CISGIORDANIA FERITA DALL’OCCUPAZIONE SIONISTA

Di Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale di IGNIS – Fuoco Italico

Cisgiordania, la ferita aperta della feroce ed ingiusta occupazione sionista.

Le voci che arrivano dalla Cisgiordania raccontano una realtà sempre più drammatica. Gli agricoltori palestinesi parlano di terre inquinate, ulivi sradicati, frutteti bruciati, famiglie sfollate con la forza. Non sono episodi isolati, ma il risultato di una politica sistematica che vede i coloni israeliani, spalleggiati dal governo Netanyahu, appropriarsi di spazi sempre più ampi, con una violenza che ha ormai assunto carattere strutturale.

Oxfam, insieme a decine di organizzazioni umanitarie, ha documentato con precisione i danni devastanti dell’occupazione. Un rapporto recente mette nero su bianco come il commercio con gli insediamenti illegali alimenti questo sistema, consentendo a imprese e governi di trarre profitto da una situazione che priva i palestinesi delle loro risorse e li condanna a un impoverimento crescente. L’agricoltura, che costituisce la spina dorsale dell’economia palestinese, è sotto attacco diretto: campi confiscati, accessi negati, infrastrutture demolite. Il terreno fertile della Cisgiordania settentrionale è diventato terreno di scontro, con gli abitanti palestinesi respinti e i coloni che consolidano la loro presenza.

A ciò si aggiunge la violenza quotidiana. Ogni anno, durante la raccolta delle olive, gli agricoltori subiscono aggressioni da parte dei coloni: alberi tagliati, raccolti rubati, intimidazioni fisiche. Al Jazeera ha documentato come questi attacchi non siano episodi improvvisati, ma azioni mirate e tollerate, spesso condotte sotto gli occhi di forze israeliane che non intervengono o arrivano troppo tardi. Nel 2023 il governo israeliano ha autorizzato la costruzione di oltre 30.000 nuove abitazioni negli insediamenti, un’espansione record che testimonia la volontà di consolidare, e non certo di ridurre, questa presenza illegale.

Le conseguenze sono disastrose anche sul piano sociale. Dal 2025, secondo Oxfam, più di 40.000 palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro case: il numero più alto di sfollati dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. Le demolizioni non riguardano solo abitazioni, ma anche cisterne, pozzi, serre, tutto ciò che consente a una comunità di vivere e prosperare. Quando un villaggio perde l’accesso all’acqua o alla propria terra coltivabile, perde anche la possibilità di restare. È un modo silenzioso ma efficace di cancellare un popolo da un territorio.

Colpiti non sono soltanto i palestinesi musulmani, come spesso si crede, ma anche le comunità arabe cristiane, che vivono nelle stesse terre, coltivano gli stessi campi e subiscono le medesime angherie. La discriminazione non fa distinzione di fede: ciò che conta è l’identità palestinese e la volontà di resistere.

Il quadro è aggravato dalla complicità di governi e imprese straniere che mantengono rapporti commerciali con gli insediamenti, di fatto sostenendone la sopravvivenza. Un paradosso evidente: da un lato, l’Unione Europea e il Regno Unito dichiarano di difendere il diritto internazionale, dall’altro consentono che i prodotti degli insediamenti illegali finiscano sugli scaffali dei supermercati. È per questo che è nata la campagna internazionale “Stop trade with settlements”, che chiede di mettere al bando ogni forma di commercio con gli insediamenti israeliani.

La responsabilità politica ricade in primo luogo sul governo Netanyahu, che ha approvato e sostenuto l’espansione coloniale, ma anche sulle forze di sicurezza israeliane, che non proteggono i palestinesi dalle violenze dei coloni. E ricade, infine, sulla comunità internazionale, che si limita troppo spesso a parole di condanna senza conseguenze concrete.

Quello che accade in Cisgiordania non è un incidente collaterale né un conflitto bilaterale: è la sistematica distruzione di un tessuto sociale e di un’economia, è la cancellazione graduale di un popolo dalla propria terra. Significa vedere generazioni costrette a vivere nella paura, agricoltori strappati ai loro campi, bambini privati della speranza di un futuro dignitoso.

Di fronte a tutto questo, non bastano più le dichiarazioni diplomatiche. Serve agire, non solo vietando il commercio con gli insediamenti, non solo imponendo sanzioni mirate ai gruppi violenti di coloni, ma sanzionando proprio lo Stato di Israele, garantendo protezione internazionale ai contadini e alle comunità locali, senza distinzione di fede. La pace non potrà mai nascere dall’apartheid e dalla sopraffazione, ma soltanto dal riconoscimento dei diritti e della dignità di tutti.

Il silenzio, oggi, equivale a complicità. Alzare la voce contro questa politica infame è un dovere morale prima ancora che politico. Chiunque creda nella giustizia e nell’umanità non può voltarsi dall’altra parte.

CISGIORDANIA FERITA DALL'OCCUPAZIONE SIONISTA
CISGIORDANIA FERITA DALL’OCCUPAZIONE SIONISTA

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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