Le donne che fecero Roma: viaggio narrativo nel cuore segreto della civiltà romana

di Chiara Cavalieri *

La storia di Roma viene spesso raccontata attraverso gli uomini: condottieri, consoli, legislatori, imperatori. Ma la Roma reale — quella che nasce, cresce, si difende e si rinnova attraverso i secoli — ha un’altra metà, altrettanto potente e spesso dimenticata: le donne.

Sono donne che non impugnano le gladius, ma determinano battaglie; che non siedono nei senati, ma influenzano decisioni decisive; che non comandano eserciti, ma a volte li salvano; che non hanno titoli, ma fondano dinastie morali.

La Roma che conosciamo — quella che costruisce un impero e plasma il Mediterraneo — non sarebbe esistita senza Rea Silvia, Ersilia, le Sabine, Lucrezia, Cornelia, Veturia, Volumnia, Agrippina Maggiore e le donne anonime che, dopo Canne, donarono perfino i propri capelli per ricostruire la flotta.

I. Rea Silvia – La madre che sfidò il fato

Marte e Rea Silvia- Rubens

Prima che esistesse Roma, esisteva la paura del potere.
E prima che esistesse un re, un senato o una legione, esisteva una donna che portava in grembo il futuro.

Rea Silvia, figlia di Numitore, viene costretta alla castità come vestale dal tiranno Amulio, deciso a cancellare la linea ereditaria del fratello.
Eppure, il destino infrange il progetto del tiranno: la ragazza rimane incinta.

Gli antichi spiegano il fatto in modi diversi:

  • per Tito Livio, il dio Marte la raggiunge;
  • per tradizioni più pragmatiche, la ragazza subisce una violenza.

In entrambi i casi, Rea Silvia comprende il pericolo: una vestale incinta è una condannata.

Partorisce due gemelli: Romolo e Remo.
Amulio ordina di eliminarli.
Ma la cesta non affonda. Il fiume — dice Livio — “obbedisce agli dei”.

Rea Silvia sparisce dalle fonti, travolta dal potere politico e dalle colpe che non ha.
Eppure il suo gesto — generare la vita contro la volontà del tiranno — farà nascere una città che dominerà il mondo.

Roma nasce dalla maternità perseguitata, dalla resistenza silenziosa, dal coraggio femminile di generare l’impossibile.

II. Le Sabine – Il giorno in cui le donne fermarono la guerra

Pochi decenni dopo la fondazione, Roma rischiò la distruzione.
La causa era il ratto delle Sabine, un espediente con cui Romolo aveva cercato di assicurarsi moglie e discendenti per i suoi uomini.

Guercino- Ersilia separa Romolo e Tazio

I Sabini attaccarono Roma guidati da Tito Tazio.
Secondo la narrazione di Tito Livio, lo scontro decisivo avvenne nella valle del Foro Romano: i Romani scesero dal Palatino, i Sabini dal Campidoglio.
Le armi stridevano, il terreno era scuro di sangue. La battaglia oscillava, ora Roma, ora i Sabini.

E fu in quel momento, nel pieno del caos, che accadde l’impensabile.

Le donne Sabine, molte delle quali incinte o con figli nati dai loro matrimoni romani, guidate da Ersilia, moglie di Romolo, si lanciarono tra i due eserciti.
Sfidarono il ferro e le frecce.
Invocarono la fine della violenza.
Gridarono che preferivano morire, piuttosto che vedere padri, mariti e figli sterminarsi.

Il prodigio avvenne:
lo scontro cessò.
Romolo e Tito Tazio si strinsero la mano.
I due popoli si fusero in uno solo.
I Sabini si stabilirono sul Quirinale.
E Romolo intitolò alle donne le Trenta Curie del popolo romano.

La prima grande pace della storia di Roma fu opera di donne che non avevano eserciti né titoli — solo il coraggio di interporre i propri corpi tra due eserciti.

III. Lucrezia – L’onore che fondò la Repubblica

Secoli dopo, un’altra donna avrebbe nuovamente cambiato il destino politico di Roma: Lucrezia.

Violata da Sesto Tarquinio, figlio del re, Lucrezia chiamò a raccolta il marito Collatino e il parente Bruto.
Non cercò vendetta, ma giustizia.
E, dopo aver raccontato l’accaduto, si tolse la vita per salvaguardare l’onore della sua famiglia.

La sua morte fu il detonatore dell’insurrezione che cacciò i Tarquini e diede vita alla Repubblica romana.
Lucrezia è la figura attraverso cui Roma scopre la forza della morale contro la tirannia.

IV. Cornelia – La Madre dei Gracchi e la Signora della Virtù

Nella storia romana, poche figure possiedono la grandezza morale di Cornelia, figlia di Scipione l’Africano e madre dei tribuni Tiberio e Gaio Gracco.

È il modello supremo della matrona romana.
Colta, austera, elegante, governava le proprietà familiari con competenza, discuteva con filosofi e intellettuali, e soprattutto educava i figli a diventare cittadini esemplari.

Celebre l’episodio narrato da Aulo Gellio:
una nobildonna mostrò a Cornelia i suoi gioielli.
Cornelia indicò i suoi due figli e disse:

«Questi sono le mie gemme.»

Non fu retorica. Fu pedagogia politica.
Cornelia forgia le virtù che faranno grande la Repubblica.

Anche quando i suoi figli morirono — linciati per le loro riforme agrarie — Cornelia mantenne una dignità esemplare, diventando l’icona morale della Roma repubblicana.

La sua statua recava un’iscrizione semplice e sublime:
“Cornelia, madre dei Gracchi.”

V. Veturia e Volumnia – Le donne che salvarono Roma da Coriolano

Nel V secolo a.C., Roma fu minacciata dal suo stesso figlio: Coriolano, passato ai Volsci dopo uno scontro politico interno.
Né ambasciate né senatori riuscivano a farlo tornare sui suoi passi.

A fermarlo furono due donne:
Veturia, sua madre, e Volumnia, sua moglie.

Lo affrontarono nel campo nemico, gli ricordarono i suoi doveri, e lo convinsero ad abbandonare l’assedio.
Coriolano obbedì, sapendo che i Volsci lo avrebbero ucciso.

Roma fu salvata dal coraggio di una madre e dall’autorità domestica di una moglie.

VI. Le donne dopo Canne – Le trecce che salvarono la flotta

Dopo la devastazione di Canne (216 a.C.), quando Annibale annientò gran parte dell’esercito romano, le donne della città compirono un gesto silenzioso e potentissimo:
si rasarono i capelli e donarono le proprie trecce per fabbricare corde per le navi.

Livio racconta questo episodio come il simbolo della resilienza collettiva: la patria, letteralmente, riprese il mare grazie al sacrificio delle sue donne.

VII. Agrippina Maggiore – La “femmina d’acciaio” del Reno

In epoca imperiale, emerge una figura imponente: Agrippina Maggiore, moglie di Germanico, madre di Caligola e nonna di Nerone.

Agrippina non era una donna da palazzo.
Seguiva il marito nelle campagne militari, partecipava alle decisioni logistiche e divenne protagonista di un episodio epico.

Nel 14 d.C., mentre Germanico era in territorio germanico per recuperare le aquile perdute da Varo, Agrippina rimase a guardia del ponte sul Reno.
Quando i legionari, presi dal panico, decisero di demolirlo per sfuggire a un supposto attacco, Agrippina — nella neve, con il piccolo Caligola in braccio — li affrontò, ripristinò la disciplina e salvò la ritirata dell’esercito romano.

Tacito la ricordò come una donna “di tempra virile e cuore romano”. 

Roma, città delle donne

Le donne romane non furono semplici comparse.
Furono fondatrici, mediatrici, vittime sacrificali, educatrici della virtù, difensori morali, custodi della patria.

Senza di loro, Roma non avrebbe mai avuto:

  • la sua nascita (Rea Silvia),
  • la sua sopravvivenza (Sabine),
  • la sua libertà (Lucrezia),
  • la sua morale repubblicana (Cornelia),
  • la sua salvezza militare (Veturia e Volumnia),
  • la sua resilienza (donne di Canne),
  • la sua disciplina imperiale (Agrippina Maggiore).

Roma, prima di essere un impero di uomini, fu un miracolo di donne.

Fonti antiche

  • Tito LivioAb Urbe Condita, I, II, XXIV
  • Dionigi di AlicarnassoAntichità romane, II, IV, VIII
  • PlutarcoVita di RomoloTiberio GraccoGaio Gracco
  • TacitoAnnales, I–II
  • Aulo GellioNoctes Atticae, XII, 1
  • Valerio MassimoFactorum et dictorum memorabilium

Fonti moderne

  • Mary Beard, SPQR
  • T. J. Cornell, The Beginnings of Rome
  • Pierre Grimal, La Civiltà Romana
  • Anthony Barrett, Agrippina
  • Andrea Giardina, L’uomo romano

*L’autrice è presidente della associazione Italo-Egiziana Eridanus e vicepresidente del Centro Studi UCOI-UCOIM. 

Tratto da: La Voce del Parlamento

Le donne che fecero Roma: viaggio narrativo nel cuore segreto della civiltà romana
Le donne che fecero Roma: viaggio narrativo nel cuore segreto della civiltà romana

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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