a cura di Tania Perfetti
Il tema del Graal, così come è stato concepito nella tradizione medievale, assume un valore profondamente simbolico quando viene confrontato con il sacramento dell’Eucaristia. La figura del Graal, inteso soprattutto come Santo Calice, la coppa della Cena eucaristica, si intreccia con il mistero della comunione cristiana, grazie a una storia che fonde leggenda, teologia e poetica cavalleresca.
Nel Nuovo Testamento, l’istituzione dell’Eucaristia avviene nella Cena del Signore: Gesù “prese anche il calice, dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo in memoria di me’” (1 Corinzi 11,25) È su queste parole che si fonda il sacramento eucaristico, nel quale pane e vino, per opera dello Spirito Santo, diventano il Corpo e il Sangue di Cristo, realtà essenziali per la fede e la salvezza dei cristiani.
Parallelamente, la leggenda del Graal, inizialmente una coppa o piatto miracoloso nelle novelle arturiane, viene gradualmente identificata con la coppa dell’Ultima Cena, soprattutto grazie all’opera di Robert de Boron alla fine del XII secolo . In questo modo, il Graal diventa non solo un simbolo cavalleresco, ma anche un segno religioso legato alla Cena eucaristica.
Lo studio della simbologia medievale ha messo in luce i paralleli tra la rappresentazione del Graal e il rito eucaristico. Nelle storie di Chrétien de Troyes e in quelle successive, il Graal appare come un vaso che trasporta un’ostia o offre pane e vino a cavalieri puri; nella versione di Wolfram von Eschenbach, addirittura, il Graal è un oggetto che si “ricarica” tramite un’ostia calata dal cielo per mezzo di una colomba, simbolo dello Spirito Santo. Qui l’analogia con la Messa e il sacramento diventa evidente: l’atto liturgico dell’Eucaristia, con la sua dimensione sacramentale e salvifica, è poeticamente trasposto in una narrazione cavalleresca fatta di meraviglie e purificazione.
In termini teologici, il Graal si configura come una metafora del calice eucaristico che, nella Messa, diviene “contenitore del sangue divino”, non in luoghi nascosti, ma nelle chiese, ogni volta che il sacerdote pronuncia “Fate questo in memoria di me”. Questa interpretazione sottolinea che il vero Graal non è una reliquia sparita, ma un mistero vivo presente nell’Eucaristia quotidiana. Un testo, per esempio, afferma: «Il Santo Graal è la coppa che contiene sia il vino dell’ultima cena che il Sangue dell’Agnello… e ciò non si trova né nei sotterranei di misteriosi castelli… bensì nelle nostre chiese…».
Questa visione è confermata anche da riflessioni spirituali che assimilano il calice eucaristico al Graal: per molti autori, ogni calice consacrato durante la Messa diventa l’autentico “Santo Graal”, perché trasporta il mistero della presenza reale di Cristo. Ancora più radicale è l’impostazione secondo cui l’ostia, Corpo di Cristo, è il Graal stesso, nutrimento che apre all’immortalità e segno palpabile dell’amore divino .
Da ultimo, va considerato l’aspetto storico-teologico. Il culto popolare del Graal fiorì proprio nel contesto della definizione dottrinale della transustanziazione e della centralità del sacramento eucaristico nel Medioevo. Autori cavallereschi contribuirono a “romanticizzare” la Messa attraverso la narrativa eroica, promuovendo indirettamente un appello alla difesa dell’ordine ecclesiastico e sacramentale. La leggenda del Graal, lungi dal rappresentare eresia o misticismo alternativo, era infatti profondamente ortodossa nelle sue basi teologiche.
LE DIVERSE VERSIONI DEL GRAAL E IL LORO LEGAME CON L’EUCARISTIA
Le narrazioni medievali sul Graal non presentano una versione univoca dell’oggetto, ma differenti interpretazioni che, pur variando nella forma e nel contenuto, mostrano costanti richiami all’Eucaristia e alla sua simbologia.
• Chrétien de Troyes (fine XII sec.): nel Perceval ou le Conte du Graal, il graal è un vaso misterioso che contiene un’ostia e serve a nutrire il Re Pescatore. L’allusione eucaristica è implicita, ma già evidente.
• Robert de Boron (fine XII – inizi XIII sec.): nel Joseph d’Arimathie, il Graal è il calice dell’Ultima Cena, usato per raccogliere il sangue di Cristo. Qui l’identificazione con l’Eucaristia è piena.
• Ciclo del Lancelot-Graal (XIII sec.): il Graal diventa reliquia sacra, accessibile solo ai puri, in particolare a Galahad. L’analogia con il ricevere degnamente l’Eucaristia è diretta.
• Wolfram von Eschenbach (inizio XIII sec.): nel Parzival, il Graal è una pietra miracolosa (lapsit exillis), rinnovata ogni anno da un’ostia celeste deposta da una colomba. Qui l’elemento eucaristico è trasposto in chiave mistica.
In tutte queste versioni, il Graal assume progressivamente un ruolo sempre più vicino al mistero dell’Eucaristia: da semplice oggetto meraviglioso a calice sacro, fino a diventare simbolo universale della grazia divina che si riceve nell’incontro sacramentale con Cristo.
FONTI PRINCIPALI:
• Liliane Tami, La Nuova Bussola Quotidiana (2024).
• From Symbol to Relic, Biblical Archaeology Review (library.biblicalarchaeology.org).
• Interpretazioni spirituali: CREST (centroricercheestudidellatradizione.blogspot.com); analisi storico-letteraria.
IMMAGINE: Santa maddalena e il Graal di Rossetti.

