In questi giorni molte parole sono state scritte, condivise e lette. Parole forti, parole dolorose. Racconti che mettono a nudo ferite profonde in contesti spirituali dove, in teoria, si dovrebbe respirare solo amore, devozione e consapevolezza.
Chi legge potrebbe pensare che tutto questo sia un attacco, una ribellione o una vendetta. Ma non è così. Non stiamo parlando per distruggere, ma per liberare lo spirito originario che anima ogni sincero cammino di devozione.
Questa voce nasce dal cuore, da chi ha amato profondamente la via della Bhakti, da chi ha cantato, servito, studiato, offerto. Da chi è stato ferito, ma non ha dimenticato la luce che aveva intravisto nel cammino. E anche da chi, pur non seguendo un sentiero preciso, sente che la spiritualità autentica non può essere basata sulla paura, sull’omertà o sull’abuso.
La Bhakti, quella vera, è unione con il Divino e con gli esseri viventi. È rispetto, è compassione, è verità. Non ha nulla a che fare con l’autoritarismo cieco, le gerarchie corrotte o la spiritualità usata come maschera per il potere.
Non vogliamo dividere, vogliamo unire.
Unire devoti, ricercatori, anime in cammino. Unire chi ha vissuto dentro alcune strutture e chi ne è uscito. Unire anche chi guarda da fuori con timore, perché sente che qualcosa di sacro c’è — ma teme di rimanere ferito.
Forse non serve clamore, né scontri. Forse serve solo una riforma interiore e collettiva, fatta di sincerità, dialogo, accoglienza. Forse non dobbiamo più aspettare che “qualcuno lassù” cambi le cose. Forse dobbiamo solo ritrovarci tra di noi, creare piccoli cerchi di verità, canto, studio, amore. Dove le gerarchie cadono e rimane solo il cuore.
Questo non è un “contro”. È un “per”.
Per la verità.
Per l’anima.
Per Krishna — o per come ciascuno chiama il Divino.
È tempo di creare qualcosa di nuovo.
Insieme.

