Riflessioni sulla politica del nostro tempo

a cura di Kali Yuga Rider

set 15, 2025

Che lezioni imparare dall’omicidio di Charilie Kirk

I fatti nefasti recentemente accaduti negli Stati Uniti hanno inevitabilmente generato un momento di profonda riflessione nel cuore di chiunque avverta la responsabilità di difendere ciò che resta della civiltà europea. Non è necessario ripercorrere nel dettaglio gli avvenimenti: se ne è già discusso a sufficienza. Ciò che conta, invece, è il significato che essi rivelano. La lenta erosione che per decenni ha consumato le fondamenta delle nostre società si è ormai trasformata in un rapido collasso dell’armonia civile.

L’epoca della crescita illimitata, figlia del dopoguerra, è tramontata, lasciando dietro di sé macerie sociali ed economiche. La promessa di un benessere universale si è rivelata un inganno, e il risultato è un mondo segnato da alienazione, conflitto e sfiducia. Una condizione resa ancor più grave dall’appiattimento dell’offerta politica su un realismo capitalista, che ha reso sempre più centrali le questioni identitarie ed etiche, utilizzate come elemento distintivo. Così il terreno dello scontro si è spostato dalle idee a quello che si potrebbe definire antropologico.

In tale scenario, la polarizzazione fra visioni inconciliabili non appare come un fenomeno passeggero: è la nuova condizione storica.

Polarizzazione e dissoluzione

Le nostre società sono sempre meno riconducibili a un corpo unitario, dotato di coesione e di un linguaggio comune. Ci troviamo dinanzi a una frattura che non è soltanto politica e culturale, ma quasi antropologica. Da una parte, coloro che intendono preservare radici, memoria e continuità; dall’altra, quanti aspirano a una liquefazione totale delle identità, dei valori e persino delle frontiere, convinti che la dissoluzione sia la condizione per una nuova forma di libertà o di universalità.

Non si tratta di una semplice contrapposizione di programmi elettorali, ma di un conflitto che attraversa ogni ambito della vita: il linguaggio, i codici simbolici, le forme di socialità, le relazioni quotidiane. Le lacerazioni che esso produce non possono essere facilmente ricomposte, poiché non si tratta di divergenze tecniche, ma di visioni del mondo inconciliabili.

A questo scontro frontale si accompagna un vuoto intermedio: una moltitudine di individui che, estraniandosi sempre più dalla dimensione politica, scivolano verso forme di nichilismo, di edonismo o di individualismo autoreferenziale. È un’area grigia che non ricompone il conflitto, ma ne accentua le conseguenze, poiché sottrae energie e senso di appartenenza a entrambi i poli.

Osservare questa dinamica non significa aderirvi o auspicarne l’esito. Significa, piuttosto, prendere atto che il mondo si configura ormai in termini di polarizzazione e dissoluzione, e che qualsiasi tentativo di analisi deve partire da ciò che è, non da ciò che vorremmo che fosse. Solo così è possibile ragionare sul presente con lucidità, senza lasciarsi ingannare da nostalgie di unità che non esistono più, né da promesse di armonia che si rivelano illusorie.

Alienazione tecnologica e caduta del benessere
La rivoluzione tecnologica ha prodotto un rovesciamento: ciò che un tempo era solo rappresentazione oggi tende a sostituirsi alla realtà. L’esperienza concreta viene filtrata e riorganizzata attraverso dispositivi e piattaforme digitali, fino al punto che la socializzazione non avviene più primariamente nel mondo fisico, ma nella rete. È lì che si formano identità, relazioni e opinioni, spesso deformate da meccanismi di polarizzazione, algoritmi selettivi e ambienti autoreferenziali. La vita reale diventa derivata e secondaria, mentre il virtuale si presenta come il terreno principale dell’esistenza sociale.

Questo spostamento ha conseguenze profonde: l’individuo vive in una condizione di costante mediazione, in cui l’immagine prevale sull’esperienza, e la comunicazione digitale riduce la complessità delle relazioni a interazioni rapide, frammentarie, filtrate. La perdita di contatto diretto con il reale non si traduce in maggiore libertà, ma in nuove forme di dipendenza e di isolamento.

Parallelamente, anche sul piano materiale, il quadro si è incrinato. La promessa di prosperità diffusa è stata sostituita da precarietà del lavoro, aumento delle disuguaglianze e crescente vulnerabilità economica. L’idea di un benessere stabile e condiviso, che aveva garantito coesione sociale, ha lasciato spazio a insicurezza, competizione permanente e conflitti latenti.

La combinazione di alienazione digitale e caduta del benessere materiale produce così un doppio effetto: da un lato, individui sempre più immersi in universi virtuali che deformano la percezione del reale; dall’altro, una realtà concreta segnata da fragilità economica e sociale che non trova più rappresentazione adeguata. In questo scarto tra realtà vissuta e realtà mediata si radicano molte delle tensioni del presente.

Il ritorno della violenza politica

In questo contesto la violenza politica non si manifesta come un residuo arcaico destinato a scomparire, ma come esito quasi strutturale di società spaccate e prive di riferimenti comuni. Quando il terreno del dialogo viene meno e il dissenso non è più percepito come legittimo, l’avversario politico smette di essere considerato un interlocutore: diventa un ostacolo da neutralizzare.

Il passaggio da un conflitto regolato a uno scontro aperto si innesta proprio su questo vuoto di riconoscimento reciproco. Laddove i valori condivisi si erodono, la competizione si radicalizza e tende ad assumere i tratti di una logica binaria: amico o nemico, dentro o fuori, legittimo o illegittimo. In tali condizioni la violenza, fisica o simbolica, non appare più come un’eccezione, ma come un’opzione che si auto-giustifica.

L’ordine civile, già fragile, si incrina progressivamente. La convivenza non si fonda più su regole condivise, ma su equilibri precari, costantemente messi in discussione da episodi di conflitto che si riproducono in forme diverse: dalla violenza verbale nei media e nei social, fino a episodi concreti di intimidazione, radicalizzazione e scontro nelle piazze. Si tratta per lo più di una violenza diffusa a “bassa intensità”, che raramente assume la forma di guerre civili dichiarate, ma che logora quotidianamente il tessuto sociale e normalizza il ricorso al linguaggio e agli strumenti dello scontro.

In questo senso, la violenza politica contemporanea non va letta come una parentesi eccezionale, ma come un sintomo della polarizzazione e della perdita di un terreno comune di legittimità. Non è il frutto di singole devianze, ma l’indicatore di un processo più ampio: la crisi di mediazioni, di valori condivisi e di istituzioni capaci di contenere il conflitto entro forme non distruttive.

La riscoperta del Nemico

Dinanzi a tale scenario, un imperativo creduto superato da molto tempo torna ad emergere: quello di sopravvivere. Sopravvivere non come mero istinto di conservazione biologica, ma come volontà di fedeltà alla propria identità, alla propria eredità, al proprio destino. Sopravvivere significa resistere a ciò che vuole cancellarci, significa opporsi con fermezza a tutto ciò che nega la continuità del nostro essere.

Il monito di Dominique Venner – “Esistere significa combattere ciò che mi nega” – non è un’astrazione, ma un principio di vita. Combattere ciò che ci nega non vuol dire inseguire compromessi o adattarsi alla corrente: vuol dire opporsi, mantenere verticalità, rifiutare la dissoluzione. È un atto di disciplina, di fermezza e di dignità.

Qui trova il suo posto la lezione di Carl Schmitt: la categoria del politico, che egli individua nella distinzione fra amico e nemico, non è un artificio teorico, ma una realtà che riaffiora con forza in ogni epoca di crisi. Riscoprire il Nemico significa, dunque, riscoprire noi stessi, perché è solo attraverso la consapevolezza di chi ci nega che possiamo definire i confini della nostra identità e della nostra missione storica.

La sopravvivenza, allora, non è un atteggiamento passivo. È lotta interiore e resistenza esteriore, è custodia dei valori eterni contro l’usura del tempo, è fedeltà a una catena di memoria che non deve spezzarsi. Essa richiede decisione e coraggio, non indulgenza; sacrificio, non comodità.

Viviamo un’epoca segnata da crisi e da pericoli che nessuno può negare. Eppure, proprio per questo, siamo chiamati a riaffermare la volontà di esistere. Non si tratta di sopravvivere in senso ridotto, ma di resistere in senso pieno: combattere contro l’oblio, contro la dissoluzione, contro ogni forza che mira a negarci.

Esistere non significa adattarsi né subire, ma decidere. Significa custodire la fiamma che ci è stata consegnata, trasmetterla integra a chi verrà dopo di noi, vivere nella consapevolezza che la fedeltà è l’unico modo autentico di affrontare il tempo della crisi. Esistere significa combattere ciò che mi nega: non un motto, ma una legge interiore, che trova nella distinzione schmittiana tra amico e nemico il suo risvolto politico essenziale. La riscoperta del Nemico

Dinanzi a tale scenario, un imperativo creduto superato da molto tempo torna ad emergere: quello di sopravvivere. Sopravvivere non come mero istinto di conservazione biologica, ma come volontà di fedeltà alla propria identità, alla propria eredità, al proprio destino. Sopravvivere significa resistere a ciò che vuole cancellarci, significa opporsi con fermezza a tutto ciò che nega la continuità del nostro essere.

Il monito di Dominique Venner – “Esistere significa combattere ciò che mi nega” – non è un’astrazione, ma un principio di vita. Combattere ciò che ci nega non vuol dire inseguire compromessi o adattarsi alla corrente: vuol dire opporsi, mantenere verticalità, rifiutare la dissoluzione. È un atto di disciplina, di fermezza e di dignità.

Qui trova il suo posto la lezione di Carl Schmitt: la categoria del politico, che egli individua nella distinzione fra amico e nemico, non è un artificio teorico, ma una realtà che riaffiora con forza in ogni epoca di crisi. Riscoprire il Nemico significa, dunque, riscoprire noi stessi, perché è solo attraverso la consapevolezza di chi ci nega che possiamo definire i confini della nostra identità e della nostra missione storica.

La sopravvivenza, allora, non è un atteggiamento passivo. È lotta interiore e resistenza esteriore, è custodia dei valori eterni contro l’usura del tempo, è fedeltà a una catena di memoria che non deve spezzarsi. Essa richiede decisione e coraggio, non indulgenza; sacrificio, non comodità.

Viviamo un’epoca segnata da crisi e da pericoli che nessuno può negare. Eppure, proprio per questo, siamo chiamati a riaffermare la volontà di esistere. Non si tratta di sopravvivere in senso ridotto, ma di resistere in senso pieno: combattere contro l’oblio, contro la dissoluzione, contro ogni forza che mira a negarci.

Esistere non significa adattarsi né subire, ma decidere. Significa custodire la fiamma che ci è stata consegnata, trasmetterla integra a chi verrà dopo di noi, vivere nella consapevolezza che la fedeltà è l’unico modo autentico di affrontare il tempo della crisi. Esistere significa combattere ciò che mi nega: non un motto, ma una legge interiore, che trova nella distinzione schmittiana tra amico e nemico il suo risvolto politico essenziale.

Cosa imparare e come approcciarci al futuro

Guardando alle dinamiche che si stanno consolidando, è difficile immaginare un futuro meno teso di quello che ci attende. Le linee di frattura sono già aperte e tenderanno ad allargarsi: le società occidentali, private di riferimenti comuni, continueranno a dividersi su questioni identitarie, culturali ed etiche che non ammettono soluzioni semplici. La tentazione, in questo quadro, è quella di rispondere alla polarizzazione con ulteriore polarizzazione, alimentando lo scontro e spingendo la dialettica politica verso il punto di rottura.

Eppure, proprio perché la posta in gioco è così alta, cedere a questa dinamica rischia di diventare un vicolo cieco. Se la logica del nemico tende a strutturare i rapporti politici, la prima responsabilità di chi vuole restare lucido è riconoscerlo senza farsene intrappolare. Non significa negare la durezza dello scontro, né illudersi che esista un ritorno a un passato di consenso condiviso: significa piuttosto accettare che l’avversario ci percepisce come una minaccia esistenziale, con tutto ciò che ne consegue, e scegliere di muoversi con intelligenza all’interno di questo quadro.

Da qui l’importanza del cosiddetto “mondo di mezzo”: quella fascia sociale e politica che non si riconosce negli estremi, che magari si rifugia nel disincanto o nell’indifferenza, ma che resta decisiva nel mantenere in piedi gli spazi di convivenza. È lì che può ancora essere costruito un compromesso, non inteso come resa o come annacquamento delle posizioni, ma come ricerca di un terreno praticabile su cui tenere insieme conflitto e stabilità.

Non è una soluzione definitiva, né la promessa di armonia. È, più realisticamente, un modo per non precipitare nella spirale del confronto distruttivo. In tempi in cui il linguaggio politico tende a ridursi a slogan e accuse reciproche, preservare margini di dialogo e mediazione è già una forma di resistenza. Non si tratta di abbassare la guardia o rinunciare alla propria identità, ma di comprendere che la sopravvivenza di una comunità politica dipende anche dalla capacità di mantenere il conflitto entro limiti che non neghino la convivenza stessa.

In altre parole, il futuro non sarà privo di tensione, ma la responsabilità è scegliere se trasformarla in un campo di battaglia senza regole o in un terreno, pur accidentato, di confronto politico. Ed è su questa scelta che si gioca la possibilità di non lasciare che la logica del nemico diventi l’unico linguaggio del nostro tempo

Kali Yuga Rider

Tratto da: Kali Yuga Surf Club

Riflessioni sulla politica del nostro tempo
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Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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