SHAMBALA E MILAREPA

a cura di Antonio Bonifacio

(da una corrispondenza tra Julius Evola con Mircea Eliade)

In attesa dell’uscita (in ritardo) della terza parte dell’articolo dal titolo “Wolfram von Eschenbach, la ‘pietra magnetica’ del Graal e le altre ‘pietre d’Oriente’ procedo a operare una integrazione del testo, come è accaduto per il precedente post, su cui ci si è soffermati su Cristina Campo e la sua opera in difesa del Tibet invaso nel 1959

Nella presente circostanza si farà un’integrazione a questa terza parte, sulla scorta di alcune riflessioni inerenti la relazione intercorrenti tra la pittura di Nikolaj Roerich, centrate sulla tematica di Shambala, e di Julius Evola “alpinista”, portate ben alla luce da un magistrale articolo dello scomparso saggista -e uomo di montagna – Renato del Ponte che si possono consultare nello scritto dal titolo “Ritorno a Shambala, J. Evola e il mistero della decadenza”, pubblicato nel volume terzo della Rivista Octagon del 2017 ,

Si fa notare del tutto schematicamente, visto che si pubblica un post, che l’interesse di Evola per Shambala/Agarthi (un articolo segnalato dal suindicato Del Ponte scritto da Gastone Ventura dal titolo Agarthi e Shambala, comparso nel trimestrale Vie della Tradizione del luglio dicembre 1971, chiarirebbe la controversia intorno a questa doppia denominazione indicante lo stesso ipotetico luogo), è legato alla circostanza che Evola era convinto che in Shambala fosse allocato uno dei residui centri iniziatici dalla “natura polare” ancora accessibili, almeno a certe severissime condizioni, e di ciò era tanto persuaso che scrisse a Mircea Eliade per chiedere consigli e informazioni su questa realtà, avendo maturato l’intenzione di trasferirsi nella regione himalayana sine die.

Ci sono vari passaggi degli scritti evoliani, evidentemente in maggior misura in quelli autobiografici, che mostrano l’interesse del “filosofo eretico” verso l’asceta buddista Milarepa riguardanti proprio l’esercizio della disciplina montana come possibile esperienza di illuminazione. Evola, quale “alpinista spirituale”, non poteva non specchiarsi, almeno in una certa misura, in Milarepa per la postura tantrico buddista del nostro filosofo condividendo peraltro con questi l’esperienza circa l’incontro con il “demone delle vette”.

La severa via ascetica indicata da Milarepa, produttrice di tante ineffabili gioie derivanti dalla liberazione da ogni fardello mondano d’ordine sensistico, fu quindi spontaneamente condivisa dall’Evola e ritenuta mezzo idoneo – e per questo consigliato – per sfuggire alle trappole tese nel Kali yuga, derivanti dalla rottura definitiva e fatale della “grande muraglia” protettiva, secondo la nota indicazione guénoniana circa “certi” accadimenti che manifestano i sintomi dell’approssimarsi della “fine dei tempi”.

Attraverso l’ascesi montana si giungerebbe a operare quella indispensabile riconnessione con l’”albero della vita”, quasi un secondo battesimo in spirito, coerentemente a quanto indicato da Cesare della Riviera nel “Mondo magico degli Heroi”, testo che Evola amava particolarmente.

La via di Shambala sarebbe, secondo il condiviso pensiero di Julius Evola e di Mircea Evola, era quindi ancora aperta nelle remote regioni himalayane, almeno ai tempi in cui i due “studiosi” scrivevano (ovvero prima dell’invasione del Tibet da parte di orde materialiste: la cosiddetta “catastrofe tibetana”), mentre oggi, verosimilmente, è sbarrata da serramenti che la chiudono ai vari livelli di realtà con cui può essa essere percepita.

Nicolaj Roerich, a detta di Evola, sembrava aver perfettamente “indossato”, nella sua congiunta qualità di artista e asceta, l’abito spirituale di Milarepa, traducendo in immagini evocative (come già segnalato nel corpo del nostro articolo apparso a puntate su Simmetria) lo spirito dei “Centomila Canti” dell’asceta e per questo non deve sorprendere l’espressione quasi enfatica con cui Evola commenta del di questi l’opera, utilizzando espressioni quali “dall’arte di Roerich viene un brivido di liberazione, della liberazione più vera”, la sintesi più efficace di quela unità di intenti che unisce l’arte pittorica di Roerich alle espressioni di Milarepa.

Alla morte di Evola, com’è noto, le sue ceneri sono state disperse tra le pendici del Monte Rosa in un luogo specifico alla data del 20 Agosto 1974. Si ricorda questo evento, cui fu dedicato un numero della Rivista Arktos, apparentemente estraneo alla tematica, per evidenziare un legame preciso con quanto finora raccontato. Ai piedi della parete denominata Lyscamm una locale leggenda alpina ricorda essere questo l’ingresso di un abitato meraviglioso conosciuto con il nome di Felix, ospitato in una meravigliosa valle piena di vita, sito ormai celatosi agli occhi dei mortali; è quindi evidente l’accostamento che Evola volle fare nel suo testamento tra questa “Shambala” alpina con l’omologa Shambala himalayana. Molto si potrebbe ancora aggiungere per rafforzare questa similitudine (si rimanda perciò al citato articolo di Renato del Ponte) ma l’essenziale è stato detto.

Nell’immagine (dipinto di Nicolaj Roerich dal titolo “L’esercito di Rigden Jyepo”, proposto da Renato del Ponte nel suo scritto: “Nella terra del Drago, note insolite di viaggio nella terra di Buthan”).

Nicolaj Roerich, che annota Del Ponte, “potrebbe” essere giunto di “persona” a Shambala, dipinge in questo quadro il Signore della Nuova Era di Shambala, il “Re del Mondo”, nel momento in cui questi sta allestendo un formidabile esercito destinato a combattere l’oscurità per reintrodurre il Dharma. Tanto persuasiva era apparsa la sua rappresentazione del “ritorno del re” che il governo mongolo ne intuì il significativo valore preconizzante e per questo costruì appositamente un altare in “omaggio” all’opera

In questo manufatto era contenuto un frammento di una pietra meteoritica che era stata dinasticamente trasmessa nei secoli e quindi passata di regnante in regnante e che, evidentemente, è similare alla chintamani (la pietra della “felicità”) della tradizione induista e buddista.

Non sfugga che il Buthan, governato tuttora da una monarchia, è in qualche modo un regno “fuori del tempo” (e denominato regno della felicità) in quanto, come evidenzia la sinossi del libro di Del Ponte, che l’ha visitato (e che qui si riproduce), conserva ( o conservava) come un insetto nell’ambra i suoi arcaici valori tradizionali.

Si legga quindi la predetta sinossi: “ll Regno del Bhutan o Druk-Yul (Terra del Drago) è forse l’unico paese al mondo in cui si è mantenuto uno stile di vita fedele ai ritmi della natura. Almeno sino ad ora. Così ritiene l’autore di questo libro, che ne ha percorso i sentieri lungo le pendici dell’Himalaya, tratteggiandone la storia e le sue straordinarie caratteristiche fisiche e naturalistiche. E proprio per le sue potenzialità di miracoloso equilibrio ambientale, scrupolosamente amministrate da una monarchia illuminata, l’Autore considera questo Paese una ‘riserva naturale dell’umanità’. Ma anche ‘riserva spirituale’, dal momento che in questo libro vengono suggeriti alcuni itinerari “mistici” legati ai grandi Maestri del Buddhismo Tantrico che col Bhutan hanno avuto un forte rapporto: da Padmasambhava a quel Pema Lingpa da cui deriverebbe la dinastia oggi regnante.”

Con l’occasione si ricorda che il predetto lavoro contiene una preziosa appendice ovvero un raro testo del III Panchen Lama (1775) che introduce all’affascinante mistero di Shambala, ricordando altresì che il testo suindicato è arricchito da una preziosa appendice, ovvero un raro scritto del III Panchen Lama (1775) che introduce all’affascinante mistero dell “Splendente”.

Parimenti è da ricordare che la preziosità del volume è accresciuta dalla presenza in allegato della tavola riproducente il dipinto che qui si presenta, acquarellata e ripiegata fuori testo, stampata su carta pregiata in una tiratura limitata e numerata”.

L’altra immagine l’ultima edizione del fortunate silloge di scritti evoliani dal titolo “Meditazioni sulle vette” dedicati alla montagna con in copertina un quadro di Roerich cui Evola dedicherà alcune ammirate pagine.

Infine la copertina di un altro testo “Montagne esoteriche” di Domenico Rudatis in cui il sottotitolo è migliore del titolo in quanto recita PRATICHE DI LIBERAZIONE NELL’ESPERIENZA ALPINISTICA. Qui si raccontano, in vari episodi inerenti il percorso verso la vetta, le dinamiche spirituali che possono coinvolgere l’arrampicatore quando questi è interiormente orientato.

SHAMBALA E MILAREPA
SHAMBALA E MILAREPA

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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