di Matteo Visone
Dopo quasi una quindicina d’anni, ho ripreso in mano la lettura di Eckhart (il frate domenicano del XIII/XIV secolo, non l’autore di libri new age). Il suo pensiero è oggi un balsamo per l’anima, come lo fu quindici anni fa quando lo lessi per la prima volta.
Il suo pensiero si concentra principalmente sull’idea della nobiltà dell’animo: un’anima è tanto più nobile, quanto più abbia coltivato il distacco.
Eckhart insegna a distaccarci non tanto dalle cose in sé, quanto dal nostro errato atteggiamento verso di esse. Un uomo che ha abbandonato tutte le cose ma non l’atteggiamento errato verso di esse, è come se non avesse abbandonato nulla… Mentre un uomo che ha abbandonato questa disposizione, ha abbandonato tutte le cose pur interagendo con esse.
L’atteggiamento errato è quello che i buddhisti chiamano “bramosia”, ossia quella disposizione d’animo che pretende che le cose si adattino ai propri desideri. Per Eckhart l’uomo nobile è colui che si distacca dalla bramosia (compresa la bramosia di distaccarsi dalla bramosia) e arriva non bramare più nulla.
Nel fondo di questa anima nobile, non può che nascere il Figlio di Dio e l’uomo si rende tutt’uno con Dio. Egli infatti è obbligato dall’uomo nobile a dimorare in lui, perché Dio è in ogni cosa e allo stesso tempo in nessuna di esse. Abbandonando la propria volontà, l’uomo si fa tutt’uno con ogni cosa e con Dio. Poiché in Dio non vi è alcuna inquietudine, l’uomo realizza la piena Pace e la piena Bontà delle sue opere: un’opera infatti non è buona in quanto tale, ma soltanto nel momento che è compiuta con la giusta disposizione d’animo.
Le sue parole, più che quelle di un prete cristiano, sembrano quasi quelle di un monaco buddhista… Eppure Eckhart è pienamente inserito nella tradizione cristiana (soprattutto quella della teologia negativa dello pseudo-Dionigi l’Aeropagita). Nonostante la condanna di alcune sue tesi, Eckhart è stato pienamente riabilitato dalla chiesa (a differenza di alcuni mistici altrettanto brillanti, come Margherita Porete).

