a cura di Carlo Weiblingen
Vi è chi è senz’armi. Ma chi ha armi, combatta – non c’è un Dio che combatta per coloro che non sono in armi. Legge vuole che la vittoria in guerra sia ai valorosi: non a chi prega. Che i vili siano dominati dai malvagi – è giusto.
Nuova riaffermazione dello spirito virile della tradizione pagana. Nuovo contrasto con l’attitudine misticoreligiosa.
Nuovo disprezzo per coloro che deprecano l’« ingiustizia» delle cose terrene e invece di incolpare la loro viltà, o rassegnarsi nella loro impotenza, incolpano il Tutto o sperano che una « Provvidenza » si curi di loro.
« Non vi è un Dio che combatta per quelli che non sono in armi ». Questo è il cardine anticristiano di ogni morale guerriera; e riporta ai concetti dianzi spiegati, circa l’identificarsi – dal punto di vista metafisico – di « realtà », « spiritualità » e « virtù ». Il vile non può essere buono: « buono » implica un’anima d’eroe. E la perfezione dell’eroe, è il trionfo. Chiedere a un Dio la vittoria, sarebbe quanto chiedergli la « virtù »: giacché la vittoria è il corpo in cui si attua la perfezione stessa della « virtù ».
[Introduzione-Alla-Magia-Vol-3-Gruppo-UR]

