di Christian Lenzini
Il Perennialismo, con la sua elegante e radicale tesi di una Philosophia Perennis, sfida ogni rivendicazione di unicità.
La figura di Cristo, in questa prospettiva, non appare come un evento storico isolato, ma come la manifestazione più pura e compiuta di un archetipo universale proprio della Tradizione e molto più antico di 2025 anni («il Natale ha 5.000 anni» diceva Saba Sardi per meritarsi la scomunica).
I suoi tratti — la nascita miracolosa da una vergine sotto il Capricorno, la morte sacrificale, la resurrezione – risonano, come echi di una verità più antica, nei miti di Horus, Mitra, Gilgamesh, Osiride, Baal, Marduk e Dioniso divorato dai Totani per redimere l’umanità (l’eucarestia).
Il Cristianesimo, in tutta la sua articolazione confessionale – dalla solennità cattolica alla severità calvinista, al pragmatismo luterano alla sovranità anglicana – diviene così il veicolo occidentale privilegiato di questa Tradizione Primordiale dunque il cristianesimo sembra proprio esser perennialista.
Le sue divisioni sono accidenti della storia; la sua essenza, un capitolo sublime nella perenne rivelazione del Divino che è ben più antica della Santa Notte di Betlemme a quanto pare.

