di Antonella Sinopoli
27 Ottobre 2025
Uno dei pilastri è la diffusione della lingua e della cultura cinesi affidati all’Istituto Confucio che opera in 49 paesi africani
Si moltiplicano scuole di mandarino, biblioteche, teatri, musei, mostre, industria cinematografica e altre imprese mediatiche. E c’è chi teme una colonizzazione culturale a scapito delle tradizioni locali
Il soft power si riferisce alla capacità di un paese di influenzarne altri, e i suoi cittadini, non attraverso la coercizione ma attraverso l’attrazione, utilizzando la cultura, i valori e la diplomazia.
Il termine – coniato dal politologo statunitense Joseph Nye – descrive dunque il modo in cui le nazioni proiettano il loro potere rendendosi appetibili, piuttosto che forzare questo potere attraverso pressioni militari o economiche.
Da tempo questo sistema “di attrazione” è messo in pratica dalla Cina in Africa. Che il panorama globale stia attraversando una profonda trasformazione è ormai assodato. Una trasformazione che ha le sue conseguenze nel cosiddetto equilibrio di influenza.
Per capirlo basta leggere il sesto Global Soft Power Index rilasciato a febbraio di quest’anno e pubblicato da Brand Finance. L’analisi conferma quello che era già visibile nei fatti: la Cina è diventata la seconda nazione al mondo per soft power, preceduta solo dagli Stati Uniti.
Il rapporto mostra che la Cina ha superato il Regno Unito e che ha raggiunto un punteggio di 72.8 su 100 sui vari parametri considerati. Gli Stati Uniti, che hanno mantenuto il primo posto, vedono però scendere la loro reputazione globale di quattro posizioni rispetto all’ultima valutazione.
È interessante notare che la Cina ha probabilmente capito come affrontare quelle che sono le “debolezze percettive”, in particolare i pregiudizi e/o i comportamenti reali dei suoi cittadini all’interno dei paesi africani e delle comunità locali. Nella categoria “Persone e valori del paese”, infatti, ha guadagnato 18 posizioni.
Le voci, in particolare, sono “generoso”, “amichevole”, “buoni rapporti con gli altri paesi”, “facile comunicazione” e “divertente”. Insomma, i dati riconoscono gli sforzi costanti del Dragone, iniziati molti anni fa, per migliorare la sua attrattività, stanno dando i loro frutti.
La diffusione della lingua e di conseguenza la cultura del paese è uno dei pilastri delle attività che rientrano nella categoria del soft power. Dal 2004, anno della fondazione dell’Istituto Confucio – lo scorso anno si sono infatti celebrati i 20 anni dalla fondazione – Pechino ha investito molto nell’espansione e nell’esportazione della sua cultura a livello mondiale.
Ad oggi l’istituto ha sedi in 49 paesi africani. Oltre ai corsi di lingua, si tengono convegni, eventi culturali, workshop di varia natura.
L’interesse per la Cina e un certo tipo di collaborazione tra le istituzioni si evidenzia anche con l’aumento del numero di studenti africani che si recano in Cina: come ricorda il New York Times, il numero di studenti africani iscritti alle università cinesi è passato da meno di 2mila nel 2003 a oltre 81.500 nel 2018.
Quindi, nonostante le preoccupazioni relative al razzismo e alla xenofobia – per esempio durante il periodo del Covid19 – e le sfide legate alle differenze culturali, la Cina è oggi una delle destinazione di studio per molti studenti africani, anche grazie alle borse di studio messe a disposizione.
Il problema è poi trovare lavoro in Cina. Ecco perché gli studenti a fine corsi rientrano nei loro paesi, una decisione che gioca a favore delle aziende e imprese cinesi in Africa, alla ricerca di partner commerciali o di personale qualificato e che parli bene la lingua.
Ma gli Istituti di cultura, così come la diffusione del mandarino, nascondono l’altro lato della medaglia e non sono proprio “neutrali” secondo molti osservatori. Parlando al Deutsche Welle, Simbarashe Gukurume, scienziato sociale e docente presso l’Università Sol Plaatje di Kimberley, in Sudafrica, ha affermato che molti ex studenti finiscono per diventare insegnanti di mandarino.
Il professore analizza alcune criticità. “Quasi l’intero corpo docente e il personale dell’Istituto Confucio dell’Università dello Zimbabwe è composto da accademici locali che insegnano mandarino e hanno ricevuto un sostegno finanziario per i loro studi in Cina”, ha affermato.
Il soft power così gestito rischia di essere sbilanciato a favore del governo e degli interessi cinesi e talvolta prevedono “un accesso illimitato alle risorse africane”. Lo studioso afferma senza mezzi termini che “le attività culturali della Cina e l’estrazione di litio e cobalto in Africa sono in definitiva due facce della stessa medaglia”.
In effetti, l’Istituto Confucio ha dovuto affrontare ripetute critiche per non aver nemmeno cercato di nascondere le sue aspirazioni di aiutare il governo cinese a rafforzare la sua influenza economica e politica in tutta l’Africa.
Rispetto alle istituzioni di altri paesi per la promozione della lingua e della cultura, l’Istituto Confucio cinese si distingue per il fatto che le sue sedi distaccate hanno spesso sede presso università e altri istituti di istruzione superiore. Ciò ha sollevato qualche preoccupazione riguardo all’influenza diretta del partito comunista cinese sulle élite educative.
Le stesse preoccupazioni che hanno portato alla chiusura – con l’accusa di spionaggio, censura e propaganda – di diversi Istituti Confucio in Europa: Belgio, Svezia, Danimarca, Finlandia, Francia … e negli Stati Uniti. Cresce invece, come dicevamo, il numero in Africa.
In Sudafrica ce ne sono addirittura dieci. Senza contare le scuole private e persino alcune pubbliche che offrono il mandarino come lingua straniera. Persino il Lesotho, con una popolazione inferiore a 2,4 milioni di persone, ospita due Istituti Confucio.
La Cina sta inoltre investendo in teatri, musei, mostre, industria cinematografica e altre imprese mediatiche in Africa, nonché in biblioteche. Ovvio che questo generi qualche preoccupazione sul fatto che il soft power abbia la caratteristica di colonizzazione culturale e possa mettere in pericolo ed estromettere le tradizioni locali.
È quanto afferma, tra le altre cose, uno studio della ricercatrice Avril Joffe dal titolo “La presenza culturale istituzionalizzata della Cina in Africa”. Alla diffusione della lingua e di strategie di soft power culturale che potrebbero agire ideologicamente sugli africani, va aggiunto il potere dei social media che sempre di più diffondono contenuti che esaltano la cultura cinese e i suoi prodotti, pensiamo al cinema, ai cartoni animati, ai giochi digitali, alla musica.
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Tratto da: NIGRIZIA.IT

