di Filippo Goti
Tutta la natura è protesa a depredare, a canalizzare, ad elaborare energia, per perpetuare se stessa nelle proprie molteplici forme. Al contempo ogni forma che elabora energia è a sua volta un combustibile per altre forme di vita gerarchicamente superiori lungo la piramide alimentare, così è anche per l’essere umano, che in quanto animale nella sua forma naturale, non può sottrarsi a tali imperativi. Purtroppo in realtà ci è ignoto, a livello di consapevolezza intima, il processo per cui attraverso la materia assimilata traiamo la biochimica necessaria a costituire e mantenere il corpo fisico; non conosciamo, seppur ci alimentiamo di essi, i vari tipi di nutrimento che completano quello minerale–vegetale-animale. Questo nostro essere ignavi ci preclude l’accesso alla vera alchimia, la quale non è uno sterile intellettualismo, ma trova realizzazione in una visione integrale dell’essere umano; sfortunatamente la nostra ignoranza non solo ci impedisce la possibilità della ricostituzione del corpo di gloria, ma determina anche uno stato di entropia, cioè dispersione di energia durante i nostri vari processi vitali e psicologici. Tale stato delle cose porta ad un’inefficienza sistemica, dove gli sprechi superano quanto assimilato, determinando il declino dell’uomo naturale nel volgere di pochi decenni: alla conclusione della sua forma naturale, l’uomo è cibo per la Luna, destinato ad immettere nuove forme di energia all’interno del ciclo.
Gli stessi nostri rituali richiedono energia, essi altro non sono che circuiti atti a catalizzare e canalizzare energia; la nostra profonda ignoranza in merito alle dinamiche in oggetto determina il fallimento dell’opera e la sua involuzione a grottesco teatrino. Ovviamente su questo piano della differenziazione l’energia assume diversa forma, diversa sostanza e diverse qualità: essa sarà, in guisa della fonte, grossolana o sottile (o meglio tenderà all’una o all’altra) e siffatta genia avrà ripercussioni sul livello dell’essere dell’operatore e dell’opera medesima.
Passo tratto da: “Teurgia” di Filippo Goti

