di Zela Santi
15 Agosto 2025
Il vertice Trump-Putin evidenzia la marginalità dell’UE, priva di strategia autonoma sulla guerra in Ucraina. Allineata agli USA, spende miliardi in riarmo, taglia il welfare e alimenta allarmismi, rischiando di pagare un prezzo politico altissimo.
Un’Europa senza bussola geopolitica osserva il vertice in Alaska
Il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, al suo solo annuncio, ha messo a nudo, forse come mai prima, la marginalità dell’Europa sul piano internazionale. La notizia che Washington abbia scavalcato il Vecchio continente nella gestione del dossier ucraino ha provocato irritazione e smarrimento nelle cancellerie europee.
Ma la verità è che l’Unione, con le proprie scelte, si è progressivamente esclusa dal tavolo dei grandi negoziati, bruciando i ponti che avrebbero potuto garantirle un ruolo di mediazione.
Dalla fase “dura e pura” dell’era Biden alla nuova impostazione più conciliante di Trump – con tutte le variabili e le assurdità di cui è capace il tycoon – Bruxelles e Londra hanno seguito fedelmente la linea statunitense, senza sviluppare un’autonoma strategia. Come ha osservato Sven Biscop, politologo dell’Egmont Institute, l’UE è rimasta intrappolata in una posizione priva di alternative, rifiutandosi di valutare opzioni diverse dalla vittoria totale di Kiev e dalla riconquista integrale dei territori occupati.
La mancanza di un “piano B” non è solo una debolezza nella crisi ucraina: è il sintomo di una più ampia fragilità strutturale nella politica estera europea. Da oltre tre anni, osservatori e analisti segnalano la carenza di una visione strategica di lungo periodo, sostituita da mosse tattiche pensate per gestire l’immediato.
Un problema che affonda le radici nella stagione dell’allargamento accelerato, quando la priorità era estendere i confini dell’Unione per aumentare peso economico e potere contrattuale, senza però consolidare un assetto politico coerente.
Il risultato è un sistema asimmetrico, con forti disparità interne, costretto a spendere ingenti risorse in politiche di convergenza per ridurre divari territoriali ed economici. Una macchina burocratica complessa, incapace di trasformare il proprio potenziale economico in influenza diplomatica.
La guerra in Ucraina e il nodo delle risorse
Quando si affrontano i temi più delicati, in particolare in politica estera, molti Stati membri hanno continuato a muoversi su un doppio binario: quello comunitario ufficiale e quello bilaterale riservato. Lo si è visto nelle trattative sui dazi e, oggi, nel conflitto ucraino.
Per anni, le capitali europee hanno ripetuto un obiettivo irrealistico: il ritiro completo delle truppe russe. Ma sul campo la situazione evolve in direzione opposta: Mosca continua ad avanzare, forte di una superiorità demografica e di un sistema di reclutamento sostenuto da compensi e indennizzi alle famiglie dei caduti.
Kiev, al contrario, soffre una carenza cronica di personale militare e ha iniziato a ricorrere a misure drastiche per reperire nuovi soldati. A Washington questa realtà è chiara, e lo è anche a Bruxelles, dove però resiste un’ampia opposizione a qualunque forma di pace “imperfetta”. L’ipotesi di un cessate il fuoco senza impegni formali è vista da Mosca come un pretesto occidentale per riarmare l’Ucraina in vista di una nuova offensiva — un’operazione che, senza l’ingresso diretto delle forze europee, appare destinata al fallimento.
Dietro la rigidità europea c’è anche un motivo economico. I governi hanno avviato programmi di riarmo miliardari, drenando risorse dallo Stato sociale. Un atto di fedeltà non solo verso le richieste di Washington, ma anche verso gli interessi del complesso militare-industriale occidentale. Gli Stati Uniti, concentrati a spostare uomini e mezzi verso l’Indo-Pacifico per contenere la Cina, chiedono a Bruxelles di occuparsi della ricostruzione ucraina e della propria sicurezza.
Per giustificare questa svolta militare, i leader europei hanno alimentato una narrativa emergenziale: la Russia come minaccia esistenziale. Eppure, dopo anni di guerra, Mosca non è riuscita a occupare interamente nemmeno il Donbass. L’allarmismo serve a mantenere alta la tensione interna e a legittimare spese che favoriscono industrie e governi più che cittadini.
Emblematico il caso della Germania, il cui cancelliere Friedrich Merz ha messo sul tavolo mille miliardi per armamenti e infrastrutture strategiche, escludendo di fatto un riavvicinamento con Mosca. Una scelta che si ripete, in forme diverse, in gran parte dell’Occidente, dove si sottraggono fondi alla spesa pubblica per inseguire il “pericolo russo”.
La domanda che resta aperta è semplice ma dirompente: se domani Putin si ritirasse dalla scena, a cosa servirebbero le nuove flotte di carri armati e sistemi d’artiglieria? In quel momento, l’elettorato europeo potrebbe chiedere conto a una classe dirigente che ha costruito il proprio consenso su slogan bellici e vecchie logiche di potere. E forse decidere di chiudere, una volta per tutte, la loro stagione politica.
Tratto da: Kultur Jam

