di Lelio Antonio Deganutti
13 Ottobre 2025
Nel grande scacchiere mediorientale, tre potenze non arabe — Turchia, Iran e Israele — si muovono con una percezione di sé fortemente distinta dal resto del mondo arabo. Pur divise da religioni, sistemi politici e alleanze divergenti, queste nazioni condividono un tratto comune: la convinzione di rappresentare una forma di civiltà o di razionalità politica superiore a quella dei vicini arabi, spesso percepiti come instabili, frammentati o incapaci di costruire un equilibrio duraturo.
Una superiorità storica e culturale
Le radici di tale atteggiamento affondano nella storia.
L’Iran, erede dell’antica Persia, conserva un’identità imperiale e culturale che lo spinge a considerarsi diverso e più raffinato rispetto alle monarchie arabe nate dai confini coloniali. L’elemento persiano-sciita alimenta una visione universalista, ma anche un senso di missione spirituale e politica che si oppone all’arabità sunnita dominante.
La Turchia, guidata da un pragmatismo neo-ottomano, tende a vedere il mondo arabo come un’eredità incompiuta del proprio passato imperiale. L’espansione dell’influenza turca in Siria, Iraq e Libia risponde a una logica di potere che combina nostalgia storica e disillusione verso le élite arabe, considerate incapaci di gestire la modernità.
Israele, infine, percepisce se stesso come un avamposto tecnologico, economico e democratico in una regione arretrata e instabile. Questa visione, alimentata da decenni di conflitti e isolamento, ha consolidato una cultura politica che interpreta la forza come unica garanzia di sopravvivenza.
L’arena mediorientale come campo di influenza
Le tre potenze agiscono spesso in concorrenza, ma raramente in opposizione diretta.
Ankara cerca di penetrare nel mondo arabo attraverso il soft power religioso e mediatico.
Teheran lo fa attraverso milizie, alleanze ideologiche e progetti sciiti transnazionali.
Tel Aviv, invece, punta sulla tecnologia, sulla diplomazia economica e sull’alleanza con i Paesi del Golfo in funzione anti-iraniana.
In tutti e tre i casi, il mondo arabo viene trattato come spazio da gestire, non come interlocutore paritario: un’arena su cui esercitare influenza piuttosto che un insieme di Stati sovrani da rispettare pienamente.
La frammentazione araba come terreno fertile
La debolezza politica del mondo arabo — diviso tra regimi autocratici, conflitti interni e interessi divergenti — ha consolidato questa dinamica. La mancanza di una visione comune ha reso le società arabe vulnerabili alle interferenze esterne, mentre le potenze regionali non arabe hanno saputo riempire il vuoto di leadership.
Così, mentre le potenze del Golfo investono nel mantenimento dello status quo, Turchia, Iran e Israele si percepiscono come i veri architetti del futuro mediorientale.
Dietro i contrasti ideologici e religiosi si cela una comune consapevolezza di superiorità politica e culturale. Israele, Iran e Turchia si considerano centri di civiltà contrapposti al disordine arabo. È questa percezione, più che le divergenze religiose o strategiche, a definire oggi il cuore del conflitto simbolico nel Medio Oriente: la lotta tra chi vuole guidare la regione e chi ne subisce la storia.
Tratto da: La Voce del Parlamento

