CONAN IL RAGAZZO DEL FUTURO

di Francesco Braschi

Nel 1978 debuttava una serie animata inizialmente incompresa, capace però di guadagnarsi nel tempo il posto d’onore che le spetta all’interno della produzione del maestro giapponese.

Per quanto possa suonare strano, non si parla molto di Conan il ragazzo del futuro (未来少年コナン Mirai shōnen Konan). Datato 1978 (in Italia arrivò nel 1981), questo cartone animato in 26 episodi è basato sul romanzo Conan, il ragazzo del futuro (The Incredible Tide) di Alexander Key (pubblicato nel 1970) e, se a qualcuno potrebbe magari non suonare il titolo (ha avuto una programmazione ondivaga nel corso degli anni nel nostro paese, dove è praticamente ‘sparita’ dai palinsesti dopo il 2012), di sicuro il nome del suo co-creatore è però ben noto.

Si tratta del regista, sceneggiatore e animatore di quasi tutte le opere dello Studio Ghibli, ovvero Hayao Miyazaki, che qui collaborò con Keiji Hayakawa e il futuro socio Isao Takahata. Prima del grande successo di critica, e prima della creazione dello Studio Ghibli stesso, Hayao Miyazaki aveva lavorato a molte produzioni animate, ma è abbastanza prudente affermare che è Conan il ragazzo del futuro il lavoro dove si possono meglio scovare le origini dello peculiare stile visivo e delle influenze sullo Studio Ghibli e ciò che – probabilmente – gli ha permesso poi di consolidare la sua carriera di filmmaker.

Come detto, Conan il ragazzo del futuro è stato realizzato sul finire degli anni ’70 e, nonostante sia quindi stato realizzato oltre cinque anni prima della fondazione dello Studio Ghibli, racchiude già tutti gli stilemi e le tematiche portanti di quasi tutti i film successivi di Hayao Miyazaki: ambientalismo, stigmatizzazione delle guerre, personaggi femminili forti, antagonisti moralmente ambigui e, nonostante un aspetto ‘arcaico’, il character design e i colori pastello che diverranno tipici dello Studio Ghibli.

Io di Conan il ragazzo del futuro non posso parlare come se fosse solo un cartone. Non riesco. È troppo. Troppo bello, troppo potente, troppo umano. È uno di quei viaggi che ti porti dentro per sempre, anche se lo guardi da ragazzino o da vecchio. È un abbraccio caldo. È fango, vento, sangue, cuore. È una carezza data coi calli sulle mani.

Non so se è l’anime più bello mai fatto, sicuramente tra i capolavori assoluti. È diretto da Miyazaki, sì, ma non è quello Miyazaki tutto fatine e magia e gattini volanti…No. (Che comunque sono bellissimi anche quelli.) Questo è Miyazaki operaio, artigiano, idealista, sudato. È il Miyazaki che crede ancora che l’umanità si possa salvare. A fatica, a botte, ma si può.

Conan è un ragazzino nato dopo l’apocalisse. Il mondo è saltato per aria, le città sono sprofondate, l’acqua ha inghiottito la terra. Un disastro. E lui vive su un’isoletta, solo con suo nonno. E lì già capisci tutto: che la vita va avanti anche dopo che la vita è finita. Che basta un filo d’amore e un po’ di sole per tirare avanti.

Ma poi arriva Lana. E lì inizia tutto. Perché Conan è sì un’avventura post-atomica, ma è prima di tutto una storia d’amore. Ma non quell’amore da baci e cuori e sospiri. No. È l’amore che ti fa fare tutto: attraversare il mare, spaccarti le ossa, rischiare la vita, lottare. Conan ama Lana come si ama quando sei puro. Come solo i ragazzini e gli uomini veri sanno amare: senza se e senza ma. Senza strategia.

E intorno a loro c’è un mondo che fa schifo. Industria, guerra, controllo, fame, prepotenti, ricchi che comandano, poveri che zappano. C’è Industria, che è tipo una città che sembra una prigione, dove tutto puzza di metallo e sfruttamento. E ci sono i cattivi – e pure lì Miyazaki ci fa il regalo di non fare i cattivi classici. Sono malati di potere, ma non sono stupidi. Sono gente che ha perso il cuore e se n’è fatta una ragione.

E poi c’è il Nonno di Lana, Briac Rao, Altro che vecchietto tenero. Quello è un pezzo di storia vivente. È come un libro di carta ingiallita, ma che brucia ancora. Uno che c’ha dentro il passato, le bombe, gli errori dell’umanità. E c’ha pure la speranza. Perché lui, nonostante tutto, ci crede ancora. Ci crede nei giovani, nell’amore, nella possibilità di cambiare le cose. È uno di quelli che sta zitto, osserva, e quando parla è meglio che stai attento. Perché ogni parola è una pietra.

Ahhh… il Capitano Dyce. parliamo seriamente.

Perché Dyce è uno che non ti scordi. Uno di quelli che all’inizio ti stanno pure un po’ sul culo — con quel suo modo strafottente, le battute secche, l’aria da “mi faccio i cazzi miei e voi arrangiatevi” — ma poi ti prende. Ti prende forte. E quando te ne accorgi, gli vuoi pure bene. Sì, perché sotto quella scorza da vecchio marinaio un po’ cialtrone c’è un uomo vero. Di quelli che non fanno i discorsi, ma quando c’è da scegliere tra il potere e la coscienza, scelgono la coscienza. Sempre.

Poi c’è Monsley, la rossa. ( Che sposerà Dyce) Dio, che personaggio! Parte come stronza fascista con l’uniforme, fredda come un coltello. E poi cambia. Si sveglia. Si ricorda di avere un’anima. E te ti commuovi. Perché ogni volta che un personaggio cattivo diventa buono, un pezzo di mondo si aggiusta.

E non posso non parlare di Jimsey. Che è la fame. La risata. La pancia vuota e la vita piena. È quel tipo di amico che ti salva anche quando rompe le palle. E poi è sporco, grezzo, leale. Come piacciono a me.

E poi c’è Indastria. Che solo a nominarla ti viene voglia di sputare per terra. È la città dei padroni, dei fili, delle leve, delle divise. Una gabbia d’acciaio dove l’aria non gira e la gente non pensa più. Lì ti tolgono la libertà con la scusa dell’ordine. Ti dicono cosa fare, come pensare, chi amare. E se non stai al gioco, ti schiacciano. È la fabbrica dell’obbedienza. È la fine della fantasia.

Ma il bello è che Miyazaki non te la butta in faccia come il male assoluto. Te la fa vedere com’è: efficiente, pulita, organizzata… eppure marcia. Ti fa capire che il vero pericolo è quando l’umanità diventa un ingranaggio. Quando tutto funziona, ma nessuno è felice. Quando l’uomo serve la macchina, invece del contrario.

Repka. ‘Sto bastardo.

Repka è quel tipo di stronzo che non alza mai la voce. Non ha bisogno. È peggio. È freddo. È liscio. È il tipo che ti fotte con calma, con educazione, mentre tu manco te ne accorgi. Non si sporca le mani, lui. Ti spezza le ossa senza alzare un dito. Comanda. Decide. E chi non gli va bene, fuori dai coglioni.

È la faccia di Indastria, quella più marcia. Quella che ti sorride in faccia mentre ti mette la catena al collo. Sempre in ordine, sempre serio, sempre dritto. Ma dentro è putrido. Non c’ha cuore, non c’ha anima. È un pezzo di ghiaccio messo in piedi con una giacca stirata e una voce piatta che ti fa venire voglia di spaccare tutto.

“Harbor” il villaggio. Quel pugno di case e di gente che vale più di mille città.

Harbor non è solo un villaggio. È una boccata d’aria dopo l’inferno. È un posto piccolo, semplice, fatto di legno, sabbia e sudore. Niente luci, niente comandi, niente tecnologia a incatenarti. Solo gente viva. Gente che lavora, che sbaglia, che ride, che si aiuta. Harbor è come dovrebbe essere il mondo. O almeno quello che resta di buono.

Quando ci arrivi, dopo l’angoscia di Indastria, ti sembra un sogno. Un sogno sporco, ma vero. I bambini giocano, gli adulti si spaccano la schiena ma senza diventare bestie. Nessuno vuole dominare, nessuno comanda con la paura. C’è la terra, il mare, il cielo. E c’è la libertà. Quella vera. Quella che non si compra, ma si costruisce ogni giorno.

È lì che Jimsey vive come un matto libero. Con la canna da pesca, le risate, le mani sempre zozze. È lì che Conan trova un pezzo di casa. Non una casa vera, coi muri e i mobili. Ma quella casa che ti dà la gente. Gli sguardi. Il rispetto.

Harbor non è perfetta. C’è la fatica, c’è la povertà, c’è anche la paura quando arriva Indastria con le sue grinfie. Ma è viva. Ed è giusta. E quando serve, combatte. Senza eserciti. Con le reti, i bastoni, il coraggio. Perché lì la libertà se la sentono addosso, e non la mollano manco morti.

Harbor ti fa capire che non servono grattacieli per essere felici. Che puoi stare bene anche senza niente, se attorno hai le persone giuste. Se c’è onestà. Se c’è cuore.

E quando Conan parte da lì, te lo senti che gli dispiace. Perché Harbor è uno di quei posti che ti resta dentro. Che magari non ci sei nato, ma ci lasci un pezzo di te.

Io uno come Harbor lo vorrei davvero. Niente telefoni, niente divise, niente capi. Solo il rumore del mare, il pane fatto in casa, e gente viva che non si inginocchia mai.

Ma torniamo a Conan. Perché lui è il motore. È un ragazzino che corre, salta, si tuffa, urla, ride. Ha le mani grosse, si aggrappa dappertutto con i piedi nudi, il cuore che batte come un tamburo. Conan è l’umanità che non si è arresa. È la speranza col coltello tra i denti. È la forza della natura con gli occhi buoni. E poi non ha paura di niente. Ma non perché è incosciente, eh. È che ci crede. Crede nell’amore, nella giustizia, nella verità

Crede che il mondo possa essere migliore. E allora combatte, anche quando non ci sono speranze.

E ogni episodio è un’invenzione. C’è l’azione, il fiato sospeso, i paesaggi meravigliosi, le macchine volanti, i tunnel, le battaglie, le fughe. Ma c’è anche poesia, malinconia, solitudine. Ogni tanto ti trovi a ridere come un cretino, e due minuti dopo ti senti un nodo alla gola.

I disegni sono bellissimi. È roba del ’78. Perché ci sono certe espressioni, certi tramonti, certi movimenti di Conan che ancora oggi sono più vivi di tante robe piene di effetti speciali. Miyazaki disegna come un muratore che ti fa la casa con le mani. Ogni scena è costruita, scolpita, sudata. E la senti.

E poi, dietro tutto, c’è questo messaggio che ti entra dentro piano piano: l’uomo distrugge, sì. Ma l’uomo può anche ricostruire. Con fatica. Con amore. Con le mani nude. Conan ti insegna che si può sbagliare, ma che si può rimediare. Che la tecnologia non è il nemico, ma lo diventa quando perde l’anima. Che vivere bene non è vivere comodi, ma vivere giusti.

E te lo dice con una semplicità che ti spacca. Senza prediche, senza moralismi. Solo mostrandoti la bellezza di un ragazzino che si tuffa nel mare per salvare chi ama.

È un capolavoro perché non c’ha paura di farti vedere quanto fa schifo il mondo. Ti mostra la distruzione, l’avidità, il potere marcio, la gente che schiaccia altra gente per stare comoda. E poi ti butta dentro un ragazzino coi piedi scalzi e il cuore grosso, che corre, cade, si rialza, e ti insegna che non devi mollare. Mai.

Ma per fortuna direi…ci sono i Conan, i Capitani, i Nonni. Gente che anche se ha paura, va avanti. Gente che si fa in quattro per salvare una ragazzina o un amico. Gente che ti fa credere che alla fine, anche in un mondo rotto, puoi trovare qualcosa per cui valga la pena vivere. Magari un abbraccio. Magari un tramonto. O magari una barca, un po’ sgangherata, che ti porta via da Indastria, verso qualcosa di meglio. Anche se non sai ancora cos’è.

Ma almeno vai. E non resti fermo.

Come dovrebbe fare ogni uomo.

E guarda, alla fine Conan non ti lascia col finale. Ti lascia con un senso. Che se vuoi cambiare le cose, devi metterci tutto. Cuore, forza, lacrime, sudore. E che anche quando tutto sembra perso, se hai qualcuno da amare e un motivo per combattere, puoi farcela.

Io Conan me lo porterò dentro sempre. Come una bussola. Come un fratello maggiore. Perché ogni tanto nella vita ti senti solo, ti senti sbagliato, ti senti inutile. E allora ti ricordi di lui, che non si è mai arreso.

E ti rialzi. Ti pulisci le ginocchia. E ricominci a correre.

Come Conan.

Sempre.

CONAN IL RAGAZZO DEL FUTURO
CONAN IL RAGAZZO DEL FUTURO

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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