Gli scacchi, oltre a essere un gioco strategico e intellettuale, hanno da secoli una valenza simbolica ed esoterica. La loro struttura – con pezzi differenti per potenza e funzioni, movimenti regolamentati e un campo di gioco quadrato – ha ispirato interpretazioni metaforiche relative alla vita, alla società, e alla conoscenza spirituale. Nel contesto esoterico, gli scacchi sono stati spesso visti come una rappresentazione allegorica della lotta tra forze opposte, del percorso dell’anima attraverso prove e difficoltà, e della ricerca di equilibrio tra opposti: luce e oscurità, bene e male, materia e spirito.
Nella tradizione simbolica, ciascun pezzo può essere letto come un archetipo: il re rappresenta la coscienza suprema, la regina la potenza attiva, i cavalieri l’iniziativa e la mobilità dello spirito, mentre i pedoni incarnano le potenzialità in formazione, la materia o l’essere umano comune impegnato nella propria evoluzione. Anche la scacchiera stessa, con le sue 64 caselle bianche e nere, è stata interpretata come un microcosmo dell’universo, uno spazio in cui le leggi del destino, della strategia e dell’intelletto si intrecciano.
In alcune correnti esoteriche occidentali e orientali, come quelle ispirate alla tradizione cabalistica o al pensiero iniziatico islamico e cristiano, gli scacchi sono stati usati come strumenti pedagogici: il gioco diventa un laboratorio simbolico, in cui il giocatore non esercita solo la mente razionale, ma sperimenta le dinamiche di potere, disciplina e saggezza. In questo senso, il gioco non è mai “innocuo”: la sua pratica può assumere significati morali, spirituali o metafisici, e può essere vista come un’allegoria del cammino dell’uomo verso la conoscenza e la perfezione interiore.
Nonostante ciò, il gioco degli scacchi ha una storia complessa nell’ambito della giurisprudenza islamica, con posizioni variabili sia nelle scuole sciite sia in quelle sunnite.
ISLAM SCIITA
Nell’Islam sciita duodecimano, le opinioni dei marjaʿ contemporanei sono spesso sfumate.
Alcuni, come l’Ayatollah Khomeini e l’Ayatollah Khamenei, attuale Guida Suprema della R.I. dell’Iran, inizialmente criticarono il gioco come potenzialmente dannoso se associato a trascuratezza dei doveri religiosi o scommesse, ma in seguito ne permisero l’uso purché regolato e privo di elementi proibiti.
Questo approccio pragmatico si basa su principi generali della Shariʿa, come il divieto di perdita di tempo in attività futili o il coinvolgimento in interessi illeciti.
Altri marjaʿ più conservatori, come l’Ayatollah Sistani e alcuni studiosi del passato, tendevano a proibire gli scacchi in maniera più assoluta, soprattutto perché associati a giochi d’azzardo o distrazioni dai doveri religiosi.
ISLAM SUNNITA
Nelle scuole sunnite, la discussione risale a testi classici come il Fatawa al-Hindiyya (Hanafi) e commentari Maliki e Shafiʿi. In generale, le posizioni variano:
Hanafiti e Shafiʿiti
considerano il gioco lecito se privo di scommesse, e se non ostacola le pratiche religiose. Al contrario, è vietato se vi è rischio di trascurare la preghiera o di impegnarsi in comportamenti illeciti.
Malikiti e Hanbaliti
spesso riprendono questa logica ma mostrano maggiore cautela, scoraggiando il gioco per la sua potenziale distrazione, sebbene non sia haram di per sé. Alcuni testi malikita, ad esempio, condannano gli scacchi se praticati eccessivamente o se accompagnati da litigi o violenze (al-Mudawwana al-Kubra, Malik).
In sintesi, sia nel sunnismo che nello sciismo, la linea comune moderna è di carattere condizionale: gli scacchi diventano proibiti se coinvolgono scommesse, violano obblighi religiosi o conducono a comportamenti moralmente inaccettabili. I divieti assoluti appartengono più alla tradizione classica o a contesti storici specifici, quando il gioco era percepito come pericoloso per la moralità o la disciplina religiosa.
Questa sintesi mostra chiaramente come il divario tra posizioni “moderate” e “rigoriste” sia spesso una questione di contesto pratico e intenzione, piuttosto che una differenza dottrinale fondamentale sul gioco in sé.

