L’INUTILE TELEVISIONE ITALIANA

di Mike Plato

La storia settantennale della tv italiana è la storia di un incantesimo collettivo , un flusso continuo e vorticoso di parole, immagini, volti, dibattiti, scandali, sorrisi di plastica, finti contrasti, melodrammi da salotto, cronache della nera, della rosa e del vuoto. Una cascata incessante che ci ha avvolto come una seconda atmosfera, più fitta dell’aria stessa, un mormorio perenne che non parla mai veramente e non tace mai, una propaganda imperiale 24h su 24. In settant’anni, quel che si è prodotto non è un archivio di cultura, ma un deposito di rumore; un sedativo a lento rilascio spalmato sulla coscienza collettiva. La Tv in Italia non è mai stata un mezzo tra i tanti: è stata la campana di vetro che ha ricoperto l’intero corpo sociale, modellandone pensiero, desideri, paure, aspirazioni, linguaggio, persino il ritmo interiore. È diventata la voce del mondo esteriore, della dimensione morta e mortifera, della realtà già corrotta prima ancora di essere vista, e che proprio grazie allo schermo è riuscita a insinuarsi negli spazi più intimi della vita.

Da questo carrozzone titanico sono passati innumerevoli “maestri del nulla”, opinionisti di ogni risma, tribunali improvvisati, sorrisi contratti nel silicone dell’eterno intrattenimento. Sono passate ideologie travestite da notizie, emozioni preconfezionate travestite da sentimenti autentici, indignazioni a tempo prestabilito travestite da coscienza. La televisione ha insegnato alle masse come ci si deve emozionare, quando ci si deve commuovere, che cosa deve suscitare paura, che cosa deve far ridere: un gigantesco condizionamento collettivo che ha operato non tanto sulle idee, quanto sulla struttura stessa della percezione. È stata un immenso laboratorio psichico, il luogo in cui milioni di persone hanno imparato a reagire prima ancora di pensare, a giudicare prima ancora di comprendere, a desiderare ciò che non hanno mai voluto veramente.

Il paradosso più grande è che tutto questo è sempre stato fatto parlando di cose di morte per i morti di un mondo morto.: Cronaca nera, delitti, catastrofi, malattie, rivalità, crolli, conflitti di ogni tipo, miserie umane esibite come spettacolo, dolore trasformato in consumo. La morte, in televisione, è diventata la materia prima dell’intrattenimento. Non perché la vita sia priva di bellezza, ma perché un mondo già morto dentro ha bisogno di nutrirsi di morte per riconoscersi, per sentirsi vivo almeno nell’emozione passeggera del terrore o dell’indignazione o del piacere o della risatina strappata. La televisione italiana è stata il grande specchio di questo necromondo: lo spazio in cui la mortificazione dell’anima è stata spacciata per normalità, dove l’assenza di profondità è stata presentata come pluralismo, dove l’inconsistenza è stata scambiata per leggerezza.

Settant’anni di trasmissioni non hanno prodotto conoscenza né soprattutto coscienza : hanno prodotto narrazioni ipnotiche, soporifere, le stesse dinamiche porte in salsa diversa. La tv ha funzionato come una gigantesca anestesia spirituale: mentre tutto veniva spettacolarizzato, tutto diventava meno reale. Le tragedie vere venivano ridotte a cornici, gli eventi profondi venivano tritati nella retorica del minuto e mezzo, la complessità veniva schiacciata sotto il peso della battuta ad effetto. Il profondo veniva eclissato costantemente dal superficiale. Il mondo interiore è stato sostituito dal mondo esteriore come unica vera realtà: l’unico orizzonte riconosciuto come “vero” era ciò che appariva nello schermo. E ciò che non veniva mostrato nello schermo era come se non fosse mai esistito.

In questo processo, tutta la dimensione spirituale è stata non solo ignorata, ma scientemente rimossa, resa illecita, ridicolizzata, espulsa dal discorso pubblico come un’imbarazzante superstizione. Non importa di quale spiritualità si tratti: tutto ciò che esula dalla superficie del mondo è stato trattato come un intralcio. La tv non ha solo censurato l’invisibile: ha insegnato a non desiderarlo più. Ha ridotto l’uomo al suo guscio psichico ed emotivo, ha costruito un modello di individuo completamente rivolto all’esterno, completamente dipendente dall’opinione altrui, continuamente affamato di stimoli, incapace di sostare nel silenzio che rivela, nella solitudine che trasforma, nella profondità che libera. L’intrattenimento non è più stato una pausa, ma la struttura stessa dell’esistenza: intrattenere per non pensare, per non ricordare, per non vedere.

Così la tv è diventata un grande apparato per generare forme-pensiero: immagini, concetti, reazioni emotive che non nascono dall’anima, ma vengono installate dall’esterno come un software nella psiche collettiva. Un’operazione lenta, capillare, dolce come una ninna nanna e dura come un dogma invisibile. La tv ha formato mentalità, plasmato desideri, imposto linguaggi, uniformato le coscienze. Ha creato milioni di persone che credono di pensare, ma ripetono ciò che hanno assorbito; che credono di essere indignate, ma vivono indignazioni costruite; che credono di informarsi, ma consumano spettacolo travestito da notizia. L’essere umano televisivo non ha più radici interiori: ha soltanto un flusso che gli scorre dentro e che crede sia suo. E in questo cortocircuito, la tv ha compiuto il suo capolavoro: ha fatto sì che le persone difendessero il proprio stesso addormentamento come fosse libertà.

Alla fine, ciò che resta di settant’anni di televisione italiana è un monumento gigantesco al nulla cosmico: una cattedrale di luce artificiale che ha trasformato l’Italia in una platea perenne, un popolo di spettatori, un esercito di menti sedute davanti a un altare che non dà nulla e chiede tutto. Un altare che non ha un dio, ma ha un potere: il potere di impedire che l’uomo si accorga di essere altro, di essere di più, di appartenere a una realtà superiore, di essere nato per un cammino che non passa dalla superficie dei pixel ma dalla profondità del cuore. La televisione non ha ucciso l’anima: l’ha addormentata. E un’anima addormentata è più utile di un’anima morta: perché non protesta, non si ribella, non cerca la verità, non cerca la luce, non cerca il reale.

Settant’anni di parole per non dire nulla, e nello stesso tempo per dire tutto ciò che il mondo inferiore voleva si dicesse. Un’intera nazione resa spettatrice della propria vita, del proprio destino, della propria decadenza. Settant’anni in cui l’essenziale è stato taciuto, il superfluo è stato celebrato e il profondo è stato deriso. Ora che l’incantesimo si incrina e gli schermi perdono la forza magnetica, resta soltanto la consapevolezza di quanto potere abbia avuto questo specchio di luce artificiale. E resta la domanda su ciò che potrebbe accadere quando gli uomini torneranno finalmente a guardare non più lo schermo, ma ciò che lo schermo ha sempre nascosto: la realtà vera, quella che vive soltanto nel silenzio, nella verità e nello spirito.

E per tutto ciò, onde farti capire che schiavo sei, devi anche pagare

L'INUTILE TELEVISIONE ITALIANA
L’INUTILE TELEVISIONE ITALIANA

Pubblicato da vincenzodimaio

Estremorientalista ermeneutico. Epistemologo Confuciano. Dottore in Scienze Diplomatiche e Internazionali. Consulente allo sviluppo locale. Sociologo onirico. Geometra dei sogni. Grafico assiale. Pittore musicale. Aspirante giornalista. Acrobata squilibrato. Sentierista del vuoto. Ascoltantista silenziatore.

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