I SEMI DEL DIRITTO NATURALE NEI POEMI OMERICI

di Daniele Trabucco

Nei poemi omerici, Iliade e Odissea, la riflessione giuridica non si presenta ancora nella forma sistematica e razionale che contraddistinguerà la tradizione filosofica classica successiva, ma ciò non significa che in essi sia assente un’istanza normativa profonda, implicita e tuttavia essenziale, che si può interpretare come una prima, aurorale manifestazione del diritto naturale. L’ordine del mondo omerico, pur inscritto nella dimensione mitico-poetica, rivela un tessuto normativo che non si esaurisce nella prassi consuetudinaria o nell’arbitrio dei potenti, ma che si fonda su un ethos riconosciuto e condiviso, quasi una legge non scritta che si impone, ancor prima che per la forza, per la sua necessità intrinseca. È qui che si intravede l’embrione di quel diritto che, nella tradizione giusnaturalistica, sarà detto “naturale” perché anteriore e superiore a ogni legge positiva. La “dikē”, che nei poemi omerici designa la giustizia, non è mera conformità alla legge posta, né semplice obbedienza alla volontà di un’autorità coercitiva. Essa è, piuttosto, un principio di armonia ontologica tra uomini e dèi, tra destino e libertà, tra parola e azione. Non a caso, nella Iliade, la “dikē” è costantemente evocata come criterio di legittimità delle azioni, tanto nel comportamento degli eroi quanto nel giudizio divino. Come ha osservato Eva Cantarella, sebbene non vi sia ancora una separazione tra diritto e religione, tra legge umana e volontà divina, vi è nondimeno un nucleo normativo oggettivo che si impone anche ai sovrani e agli dèi stessi, quasi a segnalare che la “dikē” è altro dalla mera volontà del più forte. Quando Achille, offeso da Agamennone, si ritira dalla battaglia, il suo gesto, per quanto emotivamente carico, implica anche una rottura di un patto implicito di giustizia. L’ira di Achille è, in parte, un atto di denuncia contro l’arbitrio, contro l’ingiustizia che viola un ordine superiore: una forma primordiale di opposizione morale che prefigura, in chiave epica, la futura distinzione tra “ius” e “lex”. Allo stesso modo, nell’Odissea, il ritorno di Odisseo a Itaca non rappresenta soltanto il compimento di un destino individuale, ma anche la restaurazione di un ordine violato. I proci, che si appropriano della casa e della sposa del re, vengono puniti non per vendetta privata, bensì in nome di una giustizia che travalica la legge umana: essi hanno infranto un equilibrio naturale e sacrale, un codice non scritto che regola la convivenza e l’onore. La loro punizione segna non l’affermazione della forza, ma il ristabilimento di un cosmos giusto, che ha al proprio centro il rispetto dell’ordine, non nel senso di un comando positivo, quanto come principio assiologico e naturale. Come nota Luigi Enrico Rossi, in Omero si coglie già il senso di un’oggettività del giusto che non dipende da convenzioni mutevoli, ma affonda le radici in un ethos condiviso, nella memoria del passato e nella sacralità dell’ospitalità, dell’onore, della parola data (l’opposto di quanto avviene nell’isola dei Ciclopi). Dario Del Corno ha insistito sulla funzione paradigmatica dei miti omerici come luogo di formazione di modelli etici e giuridici. Il mito, nella sua dimensione narrativa, non descrive soltanto ciò che è accaduto, ma prescrive ciò che è giusto. In questo senso, il diritto naturale che si delinea nei poemi omerici non è ancora una teoria, ma è già una forma di consapevolezza normativa: una “giustizia narrativa” che educa, orienta e vincola, nella forma del racconto, gli uomini e le loro comunità. Se la giustizia omerica appare talora ambigua o cruenta, ciò non toglie che essa presupponga sempre un ordine oggettivo di valori, un’armonia violata che deve essere restaurata. Questo ordine, tuttavia, non è mai puramente umano. L’Iliade e l’Odissea ci mostrano un mondo in cui il diritto è ancora inseparabile dalla dimensione sacrale e, tuttavia, proprio questa sacralità rivela che la giustizia ha una radice ontologica, che non dipende da una decisione, ma da un’essenza. I giuristi moderni, dimentichi di questo orizzonte, hanno spesso ridotto il diritto a una tecnica normativa o a una forma di regolazione del potere. Tuttavia, il mondo omerico ci ricorda che prima della “lex”, vi è il “fas” (ció che è lecito secondo la volontá divina), e che l’uomo giusto è colui che si conforma non alla legge dei mortali, ma a quella legge invisibile che regge il mondo degli dèi e degli uomini. In tal senso, i poemi omerici sono già filosofia del diritto, nella forma originaria e poetica che precede la riflessione concettuale: essi sono la testimonianza che il diritto naturale nasce come percezione esperienziale e drammatica di un ordine che si impone nella coscienza prima ancora che nella legge. L’eroe omerico non è, dunque, solo un guerriero o un navigatore, ma anche, e soprattutto, un uomo che cerca giustizia, che lotta per un ordine perduto, che riconosce nella “dikē” non una convenzione, ma una necessità intrinseca dell’essere. In questa tensione tra destino e libertà, tra colpa e redenzione, si intravede la matrice metafisica del diritto naturale, la sua natura di fondamento invisibile ma imprescindibile di ogni comunità umana. Così, ben prima di Aristotele e del “De legibus” di Cicerone, i versi di Omero ci consegnano una visione del diritto come “physis”, come misura del giusto impressa nelle cose e nel cuore degli uomini, una legge mai scritta eppure sempre conosciuta, che nessun potere può cancellare senza precipitare nel disordine e nella rovina.

I SEMI DEL DIRITTO NATURALE NEI POEMI OMERICI
I SEMI DEL DIRITTO NATURALE NEI POEMI OMERICI

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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