di Luca Rudra Vincenzini
Rāmakaṇṭha, uno dei principali esponenti della scuola duale dello Śaivasiddhānta, sottolinea l’importanza del rito, delle pratiche e del servizio, dopo l’iniziazione (dīkṣā), come mezzi per il raggiungimento di mokṣa. Abhinavagupta, al contrario, dal centro della sua filosofia non-duale (Paramādvaitavāda), contesta l’uso delle pratiche. Note sono le sue critiche allo yoga classico di Patañjali e a Śaṅkara. Il punto di partenza è che siamo già nello stato naturale (svabhāva), ergo la pratica in tale ottica è superflua. In seguito Abhinava, però, riprendendo il Mālinīvijayottaratantram, riconosce nove livelli di discesa della grazia (śakti-nipāta, forte, mediana e debole divise in 9 sottogruppi), e accetta il fatto che, pur essendo tutto Uno, esistono gradi di disvelamento. Ebbene senza la pratica il paśu, letteralmente bestiame, essere umano grezzo, spento e non iniziato ai sacri misteri, rimane tale.

