di Umberto Bianchi
Ho appena finito di leggere un testo da me comperato quasi per caso, in una libreria di Roma, mentre ero alla ricerca di altro. “Le pratiche segrete dei massoni turchi” di Rudolf Von Sebottendorf, scritto nel 1924, è un concentrato di nozioni generali su quella che, dell’Islam, è la più famosa e diciamolo pure, misconosciuta dottrina esoterica, ovverosia il Sufismo e, più in particolare, su una una sua, ai più sconosciuta e particolare, branca: quella dei Bektashi. Vediamo di procedere per ordine. Nell’ambito delle religioni monoteiste, contrariamente a quanto accade nel Cristianesimo, le altre sue due grandi “consorelle” rappresentate da Ebraismo ed Islam, sono caratterizzate dalla presenza al proprio interno, di un aspetto “essoterico”, ovverosia ufficiale ed aperto alla comprensione di tutti ed invece un altro prettamente “esoterico”, riservato invece a ristretti gruppi, che ne pervengono alla totale comprensione ed assimilazione, solo dopo aver percorso tutte le tappe di un cammino spirituale, di carattere iniziatico. Se, in ambito ebraico, l’aspetto esoterico di pertinenza è rappresentato dalla dottrina cabalistica, in ambito islamico, invece, tale aspetto è, nella più generale accezione, rappresentato dal Sufismo anche se, ad onor del vero, nell’ambito della religiosità islamica, coesistono più dottrine esoteriche.
La suddivisione dell’Islam in due grandi “famiglie” dottrinali, quella sunnita e quella sciita, ha fatto sì che ambedue di esse, fossero caratterizzate dalla presenza di proprie dottrine iniziatiche. Se il Sufismo è oramai presente in un ambito esclusivamente sunnita (nonostante in origine vi sia stato un Sufismo sciita, sic!), in ambito sciita abbiamo diverse scuole iniziatiche tutte, per lo più, rifacentesi allo sciismo settimano e duodecimano ed alla dottrina imamologica, ovverosia all’attesa dell’ultimo Imam che, ultimo di una lista di Imam del passato, non viene considerato morto, ma semplicemente occultatosi agli occhi del mondo e destinato a manifestarsi alla fine dei tempi, in qualità di Mhdi, per restaurare il puro Islam delle origini. Il tutto, senza voler considerare la presenza, sempre in ambito sciita, delle sette dei Drusi e degli Alawiti, presenti in Libano ed in Siria. Pertanto, dal punto di vista dottrinale ed esoterico, l’Islam si presenta molto più variegato delle altre due consorelle monoteiste, ebraica e cristiana.
In ambito islamico, il Sufismo viene anche designato con il termine “tasawwuf o al tasawwuf/colui che è ricoperto di lana”, riportando così all’idea di impenetrabile segretezza ed ascondimento a cui l’immagine della lana, tessuto protettivo per eccellenza, ci riporta necessariamente. L’origine del Sufismo è controversa ed oggetto di un dibattito che, ad oggi, non si è mai completamente esaurito. Se, da una parte, vi sono studiosi che affermano che alle origini del Sufismo si possa ravvisare una diretta filiazione dal Platonismo e dal Neoplatonismo, vi sono altri studiosi come Titus Burckhardt che, invece, pur riconoscendo la presenza di influenze pre-islamiche in questa dottrina, ne sottolineano invece la specificità islamica, direttamente mutuata dall’esegesi del testo coranico. Taluni ne fanno scaturire l’origine geografica, dall’area turco-iraniana, che per ragioni storiche ha riassunto e inglobato insegnamenti esoterici buddhisti, hindù, classico-egizi e cristiani pur scaturendo da una matrice sciamanica mai totalmente sopita.
Secondo il Corbin alle origini i Sufi erano di matrice sciita, in quanto in entrambe le dottrine si tenderebbe al superamento dell’interpretazione legalitaria e letteralista della sharia secondo i principi del bâtin. Il gruppo di Kufa (fine del II e inizio del III secolo dell’Egira) di cui faceva parte uno sciita di nome ‘Abdak (morto nel 825) sarebbe stato il primo a portare il nome di Sufi. In seguito però questa espressione assumerà una connotazione decisamente negativa, presso le scuole teologiche di alcuni imam. Storicamente i sufi hanno cominciato a raggrupparsi in confraternite, chiamate anche turuq plurale di ṭarīqa o “via”, (designante nel contempo, un vero e proprio termine tecnico che sta a indicare la via esoterica dell’Islam, sic!), abbastanza tardivamente (verso il XII secolo). Queste confraternite si riuniscono intorno a un maestro, per prendere parte agli esercizi spirituali nei vari cenobi a ciò preposti. Alcune delle congregazioni più famose esistenti risalgono ai secoli XII e XIII, ma ne esistono anche sorte in epoca moderna. Il primo grande nome di sufi è quello di al-Hasan- al Basri (642-728)
Altri grandi teorici furono Ibn ʿArabī, del XIII secolo, Gialāl al-Dīn al-Rumī, al-Jīlī, al-Ghazali. Lo stesso grande Sohravardi viene, a torto o a ragione, annoverato tra i teorici del Sufismo, pur avendo egli perseguito una propria peculiarissima “via” filosofica ed iniziatica. In quanto appartenente alla dimensione esoterica dell’Islam, quello del Sufismo rappresenta un percorso spirituale incentrato sulla purificazione del cuore e sull’unione con Dio, attraverso pratiche come la meditazione, il “dhikr /ricordo di Dio” e la guida di un maestro. I Sufi cercano di raggiungere questo obiettivo, attraverso l’estasi, sovente determinata dalla musica o dalla danza (come quella dei dervisci rotanti) e la rinuncia al mondo materiale, con l’obiettivo di annullare l’ego (fana’) e raggiungere un’unione duratura con il Divino (baqa’). Il Sufismo aveva una lunga storia già prima della successiva istituzionalizzazione degli insegnamenti sufi in ordini devozionali (tarîqât) nel primo Medioevo. Una storia, più che altro, improntata su un percorso spirituale ed iniziatico di natura prettamente individuale. Nel corso degli anni e della formazione delle varie “tariqat”, gli ordini sufi hanno influenzato e sono stati adottati da vari movimenti sciiti, come nel caso dell’Ismailismo, che ha portato alla conversione dell’ordine Safaviyya verso l’Islam sciita, dall’ambito sunnita. Tutti gli ordini sufi ricollegano molti dei propri precetti agli insegnamenti di Maometto, così come tramandati da ʿAlī b. Abī Ṭālib, suo cugino e genero; tranne i Naqshbandi, che si ispirano ad Abū Bakr. Tuttavia i musulmani Aleviti e Bektashi (e alcuni sciiti) affermano che ogni ordine sufi deriva dal lignaggio spirituale (silsila) dei dodici imam, le guide spirituali islamiche previste nei vari hadith : tutti discendenti di Maometto tramite Fatima e suo generoʿAlī che, perciò, viene considerato il “padre” del sufismo.
Ora, come possiamo ben vedere, il quadro che ci si presenta innanzi è molto più complesso di quel che, a prima vista potrebbe apparire. La dottrina Sufi è straordinariamente articolata e variegata, caratterizzata com’è da una molteplicità di scuole e di interpretazioni che, spesso, rappresentano delle vere e proprie deviazioni dai dettami della “sharia”, in particolar modo nel più ortodosso ambito sunnita. Tra queste deviazioni, non possiamo non citare la confraterenita Bektashi, la cui origine va fatta risalire all’ambito sciita del XIII secolo in Anatolia, grazie all’opera di Hajji Bektash Veli, originario di Nishpur, nell’Iran nord orientale, ispiratore di una dottrina sincretica, che include elementi di tutte quelle altre tradizioni religiose, alle quali abbiamo già accennato a proposito delle origini del Sufismo. Divenuti parte della branca alevita del Sufismo, i Bektashi si contraddistinguono per lo spirito di tollerante egualitarismo praticato nei riguardi della presenza delle donne, durante le cerimonie nelle varie “tariqat”, accompagnate da canti e danze, spesso pronunciati nelle lingue locali, anziché in arabo e, cosa non irrilevante, da un minor formalismo nell’espletazione delle cerimonie.
Proprio a causa della sua eterodossia e della sua natura settaria, l’ordine dei Bektashi assurgerà a principale riferimento spirituale per i Giannizzeri, la milizia pretoriana dell’Impero Ottomano, successivamente disciolta nel 1826 a causa dell’eccesivo potere, da questa assunto nella compagine imperiale. Non solo. La confraternita Bektashi si andrà, nel tempo, aprendo alle influenze di altri similari gruppi e confraternite, quale, in primis, quella degli Hurufiti, fondata nel 14° secolo dal persiano Fazlallah Astarabadi, conosciuto nei suoi scritti con il nome di Naimi. Hurufismo significa “letterismo”, ovverosia la proprietà divina di manifestarsi in parole, composte da lettere e suoni, ai quali corrispondono dei valori numerici, che possono esser fatti manifestare nel corpo umano attraverso degli speciali esercizi. La padronanza di questi esercizi, conferirebbe all’iniziato la capacità di agire in modo magico sul mondo. E’ altresì riconosciuta la decisa influenza sull’impianto dottrinale dei Bektashi, della confraternita della Qalandaryya, fondata nel 1049 da El Andalus. Anche qui, ci ritroviamo in un contesto caratterizzato da una serie di pratiche iniziatiche, assolutamente eterodosse. Si va dalla pratica del gioco d’azzardo, dall’assunzione di alcool e generalmente di bevande inebrianti, sino allo “shahed bazi/ gioco del testimone”, una pratica implicante la contemplazione del corpo umano. Tutto ciò, al fine di raggiungere in via totalmente non ortodossa, quello stato di estasi, a cui sarebbe successivamente seguita l’espansione della coscienza individuale.
Successivamente, i contesti islamici più legati all’ortodossia dottrinale, a proposito dei Bektashi, parleranno di Bektashi “buoni” e di Bektashi “cattivi”, riferendosi nel primo caso a coloro che manterranno la propria eterodossia circoscritta all’ambito strettamente alevita, mentre, nel secondo caso, il riferimento va proprio a quegli ambiti maggiormente aperti a quelle pratiche ancor meno ortodosse a cui abbiamo poc’anzi accennato. In questo ambito, il Von Sebottendorf, nel suo “Le pratiche segrete dei massoni turchi”, sembra partire dall’idea di una trasmissione dei saperi iniziatici riguardanti l’alchimia e l’ermetismo da parte del mondo islamico, nell’Evo Medio, sia da parte di personaggi come il semi leggendario Geber, Al Hallaj ed Avicenna che, per via più occulta, da parte dei Cavalieri Templari, durante la loro presenza in quel di Gerusalemme, dove avrebbero avuto modo di entrare in contatto con personaggi o fonti di sapienziali occulte. Il concetto che, però, sorregge e fa da traino all’intera intera opera del Von Sebottendorf, è quello del “wahdad-al wujud”, ovvero l’unità essenziale dell’Essere, in grado di contemperare in sé l’esistenza degli opposti. Pertanto l’alchimia, lavorando sulla materia, lavora in verità sullo spirito, contribuendo decisamente al perfezionamento ed alla definitiva trasmutazione dell’ “Io”, in quel Sè, quanto mai vicino ed assimilabile alla sostanza divina.
In questo contesto, il Nostro, partendo dalla considerazione che, gli odierni ordini massonici occidentali, hanno perduto quella potente valenza iniziatica che invece permane all’interno delle realtà esoteriche orientali, ci parla di una “Scienza delle Chiavi”, praticata da una quanto mai misteriosa setta sufica (di obbedienza Bektashi, sic!) : i “Beni el Mim” o “Figli delle Chiavi”. A suo dire, con l’esecuzione degli esercizi da lui insegnati, un praticante di buona volontà avrebbe potuto realizzare con le sole proprie forze, la “Grande Opera”. La Scienza delle Chiavi consisterebbe, quindi, nell’apprendimento di tre segni da eseguire con la mano destra: la “I”, la “A” e la “O” (ovvero la “u”, terza e ultima vocale dell’alfabeto arabo arcaico, che Von Sebottendorff tradusse “O” probabilmente perché più simile a quest’ultima nella forma grafica). In base alla simbologia dei quattro elementi, il segno “I” serve ad attirare le energie del fuoco, la “A” quelle dell’acqua, la “O” quelle dell’aria, mentre la terra è simbolicamente rappresentata dal praticante stesso. La conferma dell’apprendimento dei segni è rivelata da particolari sensazioni fisiche, che segnalano lo scorrimento all’interno del corpo delle “correnti sottili” evocate. Una volta eseguita questa prima fase di “esercizi”, il praticante potrà fissare al proprio interno, queste correnti energetiche, mediante quattro tipi di “prese”, che Von Sebottendorff descrive scrupolosamente quali: “presa del collo”, “presa del petto”, “presa del ventre” ed una quarta presa, detta “mediana”. La riuscita di questa serie di esercizi, viene rivelata da sensazioni visive di colori, che si susseguono nel tempo secondo un ordine che presenta notevoli analogie con le fasi del lavoro alchemico. Il successo finale è segnalato da un colore bianco abbagliante, al quale i mistici orientali accordano un valore eccezionale.
Alla fine di questo percorso, il praticante avrà operato una trasmutazione tale, da poter agire in modo divino o semi divino sulla realtà circostante. Ora, non è nostro compito, recensire o giudicare in qualche modo, quanto dal Von Sebottendorf descritto. Questo, per un duplice ordine di motivi. Il primo è che, dei Beni el Mim, non è stata trovata traccia alcuna, nonostante nel periodo pre bellico, degli anni ‘20 e ‘30, molti esoteristi occidentali, si recarono in Turchia per trovare delle tracce di questa confraternita, senza incontrare quanto cercavano. Questo, perché, il regime laicista di Kemal Ataturk, aveva proibito e messo fuori legge, tutte le locali confraternite ed organizzazioni esoteriche. Tant’è che i Bektashi dovettero emigrare in Albania, nell’Est dell’Europa e negli Usa, salvo ritornare in auge nella seconda metà del Novecento. Il secondo ordine di ragioni, consiste nel ricordare che, trattandosi di un contesto alquanto intricato, quale quello riguardante lo studio di dottrine ed organizzazioni esoteriche, per di più aggravato ed appesantito dalla realtà di un contesto molto frammentato, tra gruppi e sottogruppi, non sempre categorizzabili e riconoscibili, va da sé che ogni tipo di valutazione, prenda il tempo che trova. Ad oggi abbiamo una scarsa e quasi nulla conoscenza, delle fonti da cui il Von Sebottendorf ha attinto, nel descriverci quanto sopra.
D’altronde, va ripetuto che la stessa conoscenza del Sufismo “si et si”, quale corpus dottrinale, senza entrare nelle vicende delle varie realtà iniziatiche presenti al suo interno è, a tutt’oggi, materia oggetto di numerose controversie. Resta il fatto che il Sufismo, in tutte le sue varietà e sfaccettature, può tranquillamente essere paragonato a tutte quelle Vie di Realizzazione del Sè, che possono andare dai Misteri Eleusini al Pitagorismo, dal Mithraismo all’Ermetismo ed all’Alchimia, passando per il Tao cinese ed il Tantra Yoga Hindu, in grado di conferire una nuova pienezza e consapevolezza al Sè dell’iniziato, espandendone la coscienza sino a farla coincidere con la sfera del sovrasensibile e dell’ “oltre umano”. Il che costituisce una aperta sfida all’odierno spirito dell’individuo occidentale, ottenebrato da decenni e decenni di bieco e superficiale materialismo economicistico.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:
- Burckhardt-Introduzione alle dottrine esoteriche dell’Islam-Mediterranee
- H. Nasr, Sufismo, Milano, Rusconi, 1994
- Mandel, Storia del sufismo, Milano, Bompiani, 2001
H.Corbin Storia della filosofia islamica. Dalle origini ai giorni nostri, 1991, Adelphi
- Corbin L’immaginazione creatrice, Le origini del Sufismo, 1986, Laterza
- Corbin, L’uomo di luce nel sufismo iraniano, Roma, Ed. Mediterranee, 1988
- Shah, I sufi. La tradizione spirituale del sufismo, Roma, Ed. Mediterranee, 1990
- Von Sebottendorf-Le pratiche segrete dei massoni sufi-, Roma, Ed.Mediterranee
Tratto da: Pagine Filosofali

