di Gianluca Marletta
Nell’Oriente cristiano – ma anche in Occidente secoli fa – l’Ottavo Vizio capitale (gli orientali li chiamano meno moralisticamente “loghismoi”, affabulazioni mentali) era chiamato TRISTITIA (Akedía). Non è la tristezza come comprensibile reazione ad un evento negativo; è uno stato dell’anima che rifiuta e disprezza ciò che ha. Non è il vizio degli “sfigati”, come si può pensare, anzi spesso è il vizio di chi apparentemente ha molto.
Questo vizio avvelena l’esistenza e chiude le porte del Cielo: essere scontenti sempre, della propria vita, famiglia, dell’essere nati in un luogo o in un tempo. Mormorare, ridire, maledire continuamente, la vita e Dio, non capire o non voler capire che le cose hanno un senso.
È il vizio che impedisce di gioire di ciò che di bello si ha e a maggior ragione di capire il senso delle prove che si affrontano. Ira, invidia, odio sono conseguenze della TRISTITIA.
È anche il più moderno dei vizi: lo abbiamo tutti. Complice un mondo che ti impone sempre modelli cinematografici e illusori. La depressione endemica in cui viviamo è il suo frutto.
Non esiste vizio più pericoloso. Rimedi possibili? RINGRAZIARE di ciò che c’è donato e cercare il senso superiore e alla fine vittorioso di ciò che il destino ci pone innanzi, anche quando ci appare meno piacevole. Perché le prove sono inevitabili, ma non vengono per la nostra distruzione.
Il contrario della TRISTITIA? Ovvio, la LETITIA.

