𝗜𝗟 𝗗𝗘𝗟𝗜𝗥𝗜𝗢 𝗦𝗨𝗟 𝗦𝗜𝗡𝗗𝗔𝗖𝗢 𝗗𝗜 𝗡𝗘𝗪 𝗬𝗢𝗥𝗞

di Franco Marino

9 Novembre 2025

Quando la Lega ha deciso di spendere il nome di Vannacci in Toscana, probabilmente pensava di aver trovato la formula magica per conquistare una regione storicamente di sinistra. Invece ha ottenuto l’effetto opposto: ha bruciato una carta che sulla carta sembrava vincente, dimostrando di non aver capito nulla di come funziona davvero il voto. Vannacci, e questo si sa, altro non è che un prodotto mediatico, ma la colpa è anche dei social che creano dal niente pletore di personalità abili ad individuare il tema caldo del momento e dire esattamente la cosa che può portare loro successo – “sono il loro capo quindi li seguo”, come diceva Montanelli – senza che nessuno si possa sincerare che poi, al posto dei politici che critica, sarebbe in grado di cavare un ragno dal buco.

In tornate elettorali dove non ci sono le preferenze, dove i parlamentari vengono nominati e, dunque, non avendo alcuna rappresentanza territoriale, si limitano a premere i pulsanti imposti dai capigruppo, questo può anche andare bene. In elezioni con le preferenze, contano solo le competenze che il candidato sviluppa se amministra bene o se fai qualche clientela. È come pretendere che gli inquilini di un condominio eleggano un amministratore solo perché è trumpiano e di destra come loro: potranno anche apprezzare le sue posizioni politiche, ma se quello ti riempie di debiti e ti rovina il palazzo, del fatto che su temi irrilevanti per la gestione condominiale la pensi come te, lo odierai.

Naturalmente, gestire una città non è come gestire un condominio – sarebbe una banalizzazione – e ancor più questo è vero se si tratta di una metropoli di importanza mondiale. Ma alla fine si va sempre alla ciccia dei problemi: soldi, dare e avere, tutta roba che col fatto che Mamdani faccia il ramadan o preghi rivolto verso La Mecca, oppure sia gay o etero, non c’entrano una cippa. E qui arriviamo al punto centrale di questa storia che ha visto New York eleggere un sindaco musulmano: il modo in cui certi commentatori europei leggono queste elezioni dimostra quanto siano lontani dalla realtà di una democrazia che funziona davvero.

Partiamo da un punto fermo: in una democrazia, ognuno vota chi vuole, nei limiti della legge. Il fatto che Mamdani sia musulmano, a meno che non si voglia vietare l’Islam, è completamente irrilevante. Tanto per cominciare, l’America non è l’Italia, è un paese multietnico e multiculturale dove il fatto che un americano possa votare chi gli pare è una di quelle ragioni per cui – con tutti i difetti di questo paese, da me non soltanto mai negati ma anzi combattuti – sarebbe molto più preferibile essere americani che europei.

L’americano medio è pragmatico e astuto nella gestione dei propri interessi. Se ha votato Mamdani come sindaco è perché evidentemente gli ha dato più garanzie di Cuomo, che era il rivale. Non si è fermato alla religione, al colore della pelle o alle origini familiari. Ha guardato il programma, ha valutato la credibilità, ha fatto i suoi conti. Se Mamdani amministrerà bene, verrà rieletto. Se amministrerà male, andrà a casa. È la democrazia, bellezza, quella vera, non quella dei talk show dove si urla per tre ore su argomenti che alla fine dei conti non interessano a nessuno.

In secondo luogo – e qui parlo per esperienza diretta – frequentare certe persone legate al tradizionalismo cattolico, oltre a riaffermare il mio laicismo, mi ha fatto capire quanto il problema di una religione non sia tanto nei testi sacri quanto nella mente di chi la segue e nelle resistenze che incontra da parte delle autorità.

Se un cattolico ha una mentalità propensa alla lapidazione e, nel contempo, detiene un potere, diventa pericoloso quanto un terrorista islamico.

Ogni religione, anche teoricamente pacifica come quella cattolica o quella buddista (sì, esiste anche un terrorismo buddista) sfocia nel fondamentalismo se i suoi dogmi non vengono fermati dal muro della laicità. In sostanza, se Mamdani dovesse mai lanciare una fatwa contro qualcuno, arriverebbe la polizia americana – che non è quella castrata italiana – a destituirlo e rinchiuderlo al gabbio. L’America, soprattutto a New York che ha passato quel che ha passato con l’11 Settembre, ha solidissimi anticorpi contro la possibilità che questo sindaco possa sbracare e trasformare la città in una sorta di avamposto dell’ISIS. Anticorpi che noi europei, con la nostra tendenza a drammatizzare tutto e a vedere complotti ovunque, spesso sottovalutiamo.

Il problema con Mamdani, quindi, è soltanto uno: come governerà. Per come la vedo io, le sue idee potrebbero rivelarsi il toccasana ideale per chi non ne può più delle scemenze woke. Perché quando tu prometti di alzare le tasse ai proprietari di casa e ti presenti con un’aria vagamente marxista, il risultato ideale è che dopo qualche anno di amministrazione la gente si butterà ancor più a destra. È un meccanismo che ho visto funzionare decine di volte: per liberarsi definitivamente di un politico, non occorre combatterlo. Basta vederlo all’opera per screditarlo per sempre.

La vera lezione di questa elezione non sta nelle identità religiose o etniche del vincitore, ma nel fatto che gli elettori americani hanno ancora la capacità di separare le questioni amministrative da quelle identitarie. Una capacità che in Europa sembra sempre più rara, dove ogni voto viene letto attraverso le lenti ideologiche del momento invece che attraverso la semplice domanda: questo candidato sa gestire una città o no?

𝗜𝗟 𝗗𝗘𝗟𝗜𝗥𝗜𝗢 𝗦𝗨𝗟 𝗦𝗜𝗡𝗗𝗔𝗖𝗢 𝗗𝗜 𝗡𝗘𝗪 𝗬𝗢𝗥𝗞
𝗜𝗟 𝗗𝗘𝗟𝗜𝗥𝗜𝗢 𝗦𝗨𝗟 𝗦𝗜𝗡𝗗𝗔𝗖𝗢 𝗗𝗜 𝗡𝗘𝗪 𝗬𝗢𝗥𝗞

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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