di Franco Marino
8 Dicembre 2025
C’è stata una grande sorpresa, da parte di tutti, in merito alle parole di Trump che, di fatto, ha certificato la decisione degli Stati Uniti di uscire dalla NATO. Ma le sue parole non suonano certo nuove alle orecchie di chi, in questi anni, ha sempre rifiutato di leggere le fonti della propaganda.
Se, infatti, dovessimo descrivere gli ultimi cinque anni, potremmo definirli il “Quinquennio dello svelamento”. Dall’era covid, a quella dell’Operazione Speciale – che di fatto ha posto fine al teatrino dei virologi televisivi e della conta gonfiata dei morti – abbiamo assistito a due tronconi contrapposti: la realtà presentata dai media (vaccini sicurissimi ed efficacissimi e Putin nuovo Hitler che invade ad minchiam l’Ucraina) e la realtà fattuale di vaccini che non vaccinano e la cui natura potenzialmente mortifera è oggetto di dibattito, tra un malore improvviso e l’altro, e una Federazione Russa che, in realtà, non ha fatto altro che reagire a otto anni di provocazioni americane nel Donbass.
La vera domanda però è questa: perché mentire in maniera così spudorata?
Se noi consideriamo, per esempio, tutti gli interventi americani del passato, noteremo che lo Zio Sam non si faceva troppi problemi nel mettere gli scarponi in Iraq, in Afghanistan, in Siria.
In Libia già si era assistito ad una sostanziale guerra per procura con Sarkozy che certamente non avrebbe fatto quel che ha fatto senza la benedizione americana.
Ma nel Donbass, il non intervento militare, in cambio invece di aiuti finanziari, di fatto ha dato a tutto il mondo l’impressione che l’Occidente non abbia più la forza per fare ciò che faceva un tempo, anche perché la decisione degli americani di abbandonare i propri programmi che definiremmo eufemisticamente espansionistici è ormai conclamata – Trump, al massimo, è solo un acceleratore di questa tendenza – e questo naturalmente cambierà tutti gli equilibri globali.
In questo senso, cosa sono la NATO e l’Unione Europea davvero?
Al di là della retorica ufficiale sulla pace e la cooperazione tra popoli liberi, NATO e UE (con le sue costruzioni, l’Euro e scemenze varie) rappresentano in realtà il braccio armato ed economico dell’egemonia americana sul continente europeo – la prima attraverso la militarizzazione delle politiche di sicurezza, la seconda tramite la standardizzazione dei mercati e delle normative secondo parametri che favoriscono sistematicamente gli interessi transatlantici, a dispetto di qualche finta opposizione spot. Quando si parla della possibile fine di queste istituzioni, quindi, non stiamo discutendo del tramonto di nobili ideali democratici, ma della crisi di un sistema imperiale che ha retto per ottant’anni e che oggi mostra crepe strutturali impossibili da ignorare.
La fine dell’Alleanza Atlantica è il momento terminale dell’Occidente come lo abbiamo conosciuto dal secondo dopoguerra. Non perché la NATO rappresenti davvero la libertà e la democrazia, ma perché costituisce l’ultima struttura attraverso cui Washington riesce a mantenere il controllo sui vassalli europei e, di conseguenza, sulla propria posizione di superpotenza globale. Il ragionamento, per quanto cinico possa apparire, ha una logica ferrea: senza la subordinazione militare dell’Europa, gli Stati Uniti perderebbero quella massa critica economica e strategica che gli consente di competere con Cina e Russia, riducendosi a una potenza regionale ricca ma irrilevante su scala planetaria.
Il benessere occidentale, del tutto artificiale, è sempre stato drogato dagli americani in chiave antisovietica e si è sempre realizzato attraverso uno sfruttamento intensivo di materie prime nelle realtà territoriali sotto il controllo americano. Nel momento in cui, nell’universo geopolitico, sono iniziate ad emergere realtà come la Cina e l’India, e con esse anche la Federazione Russa grazie ad un Putin che, inizialmente, sembrava dover essere nient’altro che un luogotenente di Washington e alla fine si è rivelato un avversario, e queste potenze hanno iniziato a promettere ai territori africani condizioni migliori rispetto a quelle proposte dall’Occidente, di fatto l’America ha capito che il Nuovo Ordine Mondiale non era più un’idea fattibile. E ha iniziato il processo di dismissione. Che non è un’idea recente ma che risale alla tempesta perfetta della crisi del 2007-2008.
La distruzione del sistema NATO-centrico, in sintesi, non è un’idea balzana di Donald Trump, ma rappresenta la logica conclusione di un processo iniziato molto prima della sua presidenza e portato avanti, sia pure con metodi diversi, dall’intero establishment americano. Quando Barack Obama, nel 2016 a Davos, pronunciò quello che a posteriori può essere considerato il de profundis del WTO e della globalizzazione così come l’avevamo conosciuta – ma già nel 2009 aveva detto cose interessanti (e si era beccato le risposte piccate di Putin e dei cinesi) – stava semplicemente ufficializzando ciò che era già evidente a chiunque avesse occhi per vedere: il sistema multilaterale costruito dagli americani dopo il 1945 aveva smesso di servirli e anzi stava diventando un ostacolo alla loro sopravvivenza strategica.
La differenza tra l’approccio democratico e quello repubblicano a questa transizione epocale non sta negli obiettivi finali – che rimangono identici per entrambi i partiti americani, ovvero preservare la supremazia statunitense a qualunque costo – ma nei metodi e nei tempi. L’amministrazione Biden prima e della Harris poi, qualora dovesse vincere nel 2028, vorrebbe mantenere in vita le istituzioni atlantiche come gusci vuoti, svuotandone progressivamente la sostanza attraverso una serie di crisi orchestrate ad arte: prima la pandemia, poi il cambiamento climatico, infine le tensioni geopolitiche con Russia e Cina, utilizzate tutte come pretesti per drenare risorse finanziarie dall’Europa verso l’America attraverso meccanismi sempre più sofisticati di dipendenza tecnologica ed energetica.
Trump, da parte sua, ha l’approccio tipico dell’uomo d’affari che preferisce chiudere le partite in perdita piuttosto che continuare a sprecare tempo e denaro in operazioni che non rendono più: se la NATO costa agli americani più di quello che gli fa guadagnare in termini di controllo geopolitico, meglio eliminarla direttamente e ripartire da zero con accordi bilaterali più vantaggiosi.
Il problema è che questo approccio, per quanto razionale possa sembrare dal punto di vista contabile, non tiene conto del fatto che certi sistemi complessi, una volta distrutti, non possono essere ricostruiti a comando, e che la fine traumatica dell’egemonia atlantica potrebbe innescare dinamiche talmente caotiche da travolgere gli stessi Stati Uniti.
Perché il punto, alla fine, è proprio questo: l’America ha costruito un impero così perfettamente integrato con la propria economia e la propria società che smantellarlo equivale a segare il ramo su cui si è seduta per quasi un secolo. Le élite democratiche lo sanno e per questo preferiscono la strategia del lento dissanguamento europeo, che garantisce almeno una transizione controllata verso un nuovo equilibrio; Trump e i suoi, invece, sembrano convinti di poter gestire il processo di disgregazione come una normale ristrutturazione aziendale, senza rendersi conto che stanno giocando con forze storiche che potrebbero facilmente sfuggire al loro controllo e trascinare nella caduta anche l’impero che credono di stare salvando.
In sostanza, la gestione occidentale del conflitto ucraino ha dimostrato che l’Occidente è diventato un gigante dai piedi d’argilla, capace di produrre propaganda mediatica e sanzioni simboliche ma incapace di sostenere uno scontro prolungato con avversari determinati e tecnologicamente avanzati come la Russia e, soprattutto, la Cina che osserva interessata l’intera vicenda per poi schierarsi con chi gli dà più affidabilità, chiudendo così la partita.
Trump, come si disse sin dall’indomani della sua prima vittoria nel 2016, altri non è che il Gorbaciov chiamato a disinnescare un sistema creato da altri. Poi che riesca a fare meglio dell’originale, è quello che auspicano tutti. Ma una cosa è certa: se fallirà, non sarà certo colpa sua come non era colpa di Gorbaciov il crollo dell’URSS.
Semplicemente, sarà il crollo di un’ideologia imperiale che non è compatibile con un mondo ormai multipolare.
Prima i paesi europei se ne rendono conto, meglio sarà per loro. Perché senza la protezione americana, il problema non sono certo i russi bensì valanghe di immigrati pronti a banchettare l’Europa esattamente come fecero i barbari con l’Antica Roma, e certo non animati da bei pensieri nei confronti di un Vecchio Continente che li ha sottomessi in passato e che oggi pretenderebbe di campare sulle loro spalle.
Questo è il senso del discorso di Trump: cinico, brutale, cattivo. Ma, purtroppo, tremendamente realistico.

