di Giuseppe Aiello
“Che cosa ha mai trovato colui che ha perduto Dio?
E che cosa ha mai perduto colui che ha trovato Dio?”
— Ibn ʿAtā’ Allāh (m. 1309, Il Cairo)
Il detto di Ibn ʿAtā’ Allāh è costruito come un koan sufico, una domanda che non vuole una risposta concettuale, ma un rovesciamento interiore.
—“Che cosa ha mai trovato colui che ha perduto Dio?”—
Nella prospettiva esoterica, perdere Dio significa perdere il Centro: la fonte, il principio, il punto immobile attorno al quale ruota il mondo interiore.
Chi lo perde può trovare mille cose—oggetti, ricchezza, desideri, identità, ambizioni, opinioni—ma tutte sono frammentarie.
È il paradosso: si può trovare l’intero mondo, ma rimanere vuoti dentro.
È la condizione dell’ego che si arricchisce esteriormente mentre si impoverisce interiormente.
—E “che cosa ha mai perduto colui che ha trovato Dio?—
Trovare Dio, in senso esoterico, non significa scoprire un’entità, ma sciogliere l’illusione di un io separato.
Chi trova Dio perde solo ciò che era destinato a dissolversi: paure, attaccamenti, identità provvisorie, il senso di isolamento.
È una perdita che è in realtà una liberazione.
In questo paradosso, chi trova Dio non possiede più nulla… eppure non manca di niente.
Il detto invita a contemplare una verità sottile:
- ciò che crediamo “nostro” se perdiamo il Principio è privo di valore reale;
- ciò che crediamo di “perdere” quando troviamo il Principio non è mai stato veramente parte di noi.

