A cura di Livia Di Vona
Come potevano saperlo?
Se un’idea antica contiene davvero la chiave per il futuro della fisica, come sono collegati il pensiero antico e la fisica moderna? Che cosa permise ai filosofi greci, ai saggi dell’Asia orientale, ai mistici orientali e ai pensatori medievali di elaborare idee così straordinariamente vicine alla fisica moderna, senza avere la minima idea dei progressi sperimentali che l’hanno resa possibile? Se lasciamo briglia sciolta alle congetture, le stupefacenti analogie tra ciò che sappiamo sulla realtà quantistica e gli stati alterati di coscienza potrebbero fornire spiegazioni. Forse non è del tutto impossibile che gli esseri umani sperimentino un olismo quantistico negli stati alterati di coscienza, compresa quella che fin dall’inizio dei tempi è stata interpretata come «esperienza mistica».
In alternativa, forse l’umanità ha conservato in qualche modo un ricordo
inconscio dell’essere «tutt’uno con la natura» fin dai primordi, quando l’individuazione non era ancora del tutto sviluppata – uno stato probabilmente paradisiaco, come suggerito nelle interpretazioni della caduta dell’uomo e discusso nelle opere di Giovanni Scoto Eriugena o Friedrich Schelling.
In seguito, questo ricordo potrebbe essere stato incoraggiato nelle religioni pagane, nei culti misterici e nelle società segrete. Oppure la sensazione di dissoluzione dell’ego che si può sperimentare negli stati alterati di coscienza potrebbe aver contribuito a mantenere vivo questo ricordo o a farlo rivivere di tanto in tanto. (…)
Heinrich Päs
L’Uno – l’idea antica che contiene il futuro della fisica
(Se davvero le cose dovessero stare così, allora le parole di Giorgio Colli sulla filosofia greca, tesa a recuperare qualcosa che già era stato realizzato e vissuto e non aspirazione a qualcosa da raggiungere, suonerebbero ancora più vere)

