LA MARGINALITÀ DEL VERO

di Domenico Rosaci

Molti sono convinti che sia utile, o addirittura necessario, possedere una “verità” di qualche tipo.

Per “verità” costoro intendono una serie di convincimenti sul modo “giusto” di vivere, su come raggiungere la felicità, sulle persone e su come interagire con esse, e spesso anche su qualche entità metafisica come un “Dio” capace di assicurargli tale felicità.

Così costoro dicono “Io so queste cose”, con l’intendo di significare che essi possiederebbero tale “verità”.

Raramente ne trovi alcuni che ammettono che tali convincimenti vadano considerati come semplici “opinioni” che essi si sono fermati su qualche base, ad esempio sulla propria personale esperienza.

La maggior parte sono persone convinte che queste loro “verità” siano “oggettive”, cioè non varrebbero solo per loro come soggetti, ma varrebbero universalmente, e chi non le riconosce secondo loro sarebbe semplicemente “ignorante” o “in errore”.

Molti di costoro si accontentano di passare quel certo numero di decenni della propria esistenza credendo in queste “verità”, difficilmente mettendole in discussione, e quando la realtà della propria esistenza li mette davanti all’evidenza della sofferenza, delle cose che non procedono come si vorrebbe, essi invece di mettere in dubbio la “bontà” delle verità in cui credono elaborano degli accorgimenti per fare “quadrare i conti” in ogni caso.

Per esempio, se hanno creduto fermamente in un Dio misericordioso che li avrebbe sempre aiutati, davanti all’evidenza di qualcosa di tragico che gli capiti come una malattia o un grave lutto che evidentemente il Dio misericordioso non ha provveduto ad evitare, si inventano qualche “aggiustamento” della teoria, del tipo “La misericordia di Dio ha vie imperscrutabili che non possiamo capire.

Altri invece, non si limitano solo a credere alle proprie “verità” senza mai discuterle, ma pretendono di indottrinare il prossimo, di auto-affermare tali verità che li dovrebbero configurare (sempre secondo loro stessi) come dei Sapienti, dei “Maestri”.

Alcuni, per conferire autorevolezza alle proprie “verità”, si appoggiano a “testi sacri”, religioni, filosofie, e molto spesso alla “scienza” presentata anch’essa come una fonte di autorità in grado di avvalorare qualunque teoria.

Personalmente, non saprei dire quanti di costoro abbiano trovato una effettiva utilità da queste loro “verità”. Probabilmente una buona parte di loro ne avrà magari trovato conforto, ma dalla mia personale esperienza di semplice ascoltatore e osservatore dei miei simili, in tanti casi credo che non abbiano trovato nemmeno quella, ma piuttosto sensi di frustrazione e delusione, anche se non ammessi a sé stessi.

Sempre per esperienza, noto che invece tanti personaggi che usano le proprie presunte “verità” per indottrinare il prossimo, ne ricavano spesso buoni vantaggi materiali, “vendendo” tali verità a chi se ne senta sprovvisto e affamato. Credo che siano proprio questi presunti “guru” e “maestri”, che passano la propria vita ad ammaestrare elettori, dipendenti, pazienti, studenti e altre categorie di adepti, siano le principali vittime di questa “presunzione di verità”, perché alla fine di quei decenni di esistenza di cui parlavo sopra, non sarà a loro rimasto altro che aridità.

Cosa c’è infatti di più arido di chi non ascolta mai perché pensa di avere tutto già ascoltato?

Ci sono invece altre persone, poche rispetto a coloro di cui ho appena finito di parlare, ma non credo tanto poche in senso assoluto, che tutte queste certezze non pensano di possederle.

Non sono né stupidi, né scettici su tutto, né “relativisti” né “manichei”, nel senso che non credono che tutti i convincimenti siano parimenti buoni e neppure che la vita sia nettamente distinta in “buono” e “cattivo.

Si tratta invece di gente che pensa con la propria mente e non con quella degli altri, di gente che legge o studia i testi e gli autori del passato solo per cercare di comprendere ciò che quelle fonti intendessero significare, e non per dare forza a qualche propria “verità” da vendere.

Si tratta soprattutto di gente che ha coscienza che la vita acquista un senso solo nel momento in cui viene vissuta, e non in funzione di qualche “verità” che si possiederebbe, e quindi questa gente la vita la beve ogni momento, gustandola quando è dolce e mandandola giù quando è un calice amaro.

Queste persone, sempre dalla mia personale esperienza, danno valore alle relazioni, e non tanto a sé stessi visti come singoletti, e quindi le proprie convinzioni preferiscono condividerle piuttosto che imporle agli altri, così come sono disponibili a ricevere condivisioni da parte degli altri.

Nell’animo di tali persone non si agita quel demone che i greci chiamavano “Polemos”, che spinge le persone a competere per affermare il proprio ego su quello altrui.

Sono persone solitamente semplici, che non significa di minor valore, ma all’opposto significa che “hanno” in minore misura perché “sono” in maggior qualità.

Quando tu senti in te l’Essere della Natura, cioè sperimenti la connessione col Tutto, non avverti il bisogni di avere, nel senso di accumulare ciò che non ti serve, visto che sei già Tutto. Ti mantieni semplice proprio perché non accumuli schemi non necessari, filtri della realtà, teorie immaginifiche.

Questi convincimenti che ho appena esposto sono solo il frutto della mia personale esperienza di vita e di incontri, non li considero affatto universalmente validi e anzi non vedo perché dovrebbero risultare validi per altri individui che abbiano fatto esperienze diverse dalle mie.

Non le considero neanche “verità” definitive nemmeno per me stesso, visto che ogni nuovo giorno che vivo mi presenta nuove esperienze che possono farmi modificare, o anche del tutto mutare, i miei presenti convincimenti.

L’unica cosa che “so”, e quindi se volete ciò che considero la mia univa Verità, è che il mio Bene-Essere, cioè il mio stare bene qui ed ora, non dipende affatto dai miei attuali convincimenti e da ciò che ritengo valido con riferimento al mio passato.

Il mio Bene-Essere dipende solo e soltanto da come riesco a vivere questo mio qui ed ora, indipendentemente dal mio “conosciuto” che credo possa solo e soltanto aiutarmi ad affrontare qualche situazione pratica materiale, ma che non abbia nulla a che fare con ciò che io, personalmente, considero “pienezza della vita”.

Io so che riesco a vivere pienamente solo se mi lascio andare adesso a questo attimo presente, senza alcun condizionamento da parte del conosciuto e senza alcuna aspettativa per quanto riguarda il domani.

Al di là di questo attimo, che per me è vita piena, ci stanno altre cose chiamate “ieri”, “domani”, “ricordi”, “aspettative”, “desideri”, che hanno un impatto sul mio corpo fisico, sulle cose che possiedo e che possiederò, forse anche sul numero di giorni che vivrò, ma su niente altro che questo, che per me ha un’importanza molto marginale.

Io so bene, fin da quando sono nato, che tutte queste “cose” materiali, compreso il mio corpo fisico, sono solo cose a termine, che le perderò per cui affezionarmi ad esse sarebbe solo assicurazione di sofferenza.

Il mio “attimo presente” invece, non lo perderò mai. Si tratta di emozioni, sentimenti, relazioni, folgorazioni. Lo vivo ora, qui, quindi è immortale. Non lo conservo, non lo metto da parte nemmeno come ricordo, non lo voglio “possedere”. Lo voglio solo vivere.

Tutto il resto, quello che metto da parte, dai soldi sul conto in banca, ai ricordi nella mia memoria, è utile per mantenere funzionante questo corpo fisico che mi dà l’occasione di vivere questi “attimi presenti”.

Ma ripeto, per quanto passare più giorni possibili ad esistere sia certamente importante, questa importanza è marginale. Non è la quantità dei giorni a contare, ma la loro qualità.

E la pienezza del mio vivere dipende solo dal mio mettermi ad ascoltare, ad osservare la Vita e a “com-prenderla”, che è voce verbale molto diversa da “prenderla”.

Comprendere significa letteralmente “abbracciare”, “abbracciarsi”, identificare l’oggetto col soggetto, vedersi nell’altro e non nel polo isolato.

Celan diceva che la poesia non è che una stretta di mano.

Ecco, l’unica cosa che davvero so è che la vita è poesia. Di ciò, e solo di ciò sono certo oltre ogni dubbio.

Eppure, per quanto io almeno questo pensi di saperlo, nemmeno questo penso di poterlo “spiegare”, perché questa poesia io la vedo come un’essenza dell’esistere che ha il suo Essere proprio nell'”avvolgimento” e non nello “spiegamento”.

Meno che meno posso pensare che questa mia conoscenza io possa “insegnarla” a qualcuno, rimane solo un’esperienza personale da condividere.

Di fatto la Verità è quindi soltanto esperienza diretta, proprio come si fa esperienza di Dio.

Così, cosa si può fare di altro, con una stretta di mano?

LA MARGINALITÀ DEL VERO
LA MARGINALITÀ DEL VERO

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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