a cura di Giuseppe Aiello
«Rendimi il padrone del ciuffo di ogni tiranno ostinato e di ogni diavolo ribelle, i cui ciuffi sono nella Tua mano.» — Ibn ʿArabī
«Sono asceso! Mi sono gettato nel mare della perplessità ed Egli mi ha lasciato a nuotarci dentro.» — Ibn ʿArabī
La Sura al-Anbiyāʾ attesta che ogni anima deve gustare la morte (Corano 21:35).
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Generalmente questo versetto viene inteso nel senso che tutti gli uomini un giorno moriranno.
Esotericamente, essa assume un altro significato, che completa, senza contraddire, il primo. Ogni livello della propria nafs (del proprio ego), deve essere “ucciso”, affinchè possa rinascere come “schiavo” (ossia sotto il dominio del Sè superiore).
Ci sono quindi iniziati che cercano non meno di quattro morti: morte non nel senso di nullificazione, ma “trasformazione”.
La prima è la Morte Bianca, per fame, che era collegata alla luce e all’illuminazione (ḍiyāʾ) tra gli Akbariani: il dominio sul desideri del corpo.
Poi c’è la Morte Nera, per tristezza, che è stata associata alla pazienza e all’umiltà nell’affrontare insulti e aggressioni da parte delle persone: il dominio sull’istinto di vendetta e reazione non meditata.
La Morte Verde è stata associata agli abiti rattoppati e alla povertà negli scritti di Ibn ʿArabī: il dominio sul desiderio di avere una vita pieni di agi e lussi superflui.
L’ultima è la Morte Rossa dell’anima. Il rosso, spiegava Ibn ʿArabī, è il colore del sangue—e la Morte Rossa deve il suo nome alla convinzione che si potesse “uccidere” il proprio nafs (l’anima inferiore o ego), per farla rinascere come propria “schiava”, ossia assumerne in pieno controllo.
La Morte Rossa è stata strettamente associata al Jihād Maggiore e ai jinn che parassitano o tormentono il credente nella letteratura sufi. «Convertire il proprio Iblīs all’Islam», annotavano al-Maʿarrī e Attar, «significa provocare la trasformazione dell’anima inferiore».
Come Salomone divenne padrone e signore dei jinn, così il credente deve diventare “padrone di ogni diavolo ribelle” (Ibn Arabi).

