a cura di Carlo Weiblingen
LA VENDETTA, DIRITTO SACRO
La vendetta è un diritto, non un dovere, come troppo spesso si dice per leggerezza.
Non c’è alcun testo che prescriva apertamente la vendetta; ma non ce ne sono neppure che la condannino, anche se poco giustificata. Chi attenta al mio onore, costruito secondo la mia concezione personale, si fa beffe del sacro che è in me, tende a dissacrarmi. Tutto ciò richiede una «compensazione» (bot), una riparazione, che si può realizzare in vari modi, non necessariamente in modo violento o cruento, ma il cui esercizio è del tutto giustificato. Non: «devo vendicarmi a tutti
i costi, questa è la legge»; ma: «non è possibile che io non mi vendichi». La reputazione, infatti, è il valore fondamentale, come è detto nelle strofe 76 e 77 delle Havamal (Edda poetica). La reputazione, come la fama, sono propagazioni del sacro, manifestazioni della sua esistenza, ierofanie vere e proprie. Questo concetto può essere espresso in modo estremamente colorito: orðstír, «rinomanza attraverso le parole», ordromr, «approvazione attraverso le parole». Chi ne beneficia gode del massimo dono conosciuto dagli Indoeuropei, la gloria, Heiðr, vegr, nell’accezione che al termine dava Corneille. Si tratta della realizzazione concreta dell’opinione più alta che ci si possa fare di se stessi, ma anche della dimostrazione pubblica che il dono fatto all’uomo dalle Potenze del Destino non è stato concesso invano, perché lo si è dimostrato chiaramente, lo si è fatto fruttare. Si può parlare allora di adorazione, ma di adorazione vissuta concretamente, espressa con gli atti e con le opere.
CONOSCERE, ACCETTARE, ASSUMERE IL PROPRIO DESTINO
La grandezza di questo universo mentale, di questa attiva riflessione nei confronti del Destino sacro, è legata a tre verbi che commenteremo fra poco: conoscere, accettare, assumere. Il Vighugr,
lo spirito del combattimento (che non va necessariamente inteso in senso marziale), pervade l’animo dell’uomo germanico. Egli non avrà tregua fino a quando tutti non sapranno come il Destino sacro ha voluto che egli fosse. Quando sarà giunto all’ età adulta egli affronterà inevitabilmente una prova, un ostacolo, che gli permetterà di conoscersi per quel che è, cioè per quello che si è voluto che fosse. Questo si chiama skapraun, «mettere alla prova un carattere», una tempra, ed è la parola
guida delle saghe.
LA MORTE, RITORNO AL SACRO
Entriamo a questo punto in un terreno estremamente fecondo, segnato dall’ affermazione che un morto non è mai veramente morto. L’assenza di una netta linea di demarcazione fra questo mondo e l’aldilà è una delle caratteristiche salienti dell’antico mondo germanico, che si presenta con singolare costanza e chiarezza. Morire non è lasciare la vita: è solo un mutamento di stato, un mutamento dello stato di vita. In questo modo rimane assicurata la continua circolazione fra i due mondi.
In qualunque momento il vivo può evocare il defunto, attraverso la magia, attraverso un semplice sforzo di sollecitazione, oppure attraverso i sogni che vengono a visitare il dormiente (motivo quest’ultimo ricorrente nelle saghe). E viceversa il «morto» appare al vivo per ricordargli il suo Dovere. La continuità è assicurata fin dai tempi dei grandi antenati fondatori (che sono forse o rappresentano i giganti); seguono poi gli dei e coloro che sono attualmente responsabili della sopravvivenza del clan. Il Destino ha assegnato ad ogni clan una linea di condotta da cui non bisogna deviare: sarebbe un’infrazione gravissima contro la legge del divenire propria di quel clan. Sarebbe un’infrazione contro il sacro: un’infrazione che poteva evidentemente avere luogo.
La hamingja, figura simbolica del destino di una famiglia, ingloba in un certo senso tutti gli antenati scomparsi: essi le sono stati fedeli e perciò non sono diventati draugar. Senza troppi sforzi è possibile vedere in essa la somma di tutti quegli antenati che, ciascuno a suo tempo, hanno mantenuto intatto il destino, l’onore, l’ eiginn mdttr ok megin del clan, l’unico valore sacro.
LA PACE, IDEALE SACRO
Questo valore sacro da mantenere, che tante volte ho chiamato ordine o equilibrio, è anche la pace (fríðr). In questo senso si può dire che la pace costituiva l’ideale sacro di ogni comunità germanica: una pace attiva, intesa a diversi livelli ma anzitutto in seno alla famiglia, che per definizione è l’ambiente privilegiato in cui si possono deporre le armi, perché è in ordine, nell’ordine. I suoi membri vanno d’ accordo gli uni con gli altri, nel senso che insieme hanno dato il loro consenso al destino proprio del clan, non pensano minimamente di metterlo in dubbio, agiscono in conformità con i suoi ideali, che gli antenati hanno abbondantemente illustrato e a cui gli anziani, in primo luogo il capo della famiglia, hanno reso onore. Lo stesso vale per ciascun individuo preso separatamente: il suo ideale è di essere d’ accordo con se stesso, cioè con la sorte che il Destino gli ha assegnato. Al livello più alto, anche la condizione degli dei è la medesima. Lo si comprende da un eloquente particolare che si incontra nella Voluspa dell’Edda poetica, quando la profetessa descrive la storia mitica degli dei e degli uomini e giunge al tragico momento in cui si prepara l’ineluttabile Ragnarok. Cosa fanno gli dei in quest’istante cruciale? Il testo lo ripete parecchie volte: salgono «sui seggi del giudizio» e «si consultano», evidentemente per conoscere i decreti del Destino. In questo caso va sottolineata la relazione che lega il giudizio alla divinazione. In effetti gli
dei, in precedenza, hanno sbagliato perché si sono lasciati sedurre da un personaggio enigmatico chiamato Gullveig : sono diventati spergiuri, sono venuti meno alla legge del Destino, si sono dissacrati e perciò ora li attende il cataclisma universale. L’unico modo per conoscere la guerra (un termine che non esiste nell’antico nordico, che dice Ofridr, «non-pace») è di attentare al proprio destino di attentare al Destino. E infatti il Ragnarok non è una «fine finale», una fine definitiva.
Sarà seguito da una rigenerazione universale, nella quale rivivranno soltanto gli dei «buoni», gli dei giusti, e, tra gli uomini, soltanto una coppia miracolosamente risparmiata ai piedi del grande albero Yggdrasill, che riprenderà a. perpetuare il genere umano. I componenti della coppia si chiameranno Lif (Vita) e Lífþrasir (Ardente di Vivere). E che cosa faranno gli dei una volta rinati? Giocheranno
alle «tavole>>, un gioco d’azzardo. Si può immaginare un esito più eloquente? Da una parte la vita, dall’altro il Destino.
Per questo la morte non è terrore o atrocità, ma consenso: essa rappresenta il ritorno al sacro, la riconciliazione completa con un Destino di cui (in questa vita e col nostro metro) saranno stati accettati i favori e le condanne, le sventure e le fortune. Mai si incontra un compianto per la morte, salvo nei testi di chiara impronta cristiana. Si incontra invece un fatalismo che si direbbe attivo, allegro. Fatto di constatazioni obiettive e prive di sentimentalismo: «tutti un giorno dovranno morire
» (eitt sinn skal hverr deyja); «nessuno sopravvive un solo giorno alla sentenza delle Norne». Proprio in questo modo va inteso il famoso detto «muoio ridendo», attribuito al capo vichingo Ragnarr Lodbrok nella fossa dei serpenti: parole che invece hanno suscitato commenti aberranti. Egli ha consumato il suo destino, ha servito bene la sua causa, e non poteva fare di più. Egli sa, comunque, che la fama che lascerà di sé è degna del dono che gli è stato fatto.
Ribadiamolo ancora una volta: nessuno sconsolato fatalismo, nessuna rassegnazione piagnucolosa, amara o cinica. Piuttosto una straordinaria gioia di vivere, un accanito voler vivere secondo il grande flusso fatidico. Riflettiamo un momento: l’importanza del culto, dei gesti e degli atti di questo mondo religioso ci suggerisce che la dulia è dovuta alle innumerevoli creature soprannaturali che lo popolano, mentre l’iperdulia va riservata agli dei. Ma la latria è rivolta soltanto al Destino. Perché queste lingue (ricorrendo ancora una volta alla filologia) non posseggono termini
corrispondenti a «caso» o «azzardo» (quest’ultimo di origine araba). Tutto infatti è voluto e regolato dalle Potenze e solo ammesso, riconosciuto, venerato dall’uomo. Egli sente o sa che non gli resta altro che compiere quanto esse hanno deciso, che questa è l’unica autentica forma di adorazione, che solo in questo modo egli avrà accesso al sacro.
E infatti, se non fosse per il sacro, varrebbe la pena di vivere?
[Régis Boyer]

