LA PRATICA TANTRICA DEL SOLE E DELLA LUNA

di Luca Rudra Vincenzini

“Sūryo nābhideśe nityaṃ candro mūrdhani tiṣṭhati, amṛtaṃ candrato bhūtvā sūryeṇaiva vilīyate”,”il Sole (sūryaḥ) risiede (tiṣṭhati) costantemente (nityaṃ) nella regione dell’ombelico (nābhi-deśe), la Luna (candraḥ) alla radice del palato (mūrdhani, nel cranio). L’ambrosia (amṛta) che nasce (bhūtvā) dalla luna (candraṭaḥ, lunare) certamente (eva) viene consumata (vilīyate) dal Sole (sūryeṇa)”, Gheraṇḍa Saṃhitā, terzo pāda, śloka 29 (Rudra).

Non tutti sanno che

viparīta-karaṇī, letteralmente “colei che causa l’inversione”, non è un āsana (postura) bensì una mudrā (sigillo) dello haṭha. Non ha a che fare con il corpo, quanto piuttosto con i soffi (vāyu) e gli umori (rasa). Il suo compito è quello di preservare il nettare (amṛta), sorto nel cranio con la meditazione, impedendogli di scendere verso i genitali, ove verrà in parte bruciato dal fuoco gastrico (pittāgni), in parte espulso dai genitali per mezzo della passione (kāma), in parte assorbito nell’amplesso (maithuna) dalla concubina (ricordo che i testi di yoga medievale sono quasi tutti concepiti per praticanti uomini).

Ora si ritiene nel tantrismo applicato alla sessualità che la donna (rappresentata dal sole come sinonimo del fuoco/sangue del ciclo mestruale) bruci il seme (retas, bindu) dell’uomo. Per questo motivo venivano praticate la yoni-pūjā, l’adorazione della vulva, prima del rapporto, e l’asidhārāvrata, l’osservanza del filo della lama, ossia il contatto tra i genitali prima della penetrazione. Questo non solo per rendere omaggio alla Dea, come viene presentato più superficialmente dai più, quanto piuttosto per fare iniziare il ciclo orgasmico alla mudrā, ossia alla partner, e così, resala un poco meno avida di piacere, evitare che essa portasse il maschio al versamento. Da qui parte la metafora del seme (candra) bruciato dal divampante fuoco della vestale (sūrya).

Tornando allo yoga ascetico medievale, per impedire il versamento e la dissipazione del nettare meditativo, si praticava viparīta-karaṇī, nella quale il fuoco gastrico viene portato in alto (inversione), costringendo la sostanza sottile del seme (bindu) a stazionare nel cranio. Viparīta però non fa solo questo, se infatti è praticata in seguito a sarvāṅgāsana, può consentire l’aspirazione dell’ojas al cranio, con conseguente risveglio parziale della kuṇḍalinī. In sarvāṅgāsana, la śakti è potenziata e si ha accesso alla suṣumṇā, nel passaggio a viparīta la respirazione si fa profonda, l’addome si rilassa e si inverte il ciclo. Si passa, così, dall’addome in direzione dei piedi (vyāna), all’ombelico verso il cranio (prāṇa). L’ojas dalle gonadi scivola, allora, lungo il midollo, verso la sommità del cranio passando per tālu (palato molle). In questo modo il desiderio di dispersione si attenua e si potenzia lo stato di salute e la beatitudine.

Ps: se praticate fate attenzione alla cervicale. Se avvertite brividi, fuoco ed estasi, non vi attaccate all’esperienza, bensì stazionateci e guarite.

LA PRATICA TANTRICA DEL SOLE E DELLA LUNA
LA PRATICA TANTRICA DEL SOLE E DELLA LUNA

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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