INDAGINE SUL SIONISMO

di David Arboit

Ago 07, 2025

Come è possibile che la maggioranza della popolazione dello Stato di Israele sia indifferente alle violenze e alle sofferenze inflitte da molto tempo ai palestinesi? Il sionismo è una ideologia colonialista e razzista che avvelena la vita culturale, sociale e politica dello Stato di Israele, della Palestina e dell’intero Medio Oriente.

Che cosa è il sionismo?

Sotto l’etichetta sionismo, soprattutto in questo periodo per quanto riguarda le dichiarazioni pubbliche, vengono collocate immagini, aspirazioni, idee molto diverse e molto eterogenee, talora contradditorie. Per questo è necessario un percorso critico che faccia chiarezza in questa confusione e che definisca il nucleo centrale dell’idea sionista.

Si può partire da una prima risposta, di carattere molto personale. La troviamo nel volume Gaza (pubblicato nel maggio del 2024), scritto da Gad Lerner, un italiano di origine ebraica che ha pagato un prezzo alto per la sua critica al governo Netanyahu e per una sincera ricerca della verità che lo ha messo in una posizione tanto scomoda quanto coraggiosa.

Lerner «Di fronte alla domanda secca: tu sei sionista? Sei ancora sionista?» risponde sì con argomentazioni razionali, ma in fondo poco pertinenti. Il primo argomento è di tipo esperienziale: «La mia risposta rimane un sì. Se non altro perché, anche nell’esperienza della mia famiglia, Israele è stato sinonimo di salvezza»; e così dicendo fa riferimento al fatto che chi tra i suoi parenti prima della Shoa ha deciso di emigrare in Palestina è l’unico sopravvissuto della famiglia. Insomma, senza l’Aliyah sionista io non sarei nemmeno nato dice Gad.

La seconda motivazione viene espressa con la locuzione «Rinascimento ebraico» e fa riferimento a tutto ciò che di buono è stato creato in Israele in campo economico, scientifico e artistico, compresa «l’esportazione di format e serie TV» come Fauda (che io ho visto e che ritengo sia una operazione di propaganda, una PSYOP, in cui si giustificano le azioni di terrorismo della unità militare speciale israeliana Duvdevan).

Questo secondo argomento mostra un sincero quanto ingenuo orgoglio nazionale, ma la creatività “ebraica” è ebraica? Che cosa ha a che fare con il sionismo? Nulla, perché è il frutto della caratteristica fondamentale del genere umano, cioè la ricerca della verità, caratteristica espressa ai massimi livelli da Karl Marx, Sigmund Freud e Albert Eistein, ebrei che nulla avevano a che fare con il nazionalismo sionista. (clicca qui)

L’essenza del sionismo

Per definire i caratteri fondamentali del sionismo si può partire da una sorta di voce di dizionario pubblicata dalla UCEI (Unione della Comunità Ebraiche Italiane), l’ente che rappresenta gli italiani ebrei nei rapporti con lo Stato e le Istituzioni, a livello nazionale e internazionale. Qui leggiamo che il sionismo è un movimento politico e culturale che ha come obiettivo costituire lo Stato degli ebrei nel territorio della Palestina. L’espressione usata nel testo è «casa per ebrei», non “Stato” e sembra voler occultare la dimensione di potere, di dominio, di “diritto di spada” insita nella parola “Stato”. È un nazionalismo – continua la voce di dizionario – e come tutti i nazionalismi ha una fondazione culturale basata sui miti originari di popolo e di territorio. È un nazionalismo laico in origine anche aspramente criticato da chi si proclamava di fede religiosa ebraica.

Se questo è il nucleo – dice il testo dell’UCEI – abbiamo poi diverse “interpretazioni” «anime ideologico-politiche» del sionismo: una di centro (liberale) una di sinistra (socialista) e una di destra (nazionalista). Alle tre precedenti si può contrapporre una quarta interpretazione cosmopolita del sionismo che ha come obiettivo l’emancipazione, la promozione umana in comunione con il mondo arabo. (clicca qui)

Le prime tre correnti sioniste, in quanto propongono la costruzione di uno Stato degli ebrei condividono una caratteristica comune: l’etnocentrismo liberale (clicca qui) ed etnocentrismo socialista (clicca qui)

Dal sionismo al post-sionismo

Anche il volume Il suicidio di Israele di Anna Foa, un’italiana di origine ebraica pubblicato nell’ottobre del 2024, si confronta con il sionismo in un percorso di ricerca della verità di straordinario valore. Foa afferma che «Il sionismo è in primo luogo l’ideologia che considera gli ebrei un popolo e che ne sostiene il diritto al ritorno nella loro terra originaria, la Palestina. È quindi un movimento di rinascita nazionale.» È una definizione chiara e tra l’altro conforme a quanto abbiamo letto nella pagina curata dall’UCEI.

A conclusione di un percorso di analisi critica della storia dello Stato di Israele e della diaspora Anna Foa giunge, però, a una conclusione sorprendete cercando di rispondere domanda «Ma che cosa vuol dire sionismo oggi, a oltre settantacinque anni dal raggiungimento del suo obbiettivo, la creazione dello Stato ebraico?» Secondo Foa, se sionismo significa garantire e difendere uno “Stato degli ebrei” è giunta l’ora di andare oltre, di aprire l’epoca del post-sionismo. Citando Arturo Marzano, docente di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università di Pisa, Foa suggerisce la necessità di una cultura ebraica post-sionista «la cifra distintiva del post-sionismo è dunque l’idea che Israele, nato nel 1948 come Stato nazionale del popolo ebraico, abbia svolto il proprio compito e debba evolvere in qualcos’altro. Nello specifico, in uno Stato democratico per tutti i suoi cittadini”». (clicca qui)

Il sionismo alle origini e il pensiero Theodor Herzl

Dopo avere ascoltato punti di vista recenti sul sionismo, vale la pena di tornare alle origini, vale cioè la pena di fare un salto indietro epocale, di più di cento anni, per andare alla nascita del sionismo; facciamolo ascoltando la voce di un israeliano fondatore dello Stato di Israele: «Per intendere il sionismo – scrive Uri Avnery (clicca qui) in Israele senza sionisti, (Laterza, 1968) – è necessario conoscere quando e dove è nato. L’atto di nascita ufficiale lo dichiara frutto della scoperta di un uomo, Theodor Herzl, un barbuto giornalista viennese, alla fine del secolo scorso».

A partire da quale esigenza Herzl creò il sionismo? Su quale base culturale è fondato il sionismo? Secondo Avnery «Herzl si sforza di trovare una soluzione al problema costituito dalla situazione degli ebrei in Europa. Giornalista in Francia, fu profondamente impressionato dai sentimenti antisemiti esplosi durante l’affare Dreyfus, e maturò la convinzione che gli ebrei non sarebbero mai riusciti a trovare un posto nella comunità europea, e che quindi dovevano formare una nazione autonoma. Il sionismo fu così un prodotto diretto dell’ideologia nazionale dell’Europa ottocentesca». Si trattava, quindi, di dare una coscienza di popolo, una coscienza nazionale, agli ebrei e individuare un territorio in cui potevano vivere come popolo; in questo senso si può dire che «il sionismo in quanto tale fu l’ultimo dei movimenti nazionali europei». Ma, continua Avnery, se «l’idea di piantare tutto e creare uno stato nazionale ebraico esercitava un grande fascino sugli ebrei» c’era qualcosa che rimaneva occultato, nascosto: «in questo stato di eccitazione una sola cosa fu persa di vista: che la Palestina non era un paese vuoto».

Nel febbraio del 1896 venne pubblicata l’opera più famosa di Herzl: Lo stato ebraico. Delineando i lineamenti del futuro Stato ebraico Herzl affermò tra l’altro che «uno Stato ebraico in Palestina avrebbe costituito un “bastione dell’Europa contro l’Asia”, e aggiungeva – riporta Avnery citando Herzl – “Noi avremo la funzione di un avamposto della cultura contro la barbarie”». Questo pensiero, in cui nazionalismo, colonialismo e imperialismo si intrecciano, era e rimane ancora oggi il tratto fondamentale del sionismo. L’idea che emerge chiaramente in Herzl, molte volte, è il fondamentale concetto della missione civilizzatrice dell’uomo bianco, il “fardello dell’uomo bianco” che segna la visione dell’umanità e del mondo del sionismo fin dalla sua nascita. «Collocato nel suo tempo e luogo, – conclude Avnery – il sionismo delle origini appare così non solo come componente dell’ultima ondata di nazionalismo europeo, ma anche come facente parte dell’ultima ondata dell’espansione imperiale dell’Europa.» (clicca qui)

Il sionismo, quindi, è all’origine il prodotto politico di un determinato quadro politico, e il riferimento alla Bibbia come fondamento del diritto al ritorno in Palestina degli ebrei è in Herzl questione secondaria. Solo dopo la morte di Herzl (1904) la Bibbia divenne la fonte a cui ci si rifaceva per dimostrare il diritto divino ebraico sulla terra della Palestina.

I paradossi del sionismo socialista

Il sionismo socialista ha rappresentato fuori dallo Stato Israele nell’Occidente il mito di una forma particolare di socialismo, cioè la realizzazione di un mondo nuovo e di un uomo nuovo che aveva come fatto esemplare il kibbutz. E per molti immigrati ebrei in Palestina questo mito era una realtà che provarono a vivere; è il caos di Grisha e Nadia a cui Avnery ha dedicato alcune pagine (vedi l’inizio del testo linkato sopra). Certo è, però, che il nazionalismo ha alterato e inquinato il socialismo.

Lo storico Ilan Pappé nel suo volume 10 miti su Israele (Tamu Edizioni, 2022) mostra come il sionismo socialista sia stato coinvolto, paradossalmente, nell’uso politico strumentale della Bibbia. Fu in particolare lo scaltro David Ben Gurion, a evocare il fondamento biblico del diritto degli immigrati ebrei all’esproprio della terra dei palestinesi e questo strumento “religioso” risultò certamente molto efficace. (clicca qui)

Il socialista Ben Gurion aveva peraltro previsto con grande anticipo la necessità dello sradicamento della popolazione palestinese, che in seguito progettò e portò avanti mantenendo ben fermo uno spietato e cinico realismo. L’idea del “trasferimento” dei palestinesi, articolata in varie forme, addolcita dall’aggettivo “volontario” (parola che si usa continuamente anche oggi per Gaza) è costantemente presente nei suoi progetti, per cui a buon gioco Pappé nel dire che «l’espulsione dei palestinesi fa parte del DNA sionista» anche nella versione socialista. (clicca qui)

Da notare come l’interpretazione “proletaria” socialista del sionismo neghi un carattere essenziale del socialismo,l’internazionalismo, per cui alla fine si tratta di lottare per la liberazione proletariato ebraico, e quindi oblitera il principio essenziale del socialismo (“proletari di tutto il mondo unitevi”) espressione di una solidarietà e fraternità universale dei proletari che è essenzialmente antinazionalista e incompatibile con l’etnocentrismo sionista. In germe sta forse qui l’origine dell’indifferenza dei socialisti israeliani rispetto al proletariato contadino palestinese. (clicca qui)

Insomma, da Theodor Herzl a David Ben Gurion fino Benjamin Netanyahu, al di la delle categorie di destra e sinistra, mai come in questo caso inutili, la continuità del progetto politico sionista è evidente.

Sionismo ed ebraismo non sono la stessa cosa

Ebraismo e sionismo non sono la stessa cosa, ma nella confusione che caratterizza il dibattito pubblico oggi questo fatto viene obliterato; scrive Anna Foa nel volume citato «Oggi gli ebrei sono assimilati tout court agli israeliani, ai sionisti e la guerra di Gaza alimenta ovunque l’antisemitismo.» Lo storico Ilan Pappé in 10 miti su Israele sostiene che chi equipara il sionismo all’ebraismo, lo fa perché vuole fare in modo che l’antisionismo sia equiparato all’antisemitismo.

Pappé ricostruisce, invece, una storia dell’ebraismo durante la quale il sionismo è stato per molto tempo l’ideologia di una parte minoritaria degli ebrei, un pensiero anche aspramente criticato da altre correnti ebraiche. «Fin dalla sua nascita del 19º secolo, – scrive Pappé – il sionismo ha rappresentato un’espressione marginale nella realtà culturale ebraica, emersa come risultato dell’unione di due impulsi provenienti dalle comunità dell’Europa centrale e orientale.» Il primo impulso è la «ricerca di sicurezza all’interno di una società che rifiutava di integrare gli ebrei». Il secondo impulso «esprimeva il desiderio di emulare i nuovi movimenti nazionali che cominciavano a proliferare in Europa durante il periodo notoriamente riconosciuto dagli storici come “primavera dei popoli”». È un tentativo «di trasformare l’ebraismo da religione a identità nazionale».

Quando l’idea sionista cominciò a entrare nel dibattito delle comunità ebraiche europee fu criticata da alcune differenti visioni. Per una parte degli ebrei ultraortodossi il sionismo era un’eresia che trasformava l’attesa della venuta del Messia in un progetto politico puramente umano; secondo il movimento ebraico socialista del Bund, fondato a Vilnius nel 1897, la rivoluzione socialista avrebbe cancellato il “problema ebraico”. Per i liberali del Movimento di riforma ebraica il compito era rinnovare l’ebraismo per adattarlo alla vita moderna; i riformisti rifiutavano il nazionalismo sionista perché «era una visione provocatoria che metteva in discussione la lealtà degli ebrei tedeschi e francesi verso le loro nazioni».

Solo una esigua minoranza di ebrei ultraortodossi vide nel sionismo un adempimento della volontà di Dio, posizione che oggi in Israele identifica il movimento Gush Emunim. Ed è a partire da questi sionisti, scrive Pappé, che la Bibbia diviene «la mappa del percorso per la colonizzazione sionista della Palestina. Storicamente la Bibbia ha servito bene il sionismo, dal suo inizio fino alla creazione dello Stato di Israele nel 1948». L’uso strumentale del racconto biblico fu un passo decisivo perché «descrivere l’occupazione della Palestina in termini di adempimento di un piano divino era una mossa insostituibile se si voleva galvanizzare il sostegno cristiano internazionale nei confronti del sionismo».

Il sionismo secondo i palestinesi: Edward Wadie Said e Rashid Khalidi

Fin qui abbiamo ascoltato voci ebraiche che si esprimono sul sionismo. È interessante ora ascoltare la voce di alcuni intellettuali palestinesi.

Iniziamo con Edward Wadie Said un palestinese che ha vissuto la maggior parte della sua vita negli Stati Uniti. (clicca qui)

Nel volume La questione palestinese (Gamberetti Editore, 2001) Said afferma che il sionismo nella società USA gode di una «egemonia indiscutibile», egemonia che ha «fatto scomparire il terreno storico su quale è cresciuto, [cioè] il prezzo fatto pagare agli originari abitanti della Palestina e le sue oppressive pratiche discriminatorie tra ebrei e non ebrei». Questa «faziosità» secondo Said è il risultato di due fattori: il sionismo ha «profonde radici nella cultura dell’Occidente»; il sionismo ha un «carattere di negazione, di interdizione della realtà storica [che] è nel suo complesso sistematico» e interpreta come “antisemitismo” ogni tentativo di criticare la sua visione. (clicca qui) Il sionismo USA – scrive ancora Said nel 2001 – ha posizioni politiche razziste che sono «più estremiste di quelle del Likud israeliano» ed è per questo che la decisione dell’OLP di affidare la sorte dei palestinesi agli USA è basata su considerazione «straordinariamente errate», affermazione, quest’ultima, che va vista nel contesto storico della fine degli anni Novanta del secolo storico. (clicca qui)

Le radici del sionismo nella cultura europea colonialista, razzista e imperialista emergono chiaramente, secondo Said, dal pensiero di Chaim Weizman. Said vede in Weizman uno degli esponenti dell’orientalismo, cioè di quella cultura dell’Occidente che rappresenta in modo negativo l’Oriente per affermare la superiorità della civiltà occidentale e giustificare così il suo diritto al dominio coloniale. La tesi di Said diventa evidente leggendo una lettera di Weizmam a Lord Balfour, autore della omonima Dichiarazione del 1917. (clicca qui)

Passando in rassegna altri importanti autori sionisti, Said li mette a confronto con autori europei che giustificavano il fatto che in Africa, Sudamerica e Asia territori e popolazioni fossero legittimamente a totale e assoluta disposizione dell’Europa. Il punto centrale in ogni caso è sempre lo stesso: la missione civilizzatrice come compito dell’uomo bianco legittima il colonialismo in tutte le sue forme, compreso quello sionista. (clicca qui )

Lo storico statunitense di origini palestinesi Rashid Khalidi (clicca qui) nella introduzione al volume Palestina, cent’anni di colonialismo, guerra e resistenza (Laterza 2024) racconta un fatto accaduto a un membro della sua famiglia nell’epoca in cui i Khalidi risiedevano a Gerusalemme. Dal dialogo epistolare tra il suo antenato Yusuf Diya al-Khalidi, funzionario dell’Impero ottomano, e Theodor Herzl emerge con estrema chiarezza come fin dalle origini il sionismo, progettando la costituzione dello Stato di Israele, avesse ben chiara la necessità che la Palestina doveva essere occupata militarmente, sottoposta a pulizia etnica per garantire la possibilità di realizzare un colonialismo di insediamento. Il sionismo, in quanto nato nel clima culturale dominante del colonialismo razzista e imperialista europeo, era in grado di comprendere che progettando di costruire uno Stato degli ebrei in Palestina avrebbe provocato dolore, sofferenza e rabbia nei palestinesi, ma questo per il colonialista bianco non era una ingiustizia, era il cammino della storia del progresso e della civilizzazione, ed è per questo che Herzl ignorò le osservazioni che Yusuf Diya al-Khalidi avanza nella sua lettera. (clicca qui)

L’egemonia del sionismo come fondamento della istruzione scolastica israeliana

L’infernale e spietata macchina di morte dell’IDF che sta massacrando i palestinesi della striscia di Gaza, con il consenso dell’80% degli israelianiè il prodotto della ideologia sionista. E questo diventa evidente quando si studia il sistema dell’istruzione dello Stato di Israele. Solo analizzano come l’ideologia sionista viene conculcata nelle scuole israeliane è possibile spiegare la quantità enorme di documentazione ritrovata sul web in cui semplici soldati israeliani si vantano dei crimini commessi a Gaza. Un giornalista italiano, per esempio, ha trovato su Tinder, un social dedicato agli incontri amorosi, alcune migliaia di profili di soldati israeliani che si vantavano delle loro malefatte: Eros e Thanatos. (clicca qui) Di questa mentalità parla anche lo storico israeliano Omer Bartov raccontando al quotidiano inglese “The Guardian” di un incontro e confronto e dialogo avuto con questi giovani. (clicca qui)

Il contenuto ideologico e di propaganda diffuso dal sistema dell’istruzione israeliano è stato studiato analiticamente da Nurit Peled-Elhanan, docente di linguistica presso l’Università ebraica di Gerusalemme nel suo volume La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione (2012). L’analisi di Nurit Peled ci aiuta a comprendere come il sionismo sia un veleno che da sempre causa l’avvelenamento dei rapporti tra israeliani e palestinesi.

Peled utilizza i lavori di molti altri studiosi israeliani (Elie Podeh, Daniel Bar-Tal, Oren Yiftachel, Rafi Nets-Zehngut, Mina Zemach, Yoram Bar-Gal ecc.) per fare emergere il totalitarismo imposto dalla egemonia sionista nel sistema dell’istruzione israeliano. Lo studio di Peled mostra ciò che Eward Said ha definito «carattere di negazione, di interdizione della realtà storica» che nel sionismo è «sistematico» e permanente. Questi studi sono anche il segno di una profonda separazione fra l’avanzata elaborazione culturale degli intellettuali di Israele e la società israeliana, separazione probabilmente prodotta dall’opportunismo dei partiti e da una sistematica manipolazione della opinione pubblica del Paese.

«Il presente lavoro espone lo studio critico di un aspetto» – scrive Peled – della «grande narrazione sionista» della storia di Israele «per come esso è riprodotto nei manuali di storia, geografia ed educazione civica; [lo studio] costituisce l’analisi dei testi verbali e visivi che rappresentano gli “altri” rispetto agli ebrei, ossia i palestinesi sia cittadini di Israele sia i non-cittadini che dal 1967 vivono sotto regime militare dei territori occupati palestinesi.» La narrazione sionista – osserva Peled – «non mira né al rigore logico o scientifico né a coinvolgere gli studenti nell’indagine storica, ma tende piuttosto a plasmare una forte identità collettiva»: serve a creare «fedeltà collettive anche quando quei racconti si siano dimostrati scientificamente erronei».

Per ottenere questo risultato occorre che la politica statale determini una «“conoscenza ammessa” alle giovani generazioni» operazione che significa individuare «cosa includere e cosa escludere dai programmi e dai libri di testo. Si apre con ciò la via alla manipolazione del passato per plasmare presente e avvenire». Nei manuali scolastici sraeliani di storia e geografia l’elemento fondamentale è il culto della continuità come mito dell’origine di Israele fondato sulla Bibbia. (clicca qui)

L’ideologia sionista in quanto base dei testi scolastici israeliani determina sia il discorso della storia sia il discorso della geografia; prima della pubblicazione, la conformità rispetto alla ideologia di regime viene valutata da commissari del Ministero dell’Istruzione: un Minculpop sionista. (clicca qui)

La disumanizzazione dei palestinesi è un elemento strutturale della narrazione scolastica sionista della storia di Israele. (clicca qui)

La costruzione di una storia basata su un «passato utilizzabile», politicamente e socialmente, deve necessariamente prevedere l’inclusione di ciò che è utile ad affermare l’ideologia sionista e l’esclusione di ciò che non è utilizzabile, ma anche, e soprattutto, la «negazione di memorie e identità altre, ritenute una minaccia» per l’etnia dominante. (clicca qui)

Per quanto riguarda la geografia Peled afferma che «i Testi scolastici israeliani di geografia riportano in tutte le cartine la “grande terra di Israele” rispetto alla quale l’attuale Stato israeliano costituirebbe solo una piccola (e provvisoria) parte, e sostengono questa scelta ricorrendo a citazioni bibliche relative alla Terra promessa». Dalla base ideologica deriva una cartografia appositamente costruita per manipolare la realtà. (clicca qui)

L’infernale macchina da guerra culturale creata dalla narrazione sionista è messa in scena nel film documentario del regista israeliano Avi Mogravi Vendetta solo per uno dei miei due occhi (2005). La finzione narrativa è limitata a una telefonata tra il regista-attore e un amico palestinese che non entra mai in scena. Il film alterna spezzoni di documentario sulla educazione dei giovani israeliani (nei quali spiccano il mito di Sansone e il mito della fortezza di Masada) ai quali si alternano spezzoni di vita quotidiana dei palestinesi con le molte angherie a cui vengono sottoposti. (clicca qui)

L’ideologia sionista strumentalizza la Shoa

Elemento fondamentale della ideologia sionista è il sistematico abuso a fini politici della memoria della Shoa. L’uso politico della Shoa ha come obiettivo manipolare i cittadini per consolidare l’ideologia della sicurezza: Israele è e sarà sempre vittima dell’aggressione degli arabi, con la guerra o con il terrorismo, e ha il diritto di difendersi. Il ragionamento è più o meno il seguente: gli arabi sono nostri irriducibili nemici, vogliono la distruzione dello Stato di Israele; gli arabi sono come i nazisti vogliono lo sterminio degli ebrei. Se è così allora è necessario che Israele si difenda con ogni mezzo perché da quando è nato lo Stato di Israele l’alternativa è una e una sola: o noi o loro. Ogni deviazione da questa rappresentazione degli arabi e dei palestinesi e del destino di Israele è necessariamente antisemitismo e ha come conseguenza necessaria aprire la strada a una seconda Shoa.

Dopo la guerra dei sei giorni Uri Avnery pose in un articolo la seguente domanda: siamo gli spartani dell’Oriente? L’analogia si riferiva allo stato di guerra permanente vissuto da Israele e alla espansione territoriale avvenuta con la guerra di occupazione del 1967. Il destino guerriero di Israele si manifesta anche nella mentalità diffusa: «La sventura più grave che potesse colpire uno spartano – scrive – era di non essere ammesso a prestare servizio militare. In Israele accade lo stesso: ho visto dei giovani cadere in preda a disturbi mentali dopo essere stati riformati». Ma questa mentalità ha delle conseguenze conclude Avnery: «Può accadere che Israele samarrisca così rapidamente ogni inclinazione pacifica da far divenire sul serio quest’ultima una mera utopia». Una profezia. (clicca qui)

Dissoluzione critica del sionismo e creazione di uno stato democratico multietnico

Il Presidente della repubblica Giorgio Napolitano nel suo discorso pronunciato in occasione della giornata della memoria del gennaio 2007 ebbe a dire rivolgendosi alla comunità ebraica di Roma che «Col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si traveste da antisionismo: perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano alla guida di Israele». Quella di Napolitano è una affermazione inaccettabile prima di tutto perché la storiografia israeliana, probabilmente ignorata da Napolitano, ha dimostrato che il sionismo, ieri e oggi, è ed è stato origine «di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi» in modo sistematico, continuo e programmatico, e in secondo luogo perché è certamente una sciocchezza pensare di poter accusare di antisemitismo persone come Albert Einstein, Martin Buber, Hannah Arendt, Marek Edelman, Naomi Klein, Jeffrey Sachs o Noam Chomsky che sono, o sono stati, partigiani dell’antisionismo.

In quanto fin dall’origine etnocentrico, il sionismo era destinato ad essere, e continua ad essere, una forma di nazionalismo che implica necessariamente discriminazione, segregazione razziale, apartheid e/o pulizia etnica per tutte le categorie di “non-ebrei”.

Contrariamente a quanto molti pensano il sionismo non è la condizione di possibilità della esistenza dello Stato d’Israele, ma anzi, è ciò che rende l’esistenza dello Stato d’Israele perennemente precaria e in pericolo: il sionismo ha danneggiato e danneggia lo Stato di Israele.

Il sionismo è l’ultimo ingombrante rottame della ideologia nazionalista e colonialista e imperialista ottocentesca dell’Europa. In quanto forma di suprematismo bianco ha affermato il diritto al possesso della Palestina pur non avendo alcun diritto di avanzare tale pretesa. Ciò che terrorizza i sionisti è che si faccia luce sul fatto lo Stato di Israele ha come fondamento solo la brutalità della forza militare, il diritto di conquista e di colonizzazione di una terra che non gli appartiene. Ammettere il “peccato originale” di Israele è l’unica possibilità per garantire pace, sicurezza e lunga vita allo Stato di Israele in Palestina e risarcire i palestinesi di decenni di ingiustizie subite.

Tratto da: Sollevazione.it

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Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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