di Giuseppe Aiello
L’Unità dei due amori
Nella prospettiva esoterica islamica — in particolare in Ibn ʿArabī, Rūmī, ʿAyn al-Quḍāt, al-Ḥallāj — non esiste una vera competizione tra l’amore umano e l’amore divino, perché ogni amore autentico è, in fondo, un riflesso dell’amore di Dio per Se stesso.
“Amavo essere conosciuto, perciò ho creato il mondo.”
— ḥadīth qudsī
Questo detto, centrale nell’esoterismo islaimico, fa dell’amore l’origine della creazione.
Così, quando un uomo ama una donna (o viceversa), ciò che realmente ama in lei è la bellezza divina manifestata nella forma.
Per Ibn ʿArabī, ogni bellezza percepita è tajallī, una epifania di Dio nel sensibile. Per questo egli scrive nei Futūḥāt al-Makkiyya:
“L’amore di Dio non è altro che l’amore dell’uomo, poiché non vi è altro amato che Dio.”
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La tensione apparente: quando gli amori sembrano competere
A livello etico o spirituale iniziale, gli amori possono entrare in conflitto: l’amore umano può distrarre dal Ricordo (dhikr) e rendere l’anima schiava della forma.
I sufi chiamano questa fase hijāb (velo).
Ma quando l’amante purifica la sua visione, scopre che l’amato umano è un “velo trasparente”: attraverso di lui, si ama Dio.
È la famosa trasformazione dell’ʿishq majāzī (“amore metaforico”) in ʿishq ḥaqīqī (“amore reale”).
“Ogni amore che non conduce a Dio non è amore, ma gioco.”
— Rūmī, Mathnawī

