di Alexandro Sabetti
23 Dicembre 2024
In questo paese siamo chiusi tra l’incudine di chi pensa che Putin voglia arrivare fino al Portogallo – perchè l’ha detto Severgnini – e il martello di chi pensa che Trump sia un novello Allende, portatore di pace e valori.
Analfabetismo funzionale e presunzione conformista
In un contesto culturale e sociale sempre più complesso, l’ignoranza non si presenta più come un problema univoco. Lontana dall’essere soltanto una condizione di chi non legge o si tiene lontano dall’informazione, essa assume oggi forme più insidiose.
Tra queste, la “presunzione conformista” – ovvero di chi crede di sapere in base a presupposti opinabili ma per lui inattaccabili (esempio: “C’era scritto su Repubblica”), si configura come uno dei mali più gravi del nostro tempo, capace di influenzare scelte collettive e individuali in maniera devastante.
L’evoluzione dell’ignoranza: confronto tra analfabetismo funzionale e semi-cultura
L’analfabetismo funzionale è definito come l’incapacità di comprendere e utilizzare informazioni scritte nonostante un livello di istruzione formale.
Questa condizione è comune e, per molti versi, rappresenta una piaga riconoscibile: chi ne è affetto spesso non si informa, non legge e si limita a interpretazioni semplicistiche della realtà.
In Italia non ci sono, quasi, più analfabeti, cioè coloro che non sanno leggere e scrivere, ma abbondiamo di analfabeti funzionali. Secondo una ricerca Piaac-Ocse del 2019, l’ultima disponibile), il 28% della popolazione italiana tra i 16 e 65 anni – cioè quasi 17 milioni di individui – non è capace di comprendere e usare correttamente le informazioni quotidiane perché non ha sufficienti abilità nella comprensione di un testo.
Tuttavia, il semi-colto – una figura che si pone a metà tra l’ignorante e il cosiddetto ‘intellettuale’ – costituisce un problema altrettanto significativo, se non maggiore.
Il semi-colto è colui che, avendo accesso a un’istruzione o a fonti di informazione apparentemente affidabili, sviluppa una fiducia illimitata nei mediatori dell’informazione: giornalisti, divulgatori televisivi, influencer culturali e persino enciclopedie digitali.
Il risultato è una forma di ottusità radicata, che si manifesta nell’assenza di pensiero critico e nella totale delega del giudizio a fonti ritenute autorevoli. Questa genera il fenomeno che possiamo definire “presunzione conformista”, ovvero un atteggiamento mentale che sostituisce il pensiero critico con una cieca fiducia nell’autorità mediatica.
Essa si traduce in un comportamento che accetta passivamente qualsiasi affermazione proveniente da fonti considerate autorevoli, senza verificarne la veridicità o riflettere sul loro contenuto.
Per il semi-colto, è sufficiente che qualcosa venga affermato da un’istituzione riconosciuta o da un personaggio pubblico per essere ritenuto vero. Frasi come “L’ho sentito a Piazza Pulita su LA7” o “L’ha scritto Galli della Loggia sul Corriere” diventano il mantra di un pensiero conformista che rinuncia all’uso della ragione.
Questa mentalità crea una nuova forma di dipendenza dal principio di autorità, sostituendo l’autorità religiosa o politica del passato con quella mediatica e accademica. L’effetto è duplice: da un lato, si alimenta la fiducia in un’informazione confezionata per essere consumata rapidamente; dall’altro, si scoraggia qualsiasi tentativo di approfondimento personale.
La superficialità come norma
Un esempio lampante della presunzione conformista è il comportamento che porta a interpretare eventi complessi attraverso lenti semplificate e stereotipate. Se scoppia un incendio sotto casa, il semi-colto non osserva e non indaga, ma apre freneticamente una fonte online per cercare risposte pronte.
Se subisce un danno, accetta statistiche che normalizzano l’evento come inevitabile. Se vive in condizioni di disagio economico, si lascia rassicurare da articoli che presentano la povertà come un nuovo stile di vita sostenibile. In ogni situazione, la narrazione predominante è accettata senza riserve.
Questo atteggiamento ha conseguenze sociali profonde. L’accettazione passiva di una realtà preconfezionata mina la capacità collettiva di mettere in discussione decisioni politiche, economiche e culturali. La superficialità diventa norma, mentre il pensiero critico è relegato a una piccola elite.
Illusione e realtà
Il problema più grave della presunzione conformista è che i suoi fautori “non sanno di non sapere”. Questo stato mentale è ancora più pericoloso dell’ignoranza dichiarata, in quanto genera una falsa sensazione di superiorità intellettuale.
Il semi-colto crede di avere una visione lungimirante, ma in realtà proietta luoghi comuni e falsità senza alcuna consapevolezza della propria limitatezza.
Per esempio:
- Si accetta senza discussione che l’America sia una grande democrazia e che la Cina sia una minaccia democratica, trascurando analisi più profonde, o anche solo semplicemente studiare la storia o consultare un bignami sulle guerre degli ultimi cento anni e verificare chi sia la vera minaccia.
- Si adotta una visione manichea dei conflitti internazionali, dove Putin è il nuovo Hitler che annette illegalmente territori altrui mentre Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente, “modifica i propri confini”.
- Si plaude all’annullamento delle elezioni in Romania perchè convinti che i contadini di Chisinau abbiano votato un candidato dopo averlo visto su TikTok tante volte.
Le conseguenze sociali
La diffusione della presunzione conformista ha conseguenze devastanti. Sul piano sociale, essa alimenta la polarizzazione: chi mette in dubbio le narrazioni predominanti è rapidamente etichettato come complottista o ignorante.
Sul piano culturale, si riduce lo spazio per il dibattito e la diversità di opinione. La società si appiattisce su un pensiero unico, che scoraggia l’innovazione e il progresso.
Inoltre, questa mentalità contribuisce alla disillusione collettiva. La fiducia cieca in istituzioni e media è destinata a crollare di fronte a evidenti contraddizioni o scandali, generando cinismo e sfiducia generalizzata.
Che fare allora? Il primo passo per contrastare la presunzione conformista è sviluppare una consapevolezza critica. E te pare facile?!, direbbe la Sora Lella. Questo è vero, ma non ci sono alternative o scorciatoie. Ciò richiede l’educazione a non avere fretta e cercare soluzioni semplici, a verificare le fonti e a non accettare passivamente ciò che viene presentato come verità assoluta. Il manicheismo dei grandi divulgatori è una picconata contro la curiosità intellettuale di ogni singola persona che voglia approfondire i temi che la storia e la cronaca ci pongono continuamente lungo il nostro cammino.
Infine, è essenziale riconoscere i limiti del proprio sapere. Solo attraverso l’umiltà intellettuale possiamo evitare di cadere nella trappola della presunzione conformista e costruire una società più consapevole e informata.
Tratto da: Kultur Jam

