QUATTRO TESI E UNA CONCLUSIONE

di Stefano Vaj

1) Nella cosiddetta Unione Europea, la sezione locale dell’oligarchia occidentale ha una difficoltà crescente a mantenere per il resto della società un livello di vita compatibile con un consenso almeno passivo per lo status quo. Tale difficoltà è strutturale, e dipende soprattutto da tre fattori: la finanziarizzazione dell’economia, che sottrae risorse alla produzione; la concentrazione della ricchezza residua; l’indifferenza od ostilità per l’innovazione rispetto alla delocalizzazione ed alla protezione di posizioni monopolistiche, che corrisponde ad un’appartenenza sostanzialmente globale (ideologica e soprattutto di classe) delle forze coinvolte,

2) In tale quadro, risulta ovvio l’interesse a che istituzioni quanto più possibile isolate da un controllo ed una responsabilità politici, e da reazioni popolari di natura elettorale o meno, godano di una crescente centralizzazione dei processi decisionali, di strumenti di repressione e deterrenza (“We have tools”, Ursula von der Leyen), e del potere culturale e militare. Sotto quest’ultimo profilo, la cosa è vantaggiosa, a livello poliziesco, giudiziario e appunto militare, anche per la possibilità di utilizzare risorse con rapporti minimi con il territorio coinvolto e che consentano il massimo di deresponsabilizzazione di autorità locali dall’immagine già più che compromessa.

3) La retorica a sostegno di tutto ciò invoca spesso la “difesa dei confini”, ma la sua vera e più vistosa funzione, anche rispetto al dibattito politico nei singoli paesi membri, è oggi quella di assicurare la continuazione a medio termine dell’invasione in corso nel territorio della UE, in modo di aver il tempo di riempire di allogeni città, mercato del lavoro (così da diminuire il potere contrattuale sociopolitico della popolazione preesistente), ed elettorato attivo per stabilizzare la situazione.

4) Tale immigrazione comprende tanto una componente puramente parassitaria (rifugiati, balordi, microcriminali) quanto personale produttivo – e sfruttato. La distinzione è sopravvalutata, perché in entrambi i casi i costi economici, e non, dell’immigrazione di massa sono esternalizzati sulla società di destinazione, mentre i vantaggi sono largamente monopolizzati da chi la promuove, sia in termini generali di business che con riguardo al settore specifico rappresentato in sè dal business dell’accoglienza. Il punto saliente comunque sta nel fatto che in entrambi i casi il ceto immigrato ha un preciso interesse di classe a che l’oligarchia possa continuare a trasferire ricchezza dagli abitanti della regione interessata ai nuovi arrivati, e perciò è destinato a costituire la nuova base sociale del suo potere. Cosa confermata anche dall’essenziale inesistenza di forme di solidarietà trasversale tra gli individui coinvolti da un lato e fasce più povere o posizioni populiste dall’altro.

CONCLUSIONE

Fermo restando quanto sopra, per chi non ritenga di ricavare vantaggi morali e materiali dalla situazione descritta residua un amplissimo spazio di dibattito su come e cosa fare al riguardo. Quello che per contro appare certo è che il ***rafforzamento di questo processo, lungi dal garantire una maggior protezione della attuale popolazione europea e dei suoi interessi, ha come esito la sua disunione, schiavitù e, a termine, tendenziale estinzione***. La catastrofe demografica in atto fa infatti parte tanto delle sue concause quanto dei suoi effetti.

QUATTRO TESI E UNA CONCLUSIONE
QUATTRO TESI E UNA CONCLUSIONE

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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