TRADIZIONE IN SALDO

di Salvatore Fabbri

La recente pubblicazione in Italia del volume di Mark Sedgwick, significativamente intitolato Tradizionalismo. Verso un nuovo ordine sacro, offre all’osservatore qualificato l’occasione per una riflessione che trascende i confini della mera recensione editoriale o della disputa culturale. Questo testo, infatti, non si presenta al lettore avveduto soltanto come un’opera di storiografia intellettuale e di analisi politica; esso costituisce soprattutto un documento involontario, ma straordinariamente lucido e sintomatico, della crisi cognitiva e strutturale che paralizza la cultura accademica moderna ogniqualvolta essa tenti di posare il proprio sguardo analitico sul dominio della Tradizione.

Mark Sedgwick, studioso di innegabile erudizione, metodico nella ricerca delle fonti e rigoroso nella tassonomia dei dati, si accosta al complesso mondo della Tradizione equipaggiato con l’intero arsenale degli strumenti tipici delle scienze sociali positive: la sociologia della conoscenza, la storia delle idee, l’analisi delle reti e la scienza politica. Tale approccio metodologico, sebbene perfettamente legittimo e anzi necessario qualora l’obiettivo si limiti a tracciare una mappa esteriore e fenomenica — descrivendo le filiazioni culturali, le contiguità biografiche, i flussi editoriali e le dinamiche di gruppo che hanno caratterizzato il “milieu” tradizionalista nel XX secolo —, si rivela tuttavia costitutivamente inidoneo, per un vizio d’origine, a penetrare l’essenza dell’oggetto indagato. Ci troviamo, con ogni evidenza, al cospetto del tentativo ingenuo, e inevitabilmente destinato allo scacco, di misurare l’incommensurabile mediante categorie profane e quantitative. L’aporia che attraversa l’intera opera non è dunque accidentale, ma sostanziale: essa risiede nella pretesa di applicare il metodo dell’anatomopatologo — che studia i tessuti inerti — a un organismo vivente la cui vita risiede in un principio che non è riducibile alla somma delle sue parti visibili.

La maledizione di Flatlandia

Il problema di fondo, che inficia l’intera impalcatura ermeneutica di Sedgwick, risiede in un equivoco ontologico prima ancora che storico. René Guénon, maestro indiscusso e restauratore della prospettiva tradizionale in Occidente, ha sempre posto, con una chiarezza cristallina che non ammette compromessi, una distinzione netta e invalicabile tra la Tradizione e il tradizionalismo. La prima è una realtà di ordine superiore e non-umano: è la trasmissione ininterrotta di una Verità principiale che non appartiene alla storia, ma che discende verticalmente da un’Origine sovrumana e metafisica per informare di sé le civiltà normali. Il secondo, invece, appartiene interamente al regno della “quantità” e del divenire: è spesso solo una caricatura, una parodia o una reazione sentimentale; è il tentativo disperato e spesso goffo dell’uomo moderno di “giocare” con i frammenti del passato, usandoli strumentalmente per fini politici, estetici o ideologici, nel vano tentativo di arginare la dissoluzione senza possedere la chiave per una vera rettificazione.

Sedgwick, prigioniero della sua formazione accademica e laica, tende fatalmente ad appiattire tutto sullo stesso livello orizzontale. Per la sua lente sociologica, non esiste — né può esistere — una differenza sostanziale di natura tra la verità metafisica e l’opinione politica, tra la realizzazione spirituale e l’adesione partitica; tutto viene fagocitato nel calderone indistinto della “storia delle idee”, tutto diviene un “discorso” culturale da catalogare, analizzare e decostruire. In questo processo di riduzione livellatrice, il Sacro cessa di essere una realtà verticale che orienta verso l’Assoluto, e viene degradato a un semplice “progetto” sociale, un piano immanente elaborato da intellettuali scontenti per rimettere ordine nel caos della modernità.

Questa incapacità strutturale di percepire la dimensione spirituale produce una distorsione cognitiva profonda, che rende l’analisi di Sedgwick simile a quella di un osservatore parziale. Per illustrare adeguatamente questo concetto, è opportuno ricorrere a un’immagine tratta dal celebre romanzo Flatlandia di Edwin Abbott. Immaginiamo, come fa Abbott, un universo bidimensionale, un mondo piatto abitato da figure geometriche che conoscono ed esperiscono solo la lunghezza e la larghezza. Se una Sfera tridimensionale decidesse di attraversare il loro piano di esistenza, quegli abitanti percepirebbero un fenomeno sconcertante: vedrebbero un cerchio apparire dal nulla, allargarsi progressivamente fino a raggiungere un diametro massimo, per poi restringersi nuovamente e svanire nel nulla. Non potrebbero mai comprendere la vera natura della Sfera, poiché mancano della capacità di concepire e percepire la “terza dimensione”, l’altezza.

Ebbene, lo storico moderno, e Sedgwick ne è l’archetipo, si trova esattamente nella medesima posizione epistemologica degli abitanti di Flatlandia: egli descrive con estrema precisione, pedanteria e dovizia di particolari i movimenti storici, le intersezioni politiche e le manifestazioni esteriori del tradizionalismo (la circonferenza del cerchio che appare sul piano); ma ignora totalmente, e necessariamente, la dimensione verticale, assiale e spirituale che di quel cerchio costituisce il centro, l’origine e il senso ultimo. Questa ignoranza della terza dimensione non è un mero difetto teorico, ma comporta conseguenze pratiche devastanti sul piano dell’analisi: essa genera una cecità predittiva. Non comprendendo le leggi spirituali e cicliche che muovono certi fenomeni in profondità, Sedgwick si limita a registrare gli effetti visibili sulla superficie della storia, scambiando sistematicamente i sintomi per le cause e le conseguenze per i principi. Egli osserva le increspature politiche, ma non comprende il motore immobile che le ha generate o, in molti casi, lo Spirito che le ha abbandonate, precludendosi così la possibilità di intendere veramente la direzione e il destino degli eventi che si illude di descrivere.

Tradizione o simulacro?

Per uscire da questa confusione babelica e ristabilire una gerarchia di valori corretta, è imperativo tornare ai principi immutabili. René Guénon, nella sua opera capitale Il Regno della quantità e i segni dei tempi, ci ha fornito una pietra di paragone solida per orientarci nel labirinto delle contraffazioni moderne: “non è e non può essere veramente tradizionale se non ciò che comporta un elemento di ordine sopraumano”. Da ciò discende che molte delle manifestazioni che oggi, nel mercato delle idee, vengono etichettate come “tradizione” — il conservatorismo politico, la nostalgia reazionaria per l’Ancien Régime, il folklore museale, la difesa identitaria delle radici nazionali — non hanno, a rigore, nulla a che fare con la Tradizione vera e propria intesa in senso metafisico. Sono manifestazioni umane, “troppo umane”, sentimentali o ideologiche; sono simulacri che imitano la forma esteriore della tradizione senza aprire alcuna strada verso la sua essenza.

In questo senso, bisogna riconoscere a Sedgwick un merito involontario: egli descrive con accuratezza clinica la patologia. Quando parla di “tradizionalismo”, egli sta effettivamente descrivendo un fenomeno moderno, ibrido e spesso confuso. Il suo errore non sta nella descrizione del fenomeno osservato, ma nell’etichetta che vi appone e nella confusione delle cause. Egli mette tutto nello stesso calderone: per lui René Guénon, che parla di metafisica pura e di realizzazione iniziatica, e Julius Evola, che parla di impero, razza e magia cerimoniale, sono solo due varianti dello stesso fenomeno, due sfumature dello stesso colore ideologico. Egli crea una continuità artificiale e spuria tra iniziati contemplativi e agitatori politici, riducendo la Saggezza eterna (Sophia Perennis) a una sorta di “filosofia religiosa” alternativa o, peggio, a un manuale operativo per estremisti politici in cerca di legittimazione.

Guénon come Marx?

Questo errore di prospettiva, che potremmo definire “errore di parallasse”, diventa lampante e tocca il suo vertice di incomprensione quando l’autore cerca di spiegare al lettore contemporaneo il complesso rapporto intercorrente tra René Guénon e Julius Evola. Per rendere intelligibile questa relazione, Sedgwick ricorre a un’analogia audace, tratta dalla storia del materialismo storico: egli sostiene che Guénon sta a Evola come Marx sta a Lenin. Il ragionamento, nella sua apparente linearità, sembra filare: Marx era il teorico puro, chiuso nella biblioteca del British Museum; Lenin l’uomo d’azione, lo stratega che ha tradotto la teoria in prassi rivoluzionaria e statuale. Allo stesso modo, secondo questa lettura, Guénon sarebbe il maestro spirituale isolato nella sua torre d’avorio al Cairo, mentre Evola sarebbe colui che ha dato “corpo storico” alle sue idee, accettando di “sporcarsi le mani” con la politica e la storia per realizzare l’ideale.

Tuttavia, anche se questa analogia descrive bene ciò che è accaduto esteriormente e fenomenologicamente, essa nasconde un abisso interiore e un fraintendimento totale della natura della Tradizione. Marx e Lenin appartengono, in ultima analisi, allo stesso piano di realtà: entrambi sono materialisti, entrambi mirano a modificare l’assetto economico e sociale del mondo visibile; la differenza tra loro è solo funzionale, non ontologica. Tra Guénon ed Evola, invece, c’è una differenza di natura, una frattura di livello. La visione di Guénon è essenzialmente brahmanica: è rivolta verso l’alto, verso la contemplazione, la conoscenza metafisica e l’autorità spirituale immutabile che non agisce direttamente, ma ordina. Quella di Evola, per contro, è essenzialmente kshatriya, ma non ispirata dal medesimo rispetto che gli autentici kshatriya nutrono verso l’autorità spirituale. La sua fonte d’ispirazione sono, piuttosto, gli kshatriya ribelli che pretendono di essere fondamento della Tradizione senza essere in possesso delle conoscenze necessarie, finendo inevitabilmente per scivolare verso il basso, verso la volontà di potenza, l’azione magica, l’affermazione dell’Io e la conquista virile.

Dire che Evola ha “realizzato” Guénon è, dal punto di vista tradizionale, una sciocchezza; sarebbe più corretto dire che ne ha operato una parziale inversione o una deviazione. Evola non ha “applicato” la metafisica, l’ha trasformata in “idealismo magico”. Si può affermare che l’opera di Evola, in rapporto a quella di Guénon, agisca come un aroma artificiale: possiede il profumo intenso e penetrante della Tradizione, seduce con l’estetica del sacro e dell’arcaico, ma non ne contiene la sostanza nutriente e vitale. È una simulazione brillante che affascina, ma che rischia di portare fuori strada chi cerca la verità autentica, trasformando la ricerca spirituale (che è estinzione dell’Io illusorio e reintegrazione nel Principio) in una battaglia ideologica e titanica per l’affermazione di un “Io” potenziato. Sedgwick, ignorando la distinzione tra azione e contemplazione, scambia questa deviazione attivistica per un “compimento”, non comprendendo che, nell’ottica della Tradizione, l’adattamento della politica ai princìpi metafisici è un fatto naturale come la caduta dei gravi, e non l’esito dell’azione di agitatori o di rivoluzionari “di successo”.

A difesa dell’Occidente

Se allarghiamo lo sguardo oltre quest’opera specifica e analizziamo la produzione bibliografica complessiva di Sedgwick, possiamo vedere come questa deformazione non sia episodica, ma sistematica, e come risponda a una precisa funzione “politica” nel senso più vasto del termine.

Prendiamo ad esempio il suo testo del 2004, Against the Modern World. Già il sottotitolo, che parla di “storia segreta” (Secret Intellectual History), agisce come un dispositivo di framing. Sedgwick confonde deliberatamente la necessaria riservatezza delle scuole iniziatiche e delle catene di trasmissione — che proteggono la dottrina dalla profanazione — con la segretezza losca e cospirativa tipica delle sette moderne o della pseudo-massoneria deviata e politicizzata. Per lui, un ordine iniziatico non è un luogo sacro dove si custodisce una conoscenza non-umana, ma una specie di “società segreta” dove si tramano complotti e influenze occulte. Egli legge la storia spirituale con le lenti del romanzo di spionaggio o dell’inchiesta giornalistica, invitando il lettore a sospettare di tutto ciò che non è pubblico, invece di cercare di capire i principi che giustificano il silenzio.

Ancora più rivelatore, in questa prospettiva, è il volume curato nel 2019, Key Thinkers of the Radical Right (“I pensatori chiave della destra radicale”). In quest’opera, Sedgwick getta definitivamente la maschera dello storico neutrale e indossa i panni del funzionario d’apparato a difesa dell’Occidente liberale. Il suo scopo dichiarato non è capire la Tradizione nella sua essenza di verità, ma proteggere la “democrazia liberale” da presunte minacce “radicali”. Egli studia gli autori tradizionalisti esattamente come un analista dei servizi di sicurezza o un esperto di intelligence studierebbe un gruppo sovversivo o una cellula terroristica: non gli interessa minimamente se ciò che dicono sia vero o falso sul piano dei princìpi; gli interessa solo calcolare quanto siano pericolosi per l’ordine costituito, quanto “potenziale di radicalizzazione” contengano le loro idee. In quest’ottica securitaria, la Tradizione viene ridotta a una mera variabile di rischio, un problema di ordine pubblico e geopolitico da mappare, contenere e, se possibile, neutralizzare attraverso la sua riduzione a “fenomeno estremista”.

In un altro testo significativo, dedicato al pittore svedese Ivan Aguéli (Anarchist, Artist, Sufi, 2021), vediamo all’opera un altro tipo di riduzione, parallela a quella politica: la riduzione estetica e biografica. Mettendo sullo stesso piano l’essere un “Sufi” (qualifica che implica un cammino spirituale e l’appartenenza a un ordine iniziatico regolare) con l’essere un “artista” d’avanguardia o un “anarchico” politico, Sedgwick compie un livellamento inaccettabile. Egli banalizza il sacro, trasformando l’esoterismo in una semplice “curiosità biografica”, un tratto eccentrico di un personaggio bohémien e affascinante, una specie di hobby intellettuale per artisti in cerca di novità. Manca totalmente la comprensione che la via spirituale è una cosa “seria”, che impegna l’intera esistenza, che richiede la morte dell’uomo vecchio e che è radicalmente differente, per natura e scopo, a qualsiasi attività artistica profana o militanza politica. Anche qui, la “terza dimensione” viene schiacciata sulla superficie piana della biografia culturale.

La metafisica ridotta a manufatto

Infine, è cruciale analizzare l’uso sintomatico del linguaggio nel libro Esoteric Transfers and Constructions (2021). Sedgwick e i suoi co-autori parlano costantemente di “costruzione”, intesa come fabbricazione, della tradizione. Questo termine tradisce una mentalità profondamente moderna, nominalista e sostanzialmente atea: l’idea implicita è che le religioni, le dottrine e le tradizioni non siano altro che prodotti culturali “fatti” dagli uomini, narrazioni inventate in base alle esigenze sociali, psicologiche o politiche del momento storico.

Qui si consuma l’errore epistemologico forse più grave: si confonde l’adattamento con la fabbricazione. È indubbiamente vero che la Tradizione, per restare viva e operante nel divenire, deve adattare il suo linguaggio, le sue forme espressive e i suoi supporti simbolici ai tempi che cambiano e alle mentalità che mutano, esattamente come l’acqua prende la forma del vaso in cui viene versata senza per questo cambiare la sua natura. Ma questo adattamento riguarda esclusivamente la forma esterna, il “vestito”, il veicolo contingente; il “corpo” della verità dottrinale, il Principio, rimane immutato, eterno e non-umano. Sedgwick, osservando con i suoi strumenti storici che il “vestito” cambia nel corso dei secoli, conclude erroneamente che non esista alcun corpo sotto l’abito, e che tutto si riduca a una sfilata di mode sartoriali inventate dall’uomo per coprire il nulla. Egli non riesce a concepire, per i limiti stessi del suo metodo, che l’origine della dottrina sia non-umana (apaurusheya), e che l’intervento umano si limiti alla ricezione e alla trasmissione, mai alla creazione.

Il collezionista di gusci

Tirando le somme di questa disamina, possiamo affermare che il libro Tradizionalismo. Verso un nuovo ordine sacro è un’opera indubbiamente utile, ma solo se si possiedono gli anticorpi intellettuali per leggerla nel modo corretto. Essa rappresenta una mappa dettagliatissima, ma di un territorio morto. Sedgwick ha descritto con grande abilità, pazienza certosina e vastità di documentazione il “guscio” del tradizionalismo: i partiti, le riviste, le mode intellettuali, le polemiche, le nevrosi e le velleità politiche. Ma non è riuscito, e non poteva riuscire stante la natura dei suoi strumenti, a toccare il nucleo vivo, la scintilla che, seppur invisibile ai radar della sociologia, costituisce l’unica forza reale della Tradizione.

Una Tradizione che viene spiegata, sezionata e catalogata solo in termini sociologici, storici, psicologici e politici non è più Tradizione: è stata degradata a ideologia, a merce da esporre sugli scaffali del supermercato globale delle idee, pronta per essere consumata o scartata a seconda delle preferenze del consumatore. In questo senso, il lavoro di Sedgwick costituisce la prova definitiva di un fallimento prevedibile: per l’occhio dell’accademico moderno, educato nel razionalismo cartesiano, nello storicismo immanentista e nella difesa d’ufficio dell’ordine liberale, la vera Tradizione rimane, fortunatamente e necessariamente, invisibile. Egli ha dissezionato il cadavere storico del fenomeno con la fredda precisione del medico legale, catalogando ogni tessuto politico e ogni nervo ideologico. Ma la Vita, quel soffio invisibile che non è riducibile alla somma degli organi e che non lascia tracce sul tavolo settorio, si è già ritirata altrove, inattingibile per chi pretenda di cercare il suo segreto rovistando tra i cadaveri.

Tratto da: Italia Stato Civiltà

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Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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