l’alterità, e quindi l’ego, l’Io separato:

  • […] voi dite: «Tu bestemmi», perché ho detto: «Sono Figlio di Dio»? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre (Vangelo di Giovanni; 10, 36-38).
  • Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini (San Paolo; Lettera ai Filippesi, 2, 5-7).
  • Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito (Vangelo secondo Giovanni, 16, 7).

Entrambe le opzioni sono vere, quindi devo considerarle in senso dialettico. Non vi è alcuna alterità tra Infinito e finito, tra Assoluto e relativo, tra Nirvâna e Samsâra, tra Brahman e Âtmâ (che poi è il Brahman “imprigionato” nella Mâyâ, l’Assoluto in noi), tra Padre e Figlio, tra Dio e creatura. Il Figlio ha due nature: divina e umana. Lo Spirito ex Patre Filioque procedit (procede dal Padre e dal Figlio): devono essere coinvolte entrambe le “nature”:

  • La generazione del Verbo, l’esperienza dello spirito, passa di necessità per tre momenti, assolutamente complementari. Il primo è il pensiero dell’Assoluto come […] indipendente da me e da ogni soggettività […]. Perciò c’è subito il secondo momento, quello della soggettività, in quanto la consapevolezza di avere in sé, di essere in sé l’assolutezza tende necessariamente a riassumerla del tutto nel soggetto […]. Entrambi i momenti, presi isolatamente e senza dialettica, non riescono a sussistere […]. È chiaro allora che […] valore irrinunciabile è lo spirito: «supremo distacco», sguardo che usa entrambi gli occhi dell’anima, e che procede infatti ex patre filioque […]. Esso è la sintesi e il superamento di entrambi (che non possono sussistere da soli, ove sono l’uno con l’altro in opposizione e si distruggono a vicenda) e ne costituisce l’intima verità (Marco Vannini; Storia della mistica occidentaleDall’Iliade a Simone Weil, pp. 198-199).

***

Le due concezioni qui illustrate sembrano incompatibili l’una con l’altra, ma a ben vedere non lo sono: qualsiasi essere individuale, per il solo fatto di esistere (ossia di essersi – apparentemente – affrancato dall’Assoluto), è necessariamente passato attraverso la generazione del Logos e l’“imprigionamento” nella Mâyâ.

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Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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