di Franco Marino
Mentre in America assistiamo a un vorticoso giro di sostituzioni nei vertici delle principali testate giornalistiche e network televisivi, con dirigenti che saltano come birilli e linee editoriali che cambiano drasticamente da un giorno all’altro, viene spontaneo parlare di “repulisti del regime trumpiano”. Ma questa lettura, per quanto comprensibile, rischia di farci perdere il punto principale della questione.
Montanelli amava dire che non sono le dittature che si affermano in un paese ma sono le democrazie che si suicidano: il dittatore è solo il becchino che le seppellisce.
In generale, una delle convinzioni più stupide che affliggono la politologia è che le dittature arrivino all’improvviso ad infettare un corpo altrimenti sano e non sfruttino, semmai, un’immunodeficienza istituzionale, inadeguata a fronteggiarle.
Così, quello che sta accadendo oltreoceano non è il frutto di una improvvisa invasione barbarica che ha colto di sorpresa una democrazia florida e in salute. Trump, con tutto il suo carico di controversie e la sua capacità di polarizzare ogni dibattito, è piuttosto il sintomo di un sistema che aveva già compromesso le proprie difese immunitarie molto prima del suo arrivo sulla scena politica. Ogni regime autoritario, nella storia, è sempre nato dalle ceneri di una democrazia che aveva perso la capacità di governare se stessa, non per cattiveria o per sfortuna, ma per le pulsioni autoritarie del regime che lo aveva preceduto.
Il fascismo italiano non sarebbe mai potuto nascere senza il terreno fertile preparato dalla crisi dello Stato liberale, che aveva già dimostrato la sua incapacità di gestire i conflitti sociali e aveva ricorso sistematicamente alla violenza di Stato durante il biennio rosso. Analogamente, il nazismo tedesco trovò spazio nell’implosione della Repubblica di Weimar, dove i partiti democratici avevano già normalizzato l’uso di decreti d’emergenza e la sospensione dei diritti costituzionali per fronteggiare la crisi economica e l’instabilità politica. In entrambi i casi, i movimenti autoritari non dovettero conquistare il potere con la forza: lo trovarono praticamente sguarnito, abbandonato da élite democratiche che avevano già rinunciato ai propri principi fondamentali nella convinzione di poter gestire la crisi attraverso compromessi al ribasso e alleanze tattiche con le forze estremiste.
Il governo Trump e i suoi repulisti politico possono apparire come una rottura traumatica rispetto al passato, ma in realtà rappresentano l’evoluzione logica di meccanismi che erano già in atto da decenni. La politica americana aveva già trasformato l’informazione in propaganda, aveva già ridotto il dibattito pubblico a uno scontro tra tifoserie, aveva già sostituito l’argomentazione razionale con la demonizzazione dell’avversario. Trump non ha inventato niente di nuovo: ha semplicemente portato alle estreme conseguenze dinamiche che esistevano già, con una brutalità e una mancanza di pudore che hanno reso evidente quello che prima si nascondeva dietro le forme della cortesia istituzionale.
Quando vediamo oggi i movimenti politici che si fronteggiano negli USA, dovremmo chiederci non tanto chi sia il cattivo della situazione, ma come si sia arrivati a questo punto di decomposizione del tessuto democratico. Le elezioni USA degli ultimi decenni hanno mostrato una progressiva radicalizzazione che non può essere attribuita a un singolo leader o a una singola forza politica. L’impatto sociale di questa deriva è stato devastante: ha creato due Americhe che non solo non si parlano più, ma che vivono in universi informativi completamente separati, dove gli stessi fatti vengono interpretati in modi diametralmente opposti. E la storia recente ci insegna che quando una democrazia inizia a usare metodi autoritari per difendersi da presunte minacce alla democrazia, innesca un processo di autodistruzione che raramente si ferma da solo. Il sistema mediatico americano, per esempio, aveva già perso ogni pretesa di neutralità molto prima dell’arrivo di Trump: si era trasformato in un insieme di megafoni al servizio di diverse fazioni politiche, ognuna delle quali accusava le altre di essere nemiche della democrazia. In questo contesto, i repulisti trumpiani non rappresentano una anomalia, ma la naturale prosecuzione di una logica che era già ampiamente consolidata.
Il paradosso è che ogni tentativo di resistere a questa deriva autoritaria attraverso metodi a loro volta autoritari non fa altro che alimentare il ciclo vizioso. Quando si decide che certi punti di vista non possono essere espressi, che certe domande non possono essere poste, che certi fatti non possono essere discussi, si sta già accettando la logica del regime, indipendentemente da quale sia l’ideologia che lo ispira. Trump può essere considerato un pericolo per la democrazia americana, ma questo pericolo ha potuto manifestarsi solo perché le difese democratiche erano già state minate dall’interno.
Il regime Trump, con tutte le sue manifestazioni più eclatanti e controverse, non è dunque un corpo estraneo che ha infettato un organismo sano, ma piuttosto il prodotto finale di un processo di degenerazione che aveva radici profonde nella società americana. Le critiche al regime, per quanto fondate possano essere su singoli aspetti, rischiano di non cogliere la dimensione sistemica del problema. Non si tratta di tornare a una presunta età dell’oro della democrazia americana, perché quella stessa età dell’oro conteneva già i germi della crisi attuale. Si tratta piuttosto di riconoscere che quando una democrazia smette di credere nei propri principi fondamentali e inizia a usare gli strumenti del potere per mettere a tacere il dissenso, sta già percorrendo la strada che porta inevitabilmente all’autoritarismo, qualunque sia il colore politico di chi temporaneamente detiene il controllo delle istituzioni.

