di Daniele Perra
Di Avicenna (Ibn Sina, 980-1037, originario della Transoxiana, nell’Iran “esterno”) i più conoscono solo il suo lavoro filosofico di importazione o riscoperta del “razionalismo” aristotelico nello spazio dell’Islam. In pochi, invece, sanno che fu poeta e gnostico. Il grande iranista sovietico Evgenij Berthels – colui che, costretto dall’assedio nazista a Leningrado, trasferì l’Istituto di studi orientali sovietico prima a Tashkent poi a Mosca – lo associava alla corrente ismailita dello sciismo, sottolineando come nel suo lavoro poetico si possano ritrovare i motivi di un primo risveglio dell’iranismo contro l’allora predominante arabismo imperiale e accentratore all’interno del mondo islamico. Un suo componimento così recita: “Sul foglio del volto dell’uomo l’eccelsa potenza ha scritto due volte all’inverso il nome santo di Ali […] Fin da quando il vino d’Amore si verso’ nella coppa primeva e il primo amante si accese del fuoco d’Amore, insieme con l’anima mia l’amore di Ali, come lo zucchero al latte, fuso divenne per sempre”.
Le poesie di Avicenna non rappresentano sicuramente i vertici della letteratura persiana. Tuttavia, si ritrovano in esse dei motivi classici, come quello della “coppa di vino”, già presente nel Corano, dove questa viene offerta ai privilegiati del paradiso ed appare come elemento di contemplazione dell’arcano. Lo stesso Avicenna, infatti, affermava che il vino fosse lecito per i sapienti ed illecito per gli sciocchi, perché nel vino si poteva distinguere tra il bene ed il male. Ancora, è importante sottolineare che la poesia mistica è un tratto caratteristico dell’iranismo, soprattutto in virtù della sua enorme diffusione popolare. È assai facile, ancora oggi, trovare pastori iraniani capaci di ripetere a memoria passaggi dello Shahnameh di Ferdousi o intere liriche di Hafez. Questa poesia “colta”, paradossalmente, è assai più diffusa di quella “europeizzata”, con tematiche sociali e civili, del XIX e XX secolo.

