di Luca Rudra Vincenzini
Nel Nāsadīyasūkta del Ṛgveda si scrutano gli abissi delle origini. L’Uno permaneva eterno nelle profondità immote di un infinito oceano tenebroso (salila, samudra). Le acque erano imperscrutabili e non è chiaro se esse furono la prima produzione dell’Uno, fu l’Uno a metterle in atto, o piuttosto la sua coeva eterna dimora, era l’Uno che dimorava in esse da sempre e dunque furono loro a generarlo. Ad un tratto avvenne che:”manaso retaḥ prathamam”,”dalla mente (manas) fu il primo germe”.
Emersero così tre elementi dall’oceano: manas (mente), tapas (fuoco-ardore), kāma (desiderio volitivo). Questo Uno, pur essendo profondo e oscuro, è animato da un principio intellettivo (manas), come a distinguerlo dalla cascata materica che seguì nel tempo. Al centro di tale oceano imperscrutabile ma intelligente, sommamente tale, emerse il secondo elemento: il tapas. Il calore cominciò a far ribollire l’oceano causando le increspature del divenire. Fu tale ondeggiare a generare il terzo elemento: il kāma, ossia il desiderio di creare ciò che sino ad allora non era stato.
È così che l’Uno, l’essente (sat), pose il non-essente (asat), ovvero ciò che non era ancora, dando il via al divenire creativo. In seguito il non-essere venne descritto come il restante mare che non prese forma nella creazione, il confine oscuro che circondava la creazione. Ora l’essente pose prima il macantropo (puruṣa), poi tramite il suo autosacrificio gli Dèi (deva) e gli universi (viśva): cielo (svāhā), atmosfera (bhuva) e terra (bhūr).
Dopo eoni i saggi (ṛṣi), dei veri e propri psiconauti, videro tutto ciò nelle profondità liquide del loro cuore (hṛdayasamudra), ovvero ove il puruṣa andò a dimorare, ossia nel cuore di tutti gli esseri viventi. I veggenti, infuocati dal soma (bevanda psicotropa), videro che la terra era il corpo (deha), l’atmosfera il soffio vitale (prāṇa) ed il cielo il principio insondabile del sé (ātman) del macantropo.
Inebriati ed audaci si spinsero ancora oltre e ricapitolando la volontà a ritroso, si mossero nell’immensità del cielo (khecarī) verso il capillare cosciente della manifestazione. Questo oceano era infuocato in profondità dai raggi (marīci) del sole della coscienza, così facendo passarono attraverso le passioni ardenti dei deva, sondarono il senso dell’io cosmico (puruṣa), fermarono l’istinto creativo (kāma) ed il fuoco del divenire (tapas), riposando infine alla sorgente del principio intellettivo (manas), che era profondo come gli oceani dell’inizio (salila, samudra) ma, giunti lì, non furono più…

