di Ferdinando Pastore
25 Ottobre 2025
Dalle tredici ore di lavoro “per merito” alla guerra contro chi rifiuta il mercato: l’austerità europea e l’ideologia neoliberale educano i cittadini alla sottomissione. Grecia e Venezuela sono due volti della stessa trappola: la libertà raccontata dai padroni.
Dalla Grecia al Venezuela, un’unica tela
Come fossimo nella Londra vittoriana, quando i sobborghi ricoperti di fango distribuivano epidemie, degrado e disperazione, si torna a considerare possibile una giornata lavorativa di tredici ore.
Si torna a immaginare una vita scandita esclusivamente dal ritmo del cronometro senza possibilità di riposo, di intimità, di lotta politica e sindacale. Ne abbiamo avuti, in questi anni, di mentori, di grandi narratori che sono riusciti ad ammaliare il buon senso comune con inni alla laboriosità, alla dedizione, alla capacità di iniziativa personale che configurava il concetto di merito.
Quest’ideologia prestazionale è stata cavalcata dai manager aziendali. Sono loro che hanno raccolto le informazioni contenute nei manuali sulle mission competitive, sulla razionalizzazione di profitto e sulle suggestioni comportamentali, per farne filosofia di vita spicciola: “stare sempre sul pezzo”, “sono nato pronto”, “siamo tutti sulla stessa barca”, “non indicare un problema se non hai la soluzione”.
Questo entusiasmo acritico, chiamato, dagli amanti della letteratura che deve suscitare commozione e continua introspezione, resilienza, ha dichiarato l’azione collettiva contro lo sfruttamento e l’alienazione, passatempo fuori moda.
Tredici ore di lavoro per chi ha ambizione, spirito d’impresa, gioco di squadra, non sono nulla. È attraverso l’utilizzo di questo stratagemma discorsivo, che l’austerità dell’Unione Europea, dei colonelli del capitale à la Mario Monti così appassionati ai sacrifici dei poveri, ha potuto produrre una progressiva bonifica dei diritti senza disseminare guerre civili.
La Grecia si avvia alla nuova schiavitù con tutti gli indicatori economici in ripresa. Quelli, per intenderci, che definiscono i rating. Più macelleria sociale, più punti in classifica.
Ciò che separa dalla sinistra è proprio il nesso tra fascismo e politiche neoliberali. Per il progressismo espresso dalla società civile in questa relazione non c’è congruenza.
Esisterebbe una giustizia morale, umanitaristica e per forza di cose, interclassista. Quindi una giustizia intrisa di falsa coscienza. Le riforme, le controriforme liberali, non sono altro che tecnica spoliticizzata, apriorismi professionali determinati da persone competenti.
Non vi è alcuna educazione del lavoratore ad atteggiamenti remissivi, alla pedagogia del “saper essere”, all’accoglienza sottomessa di una prigionia capitalista.
L’Unione Europea continua a esistere assecondando questa sua doppia funzione: costituzionalizzare l’economia di mercato e svolgere una capillare attività pedagogica per l’individuo, educato a sopravvivere tra continue scelte di mercato.
La UE ha contribuito a far sviluppare, con le sue iniziative culturali, con la sua letteratura fantasmagorica sui padri fondatori, con i suoi Erasmus, una mentalità diffusa secondo cui la “giustizia di mercato”, ovvero l’interesse dell’investitore privato, prevale sulla giustizia sociale e sulla tutela dei beni pubblici.
Ma è proprio questa filosofia che sta conducendo irremovibilmente alla guerra contro tutti i paesi, contro tutti i popoli, che rifiutano l’individualismo capitalista, che rigettano nel letame la nostra società della prestazione, che non accettano la psicologizzazione delle questioni sociali.
Ed è su questo canovaccio grammaticale che si apre la vertenza Venezuela. Un paese che non ammette la commercializzazione fascista del proprio petrolio a uso e consumo dei peggiori predatori del capitalismo statunitense.
Lì, in America Latina, l’addentellato tra dittature militari e politiche liberiste lo conoscono sin troppo bene. Motivo per cui le rivoluzioni, le riforme sociali sudamericane, vanno difese con pochi fronzoli e con poca retorica progressista; quella tipica postura stilistica della cosiddetta società civile.
Luogo immaginifico dove si annida, mimetizzata, la classe capitalista così abile nel fingere di possedere principi morali ma che, in realtà, lavora ferocemente a vantaggio, unico ed esclusivo, della sua indefinita riproduzione.
Tratto da: Kultur Jam

