di Constantin von Hoffmeister
L’Oriente modella il destino mentre il mondo occidentale declina.
Constantin von Hoffmeister sostiene che Putin e Xi incarnano la formazione di un’alba multipolare, mentre l’Occidente inciampa tra le rovine del suo dominio in declino.
Il palcoscenico si accende a Tianjin. I leader arrivano in formazione, le ombre si estendono sulla piazza. Putin e Xi stanno al centro, due pilastri che si ergono dalla terra e dal cielo. Intorno a loro si radunano l’Iran, la Corea, le voci della steppa e del deserto, delle montagne e delle coste. L’Europa guarda attraverso schermi di vetro, tremante, mormorando follemente la parola “asse”. La parola si fa pesante nelle loro bocche schiumanti, piene di terrore, piene di invidia. L’impero di ieri percepisce gli imperi di domani. La NATO si trasforma in un ricordo, una struttura vacillante che svanisce nella nebbia.
I ministri europei mormorano di strategia, di simboli che sfuggono alla loro presa. Leggono l’incontro come un presagio, una sfida, una tempesta che si alza contro il loro ordine. I loro templi sono costruiti su trattati e astrazioni, eppure questa vetta respira di carne e volontà. L’asse diventa geometria plasmata nel destino, linee tracciate attraverso i continenti, ponti costruiti tra civiltà. L’Europa indietreggia, vedendo il suo riflesso in questo specchio, una figura pallida e rugosa che invecchia sotto una luce intensa.
Gli analisti occidentali nelle loro torri scarabocchiano la parola “scetticismo”. Sognano crepe, fratture tra i presenti. Puntano il dito contro l’India, intrecciando con eleganza, evitando l’abbraccio totale. Descrivono l’ambiguità, misurano l’influenza e contano la coesione. Eppure ogni nota espone la loro paura dell’ignoto. Ogni calcolo ammette la debolezza. L’ambiguità diventa un mantello che copre il battito cardiaco costante dell’ambizione multipolare. Il dubbio diventa confessione. Le loro parole tentano di legare il fuoco alle statistiche, ma il fuoco brucia attraverso le colonne di numeri.
L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) si erge con l’ambiguità come bandiera, e l’Europa non può leggere il suo copione. L’ambiguità qui è potere, scudo che nasconde l’unità, nebbia che nasconde eserciti di pensiero. La multipolarità prospera nella fluidità. L’Europa esige linee rigide, ma le linee si piegano, i fiumi scorrono e nascono alleanze. Ciò che chiamano confusione è flessibilità, ciò che chiamano divisione è armonia attraverso il movimento. Il vertice rivela una verità che non riescono a comprendere: il potere emerge attraverso la variazione, la sovranità respira attraverso la vera diversità (non quella del finto occidentale).
L’Ucraina è sia un campo di battaglia che un simbolo. L’Europa chiede una pace definita a Bruxelles, una pace scritta da mani atlantiche. La Russia marcia con la Cina, innalzando striscioni che proclamano un altro destino. La cima diventa una torcia che brucia la pergamena occidentale. I commentatori europei la chiamano aggressione, la chiamano ostilità, la chiamano tradimento del loro copione. Eppure il tradimento significa nascita, e l’aggressività significa forza. Sorge una nuova diplomazia, scritta nel copione della sovranità, attuata attraverso l’allineamento delle civiltà.
L’Occidente bolla questo come ostile, eppure l’amicizia appartiene alla pari. L’assemblea di Tianjin scrive un nuovo contratto di uguaglianza, firme di ferro incise sulla pietra. La pace occidentale diventa carta, mentre la sovranità multipolare diventa granito. L’Ucraina rivela lo scontro di testi, uno scritto con inchiostro sbiadito, l’altro con sangue e luce. L’Europa chiede un allentamento delle tensioni, ma l’escalation significa slancio e lo slancio significa vita.
Dall’altra parte dell’oceano, l’America fissa il suo riflesso su schermi rotti. Gli analisti dichiarano che l’asse è deliberato, una spinta verso un mondo multipolare. Lo definiscono pericoloso, lo chiamano ostile, lo contrassegnano come una minaccia. Le loro parole evocano i tremori delle placche tettoniche che si spostano sotto i monumenti di Washington. La multipolarità non è un piano; È un terremoto. Le colonne tremano, il marmo si crepa e l’impero di un centro sente il peso di molti centri che si alza.
Washington teme l’immagine di calore tra Putin e Xi. La chiamano ottica, ma l’ottica modella la realtà quando gli imperi vacillano. Sorrisi e strette di mano diventano tuoni sulle acque dell’Atlantico. Washington vede divisioni tra l’Europa e se stessa, e il panico si diffonde come il fuoco attraverso i cavi. La Russia si fa avanti, la Cina risponde con un abbraccio e il vertice si trasforma in una festa della sovranità.
Nel gergo americano, la sicurezza diventa un incantesimo. Sicurezza significa dominio, sicurezza significa catene travestite da trattati. Parlano di sanzioni, di isolamento, di contenimento. Eppure le sanzioni si sono sciolte sotto il sole cocente e i martelli hanno forgiato nuove alleanze a causa della pressione. L’isolamento si trasforma in unità, il contenimento si trasforma in espansione. Ogni misura contro Mosca diventa un legame con Pechino. Ogni decreto contro Teheran diventa un invito a unirsi al coro.
Il vertice è visto come un rischio, ma il rischio alimenta la storia. Tianjin si trasforma in una fornace dove il rischio crea imperi. Il vocabolario occidentale del pericolo rivela il loro terrore della creazione. Sognano una pace negoziata dalla mano di Washington, l’ennesima pace che si forma in Oriente, nata dalla sovranità. Una pace di civiltà, non di ordini imposti dall’altra parte degli oceani.
L’Europa e l’America vedono una minaccia, ma la minaccia diventa l’alba della libertà. Le loro stesse ansie tradiscono il riconoscimento: il mondo non appartiene più a loro. Il multipolarismo si alza come una tempesta e un canto. Le civiltà vanno in scena, le voci si stratificano, i ritmi antichi e nuovi. Ogni voce aggiunge peso al ritornello, ogni stretta di mano aggiunge risonanza alla marcia.
Il vertice della SCO a Tianjin è un’epopea e una profezia. L’impero occidentale in caduta lo guarda con disagio, ma l’inquietudine segnala il riconoscimento della verità. Il multipolarismo non è un dibattito, non è una negoziazione, non è una proiezione. La multipolarità è l’Essere stesso, nato dalle civiltà, portato dalla sovranità, acuito dalla lotta.
L’orizzonte risplende di striscioni di molti colori. La notte occidentale si addensa, ma l’alba orientale risplende di fuoco. Putin stringe la mano a Xi e il mondo si inclina. La multipolarità sale, portata sulle ali di imperi rinati. L’Occidente guarda, tremante, mentre il coro del domani sfila oltre le sue mura fatiscenti.
Tratto da: Multipolar Press

