di Nazario Tricarico
C’è perfino quello che fa la gara tra tragedie. Vince il luogo dove si muore di più.
Su Facebook si legge anche questo.
“La gente in piazza è ipocrita e insensibile. Troppo presi da quanto accade in Palestina per accorgersi del Sudan. E poi, lo sanno tutti che le vittime sono scenografiche, manichini piazzati sotto le macerie”.
A mettere in dubbio l’empatia delle piazze ci si mette perfino Scanzi: “𝑐𝑖 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑔𝑖𝑎̀ 𝑠𝑝𝑒𝑛𝑡𝑖, 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑔𝑒𝑡𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑙𝑎 𝑠𝑝𝑢𝑔𝑛𝑎”.
Il conflitto nel conflitto, la coscienza globale sotto processo.
Avrà ragione Scanzi?
Forse sì. O forse non siamo del tutto consapevoli di quella cosa chiamata “guerra cognitiva”, un affare in cui siamo immersi più o meno tutti e che, a mio stretto avviso, spiega molte cose dell’attuale clima.
Non è una formula ma un fatto reale, esiste. Nel 2021 viene definita in ambito Difesa come “l’arte di modificare la percezione e il comportamento di individui o gruppi, influenzando la loro interpretazione della realtà.” Istituzioni e media imbandiscono la tavola della saturazione cognitiva per un pubblico invitato a sua insaputa.
Polarizzazione controllata, manipolazione emotiva, saturazione informativa, le menti sono terre di conquista. La letteratura scientifica sull’argomento è vasta ma si è abituati a considerarlo come un passatempo per complottisti della domenica. La guerra cognitiva è ignorata, non so quanto volutamente, anche nelle analisi degli osservatori più attenti.
Altro errore di valutazione è il fatto di considerarla nella dimensione strettamente militare quando, in realtà, per sua stessa natura, è costretta a strutturarsi con il coinvolgimento generale della società, dei media e delle piattaforme social in primis.
Ma vediamo di mettere in fila gli eventi.
Il grande movimento globale per Gaza ha posto il potere occidentale di fronte all’ingestibilità morale dell’apocalisse umanitaria da parte dell’opinione pubblica. Il picco emotivo della gente è stato raggiunto con l’azione straordinaria condotta dalle navi nel Mediterraneo.
Questo ha indotto l’apparato occidentale ad avviare il percorso della tregua apparente, le cose stavano per mettersi malissimo.
Alla “pace dei buffoni” è seguito un collasso empatico della gente, che non va confuso con una resa di ordine morale.
Dopo mesi di immagini estreme, il cervello collettivo è collassato, facendo scattare un meccanismo di autodifesa cognitiva: sospendere la reazione.
𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐬’𝐢𝐧𝐬𝐞𝐫𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐧𝐚𝐦𝐢𝐜𝐚 𝐧𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐫𝐚𝐥𝐥𝐞𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐆𝐚𝐳𝐚 𝐞 𝐢𝐥 𝐒𝐮𝐝𝐚𝐧?
I media e le piattaforme social hanno colto questo crollo e hanno tenuto acceso il nostro cervello al minimo con altro, con qualcosa di più accettabile per noi. Il Sudan è caduto a fagiolo. Perché più lontano, perché meno compromettente rispetto al nostro sistema di valori.
I tecnici della propaganda la chiamano agenda diversion. I media non fissano solo i temi, si permettono il lusso di portarci a spasso come cani, spostando il nostro focus attentivo da un tema all’altro quando il caso lo richiede.
𝐂𝐢𝐨̀ 𝐝𝐞𝐭𝐭𝐨, 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐚𝐬𝐬𝐨𝐫𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐜𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐒𝐮𝐝𝐚𝐧 𝐢𝐧 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐚 𝐆𝐚𝐳𝐚?
Per capire occorre partire da una distinzione ontologica: le due tragedie, pur avendo lo stesso grado di gravità, hanno una natura simbolica diversa.
Apro parentesi. Le differenze numeriche o di scala tra i due scenari sono argomenti per analfabeti funzionali, utili solo ad una certa narrazione per colpire la presunta ipocrisia della coscienza planetaria in difesa di Gaza. Chiudo parentesi.
Entrando nello specifico, il Sudan può essere definito come un conflitto centripeto, interno, con due parti in causa interne al Paese: da un lato l’esercito regolare (SAF) guidato da al-Burhan, dall’altro le Forze di Supporto Rapido (RSF) del generale Hemedti.
Gaza è invece un conflitto centrifugo, nato dal cuore dell’occidente.
Sotto le macerie della Palestina ci sono i nostri valori: giustizia, libertà, diritti umani, democrazia, financo un sacco della spazzatura con dentro tutto il diritto internazionale. I responsabili sono del nostro “consorzio umano”, li abbiamo legittimati noi. Un trauma per una civiltà che si riteneva moralmente superiore, dove le immagini si sono sovrapposte al pensiero.
Gaza ha bloccato le penne degli scrittori, anchilosato le mani dei musicisti, gelato ogni grammatica consolatoria delle arti, turbato l’ordine di tutto il panorama accademico, compromesso il nostro focolare mentale e familiare. Una crisi del pensiero occidentale in tutte le sue articolazioni che ha spezzato definitivamente una delle nostre certezze più assolute: quella di essere al sicuro.
Gaza è il nostro buio, ecco perché siamo collassati ed ecco perché la macchina della guerra cognitiva si è orientata verso il Sudan.
𝐂𝐨𝐧𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
In questo quadro estremamente problematico occorre riconoscere che non siamo sempre padroni delle nostre emozioni. Siamo parte integrante e sostanziale di un conflitto nel conflitto, la guerra cognitiva è tutt’ora in corso.
Una volta Krishnamurti ha scritto: “Si deve essere consapevoli di sé stessi non a livello introspettivo o analitico, ma nel vivo dell’esperienza quotidiana, di ogni pensiero e sentimento via via che sorge”. Questo per dire che forse non basta un ancoraggio totale ai fatti, all’uso critico della tecnologia, all’approfondimento costante delle fonti per sfuggire al controllo della guerra cognitiva.
La prospettiva appare sempre di più come spirituale.
Ed in questo, la lezione del filosofo indiano sembra l’unica ipotesi di liberazione possibile.
Ci ricorda quanto la straordinaria condizione dell’esperienza resti ancora oggi, e forse più che mai, la fonte più autentica, necessaria e unica di vera conoscenza.
E di vera consapevolezza.

