a cura di Carmine Tabarro
“Ormai solo un Dio ci può salvare”
L’uomo nella trappola della tecnica e la via dell’altro pensiero.
Già nel 1966 Martin Heidegger, in una lunga e densa intervista concessa al settimanale tedesco Der Spiegel, resa pubblica solo dopo la sua morte, come lui stesso volle, pronunciò una delle frasi più enigmatiche e potenti del Novecento:
«Ormai solo un Dio ci può salvare.»
In quella frase, che non è una dichiarazione teologica ma un giudizio sull’intera civiltà moderna, Heidegger condensava l’esito della sua ricerca iniziata quarant’anni prima con Sein und Zeit (Essere e tempo, 1927): la convinzione che l’uomo, perdendo il senso dell’essere, si sia smarrito in un mondo costruito da sé stesso, ma che ormai non controlla più.
-La trappola della tecnica
Heidegger sosteneva che la tecnica non è soltanto un insieme di strumenti al servizio dell’uomo, ma una forma di pensiero, un modo di guardare il mondo. È la mentalità dell’efficienza, del calcolo, del dominio, che pretende di ridurre tutto, anche la vita e la natura, a qualcosa di manipolabile.
Scriveva:
«La tecnica, nella sua essenza, è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare, ma da cui piuttosto è dominato. La tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla Terra […]. Tutto ciò che resta sono problemi di pura tecnica.»
In poche parole, ciò che doveva renderci liberi ci ha resi dipendenti.
L’uomo moderno, emancipatosi da Dio e dalla natura per affermare la propria autonomia, si ritrova ora schiavo di un apparato tecnico che decide per lui ritmi, bisogni e perfino desideri. La libertà si è trasformata in automatismo.
E Heidegger aggiungeva una frase che oggi appare quasi una profezia:
«Non è più la Terra quella su cui oggi l’uomo vive.»
L’uomo, diceva, non abita più il mondo ma una sua proiezione artificiale. Si è separato dal suolo, dal limite, dal reale.
-Una profezia divenuta realtà
Quelle parole, pronunciate nel 1966, oggi non sono più un giudizio filosofico ma, come scrive il testo, «la lampante constatazione di un dato di fatto».
Viviamo in un tempo in cui le nostre menti sono intrappolate nella rete, in connessioni continue che sostituiscono la presenza e prosciugano il silenzio. La Terra stessa è devastata, antropizzata, ridotta a risorsa.
Heidegger aveva previsto che l’umanità, staccandosi dalla propria dimora naturale, avrebbe perso la capacità di “abitare poeticamente” il mondo. Invece di fiorire nel mistero, lo ha colonizzato. Invece di accogliere, ha preteso di possedere.
Eppure, in questa diagnosi severa, c’è una speranza che non è semplice nostalgia, ma invito a un rovesciamento spirituale.
-Il limite della filosofia
I giornalisti di Der Spiegel gli chiesero: “Cosa può fare la filosofia di fronte a tutto questo? E cosa può fare il singolo individuo?”.
Heidegger, dopo una lunga pausa, rispose con una calma che aveva il peso dell’evidenza:
«Se posso rispondere brevemente e forse un po’ grossolanamente, ma comunque in base a una lunga meditazione del problema: la filosofia non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E questo non vale soltanto per la filosofia, ma anche per tutto ciò che è mera intrapresa umana. Ormai solo un Dio ci può salvare.»
Non era un gesto di resa, ma una constatazione: la ragione da sola non basta più.
La tecnica è diventata una potenza impersonale e autonoma, e l’uomo non può dominarla con gli stessi strumenti che l’hanno creata.
-Preparare la disponibilità al Divino
Alla domanda su quale fosse, allora, la via possibile, Heidegger rispose con una delle pagine più poetiche e intense del suo pensiero:
«Ci resta, come unica possibilità, quella di preparare nel pensare e nel poetare una disponibilità all’apparizione del Dio o all’assenza del Dio nel tramonto.»
Non si tratta, spiegava, di attendere miracoli. L’apparizione di Dio può anche non avvenire, ma l’attesa stessa è salvifica.
Rendere la mente disponibile significa liberarla dall’onnipotenza, dal bisogno di spiegare, calcolare, controllare. Significa accettare che ci sono dimensioni dell’essere che non possono essere manipolate.
Heidegger lo chiama “das andere Denken”, l’altro pensiero: un pensare che non pretende di dominare, ma di ascoltare; che non costruisce, ma accoglie. È un pensiero poetico, capace di stupore, di silenzio e di gratitudine.
«Tale apparizione può anche non avvenire, ma non è decisivo: se attesa, libera l’Io dal suo delirio di onnipotenza e ne dilata e ne ripulisce lo sguardo.»
In questa frase si racchiude il cuore della sua filosofia tarda: l’attesa come atto di purificazione.
-Superare l’Io per ritrovare il Divino
La modernità aveva dovuto “superare Dio per affermare l’Io”.
Oggi il nostro compito è esattamente l’opposto: superare l’Io per ritrovare Dio.
Non un Dio dogmatico o tappabuchi, ma ciò che Heidegger chiama il Divino: l’Indisponibile, l’Inconoscibile, l’Assoluto, il Mistero, il Silenzio.
In un’epoca in cui tutto è misurato e consumato, il Mistero è l’unico spazio di libertà che resta.
Superare l’Io significa abbandonare l’illusione di essere il centro del mondo, accettare di non poter dire tutto, né possedere tutto. È un atto di umiltà che non nega la ragione, ma la purifica dal delirio di onnipotenza.
Solo così si può uscire almeno con la mente e con il cuore dalla trappola.
-Comprendere le nostre trappole
Lo scopo di questo Mattutino è capire cosa significa e come fare. Il primo passo consiste nel comprendere le reali dimensioni delle nostre trappole, sia sociali sia individuali.
Le nostre trappole non sono più catene visibili, ma meccanismi invisibili di connessione, produzione, ego e velocità.
Comprenderle non è un atto intellettuale, ma una forma di consapevolezza che riconduce l’uomo alla sua origine.
Heidegger non propone una fuga dal mondo, ma un ritorno alla terra dell’essere, quella che la tecnica ha sepolto sotto i circuiti e gli schermi.
Solo chi sa sostare nel silenzio può di nuovo “abitare poeticamente la Terra”.
E forse, proprio in quel silenzio, può ancora accadere ciò che Heidegger chiama “l’apparizione del Dio nel tramonto”: non la rivelazione di un’entità, ma la riscoperta di una presenza che da sempre ci sfiora, e che l’uomo, finalmente, può tornare a riconoscere.

