di Luca Rudra Vincenzini
“Questa città del corpo, costruita con otto componenti, è l’abitazione dell’anima errante”, Yoga Vāsiṣṭha.
Il saggio leggendario Aṣṭāvakra, il cui nome significa “storto in otto parti”, ci rammenta nei suoi commenti Devadatta Mahācakra, portava tali deformità in corrispondenza delle otto parti del corpo coinvolte nell’adorazione rituale (ṣaṣṭāṅga praṇāma): piedi, ginocchia, mani, petto e fronte. Nonostante le sue menomazioni, come a dire che l’essere umano non può adorare con i mezzi grossolani ciò che sfugge a qualsiasi classificazione, ovvero l’Assoluto senza attributi (nirguṇa Brahman), Aṣṭāvakra era visto come un essere eccezionale che grazie alla sua dialettica filosofica riuscì nell’intento di venerare l’indicibile attraversando il guado delle parole. Vincendo una disputa metafisica di fronte al re Janaka, fu prontamente mondato dalle sue menomazioni dal dio Varuṇa.
Ora però, il contesto scritturale dell’Aṣṭāvakragītā è influenzato anche dal Sāṃkhya, e così la mente vola subito alla fortezza dagli otto bastioni (puryaṣṭaka) che è l’essere vivente proprio secondo tale disciplina filosofica.
Puryaṣṭaka, gli otto componenti dello spirito incarnato, sono l’antaḥkaraṇa (organo interno dell’azione): intelletto (buddhi), ego (ahaṅkāra) e mente sensoriale (manas), più i 5 cinque sensi (jñānendriya), ossia le porte del corpo sensoriale (sūkṣma-śarīra) che permettono allo spirito (puruṣa), ivi imprigionato, di interagire con la materia (prakṛti).
Ora Puryaṣṭaka viene presentato come una fortezza, una città (purī), che ha otto porte verso l’esterno, o come una struttura volante (vimāna), che viaggia da una vita a quella successiva, portando con sé le tracce di memoria (karma) dello spirito imprigionato al suo interno.
Ebbene questa fortezza per ottenere mokṣa va distrutta con l’isolamento (kevala) e l’opera in via negationis del saggio Aṣṭāvakra ci ricorda proprio questo.
“La città fatta di otto parti (puryaṣṭaka) è come un sogno: la sua distruzione è la liberazione”, Yoga Vāsiṣṭha.

