di Giuseppe Aiello
Di origine svizzero-tedesca, Burckhardt nacque a Firenze nel 1908 e morì a Losanna nel 1984. Fu uno dei “quattro grandi” della Filosofia Perenne, successore di Frithjof Schuon e René Guénon, e contemporaneo di Ananda Coomaraswamy.
La grande studiosa Annemarie Schimmel, professoressa ad Harvard, lo descrisse con queste parole:
«Burckhardt vede l’Islam e il Cristianesimo con gli occhi di uno studioso che unisce un profondo intuito spirituale a un amore per la Verità Perenne; i suoi scritti rivelano che questa Verità è attuale oggi come lo era millenni fa, e che durerà finché gli esseri umani continueranno a desiderare di contemplare la luce divina», scrisse.
Secondo le parole di William Stoddart, Burckhardt fu uno dei più straordinari espositori della verità universale nell’epoca della scienza e della tecnologia moderne.
“Tradizionale” non si riferisce semplicemente a usanze e convenzioni ripetute meccanicamente, ma piuttosto a una sapienza teorica e pratica che riflette, nei vari campi dell’attività umana e attraverso i secoli, il messaggio sintetico e originario di una Rivelazione.
Nel linguaggio della Filosofia Perenne di Titus Burckhardt, “Tradizione” significa la continuità e la proiezione, in tutti gli aspetti della vita, di ciò che fu originariamente rivelato all’uomo fin dagli inizi di una data religione.
La Tradizione significa quindi l’applicazione di principi e valori benefici alle diverse manifestazioni della vita umana, includendo non solo le credenze e i riti, ma anche il sistema morale, sociale e culturale. La tradizione, dunque, è la dottrina di un’intera società fondata su valori benefici e intellettuali.
Come affermò il poeta e saggista anglo-americano T. S. Eliot, una civiltà tradizionale è quella permeata da una visione spirituale — che sia cristiana, buddhista, islamica o induista.

